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Cronaca

Indagini personali con il sistema di polizia: agente assolto

Assolto agente di polizia di Teramo dal reato di accesso abusivo del sistema informatico. Aveva confuso delle indicazioni per un ordine di servizio.

Un giovane agente della questura di Teramo è stato assolto dal reato di accesso abusivo del sistema informatico. L’uomo temeva di essere finito nella rete di un truffatore e, dopo aver chiesto consigli ai colleghi, aveva svolto degli accertamenti tramite il sistema informatico della polizia. Un comportamento che gli è costato un rinvio a giudizio, dopo l’inchiesta da parte della Procura distrettuale dell’Aquila.

L’agente di polizia era difeso dall’avvocato Luca Carbonara, del foro di Teramo, che, nel ricostruire i passaggi della vicenda, è riuscito a dimostrare la buona fede del suo assistito e l’assenza dell’elemento oggettivo del reato. In caso di condanna l’agente oltre alla pena detentiva derivante dal giudizio penale, sarebbe stato dapprima sospeso dal servizio per poi essere destituito dal ruolo una volta che la condanna fosse divenuta definitiv formando giudicato irrevocabile. I fatti per cui l’agente di polizia era finito a giudizio risalgono alla primavera de 2020. Dopo aver acquistato online un’auto immatricolata all’estero versando al concessionario due acconti da 6 mila e 17 mila euro. Ma subito dopo il venditore si era reso irreperibile. Temendo di essere stato truffato si è rivolto al compartimento di polizia postale di Teramo, chiedendo aiuto. Da lì, l’errore. L’agente aveva scambiato le indicazioni dei colleghi per un ordine di servizio che lo hanno portato a effettuare, prima di sporgere querela per truffa, tre accessi ai database informatici su sezioni pubbliche accessibili a chiunque con le credenziali che aveva in funzione della sua qualifica da poliziotto.

“Siamo riusciti a dimostrare – spiega al Capoluogo l’avvocato Carbonara – l’infondatezza assoluta dell’ipotesi accusatoria ed il Tribunale ha assolto l’imputato con la formula assolutoria più ampia e più favorevole tra quelle previste nel nostro ordinamento, ossia perché il fatto non sussiste. All’epoca dei fatti l’agente di Polizia dopo aver acquistato online un autoveicolo da una concessionaria della provincia di Milano, ritenne di essere stato vittima di una truffa poiché il venditore, intascati due cospicui acconti di 6.000 e 17.000 euro sul prezzo pattuito, si rese di fatto irreperibile. A quel punto, il malcapicato si vedeva costretto a chiedere l’aiuto del Compartimento di Polizia Postale di Teramo. La scarsa formazione dell’agente fece sì che lo stesso equivocò una indicazione ricevuta, ritenendola vero e proprio ordine di servizio e, nei giorni successivi, prima di depositare la querela per truffa, effettuò tre accessi ai database informatici, in realtà su sezioni pubbliche accessibili da chiunque, al fine di verificare se il veicolo fosse stato oggetto di furto e comprendere dunque la portata di quanto accaduto. Da tali condotte, puntualmente rilevate nei mesi successivi dal responsabile della Questura di Teramo, scaturì un’inchiesta diretta dalla Procura distrettuale di L’Aquila che, all’esito della chiusura delle indagini preliminari, chiese ed ottenne il rinvio a giudizio dell’agente. La fattispecie di reato contestata, l’art. 615 ter II comma del c.p., tenuto conto della pluralità delle condotte contestate e della specifica qualifica rivestita dall’imputato, risultava essere particolarmente grave prevendendo un trattamento sanzionatorio che tramite l’applicazione della disciplina della continuazione di cui all’art. 81 c.p. poteva arrivare a superare anche i 10 anni di reclusione, oltre che significative pene accessorie. Il Tribunale di Teramo all’esito del processo penale, ha invece accolto la tesi difensiva secondo cui il fatto contestato dalla Procura distrettuale di L’Aquila non sussiste, per carenza assoluta dell’elemento oggettivo del reato. In ragione di ciò l’imputato è stato mandato assolto da ogni accusa, sancendo così la totale e più assoluta irrilevanza penale della condotta a lui contestata”. In punto di diritto, il legale dell’imputato ha altresì rilevato, “come la norma incriminatrice sia sempre tassativa ed imperativa, inadatta a qualsiasi forma di applicazione estensiva o analogica e che nella vicenda concreta sia altresì emersa la mancata di qualsivoglia misura di dolo nella condotta del proprio assistito. Una maggiore perizia ed un vaglio più scrupoloso,  – sempre secondo il legale – avrebbero persino potuto consentire di non celebrare affatto tale processo evitando all’origine una così grave imputazione, poiché non tutte le condotte umane debbono necessariamente, spesso oltretutto in maniera evidentemente forzosa, essere ricomprese nell’alveo del diritto penale”.

A buon fine è andato anche l’acquisto dell’auto: nessuna truffa, infatti, solo ritardi e blocchi burocratici dettati dalla pandemia. 

 

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