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Accoglienza, agli Ucraini dico: sarà difficile, non impossibile - Il Capoluogo
L'intervista

Accoglienza, agli Ucraini dico: sarà difficile, non impossibile

L'accoglienza di ieri e di oggi, la riflessione di Duli arrivato all'Aquila trent'anni fa. "Sarà difficile, ma non impossibile".

Accoglienza e nuovi inizi – Sono giorni scanditi dagli arrivi di cittadini ucraini in tutta Italia, nelle grandi città e nei piccoli comuni. Oggi, attraverso la voce di chi in Italia è arrivato trent’anni fa per fuggire da un’altra crisi, proponiamo una riflessione su quanto sta accadendo: “Ho la Macedonia nel cuore, ma la mia casa è qui in Italia. Agli ucraini dico: sarà difficile, ma non impossibile”.

L’Accoglienza di ieri e di oggi – “Avevo sei anni quando arrivai in Italia insieme alla mia famiglia. Ricordo che avevo una felicità incontenibile, la vivevo come una grande vacanza” – comincia così il racconto di Abdula Salihi, per tutti Duli, macedone di etnia albanese che da ventotto anni vive all’Aquila.
“Era il 1994, credo fosse il mese di febbraio, quando partii da Tetovo per raggiungere l’Italia. Il porto di Durazzo rappresentava il primo passo verso una vita nuova”.
In quegli anni la comunità albanese arrivò in Italia fino a diventare tra le più radicate nel nostro paese dopo l’ondata migratoria successiva allo sgretolarsi del regime comunista che dal dopoguerra aveva governato nel paese sulle rive dell’Adriatico.
“Gli italiani hanno sempre allungato la mano verso chi ha chiesto aiuto e hanno sempre aperto la porta di casa a chi ne aveva bisogno. Lo hanno fatto con noi, lo stanno facendo oggi con gli ucraini” – afferma Duli in questi giorni scanditi dall’arrivo degli ucraini che fuggono dalla loro terra.
Cosa ti senti di dire agli ucraini che stanno arrivando in Italia?
“L’educazione e il rispetto di chi ci ospita devono essere la base per la costruzione di una nuova vita, altrimenti non potrà esserci futuro qui. Personalmente noi ci siamo impegnati tanto a rispettare regole e leggi per costruire una nuova strada da percorrere”.

Frazione di Picenze, Barisciano

picenze paese in festa

L’accoglienza di ieri e di oggi, quali differenze?
“Prima andava di moda avere l’amico straniero, la cosa incuriosiva e affascinava sia il tuo vicino di banco che il coetaneo della porta accanto. C’era accoglienza, mi sono sentito subito a casa una volta arrivato in un piccolo paese come Picenze, un mondo nuovo per me e la mia famiglia, ma che ancora oggi posso chiamare casa. Oggi è diverso: c’è paura, diffidenza e fobia sociale”.

Tetovo, Macedonia

tetovo macedonia

E allora, com’è stato il tuo cammino?
“Da Tetovo, cittadina situata nel nord-ovest della Macedonia, a circa un’ottantina di chilometri dalla capitale Skopje, sono arrivato in un paese molto più piccolo a pochi chilometri dall’Aquila. Ho vissuto a Picenze, frazione di Barisciano per 13 anni: è il paese che ho nel cuore più di ogni altro, non mi dispiacerebbe tornare a vivere lì. Appena arrivato ho frequentato la scuola di Poggio Picenze, dove ho conosciuto i primi amici, poi quella di Barisciano fino alle medie. Ho proseguito gli studi all’Aquila come perito elettronico, ho aperto una partita iva e oggi faccio il capocantiere per un’azienda italiana”.
Oltre al lavoro e alla tua bella famiglia, dedichi molto tempo alla tua comunità.
“Sono presidente dell’associazione culturale Albanesi della Macedonia Rilindjia, nata nel 2010 con l’idea di organizzare attività di ogni tipo: eventi culturali, sportivi e religiosi a cui hanno preso parte donne macedoni, marocchine, albanesi, italiane con velo o senza velo. In quelle occasioni la religione e la cultura non hanno fatto differenza. E’ questo il nostro obiettivo. Per questo ci auguriamo di essere un punto di riferimento anche per chi sta arrivando in questi giorni”.
La tua associazione è a suo modo una casa per chi non conosce nulla e riparte da zero.
“Esattamente. E’ un’occasione per farsi conoscere, entrare in una rete di amicizie e sentirsi meno soli. Quando si fugge da qualcosa non è mai facile, la vita che lasci per quanto complicata manca e mancherà tantissimo anche se sei stati costretto. Io non sono fuggito dalla guerra come gli ucraini, ma ho visto la guerra. Nel 2001 per motivi personali siamo tornati a Tetovo e siamo rimasti intrappolati lì per tre lunghi mesi. In quelle settimane la Macedonia, senza nemmeno accorgersene, si ritrovò in guerra”.
Cosa ricordi?
“Non faccio paragoni con la guerra in Ucraina, ma ricordo il terrore che si prova, la vita scandita dall’insicurezza di ciò che può accedere da un secondo all’altro. Avevamo in testa la guerra del Kosovo che si trova a una manciata di chilometri dalla nostra Tetovo. Di notte si dormiva nei rifugi, mai in casa, tutti insieme. Ricordo le sirene, i bombardamenti. Un massacro pazzesco.
Duli com’è l’Italia?
“Adoro l’Italia, ma in alcuni momenti mi piacerebbe avere il coraggio dei miei amici e andare altrove, magari in Svizzera dove tutto funziona alla perfezione e dove la vita è più facile, anche per i figli. Qui con stipendi da settecento euro e affitti alle stelle spesso si fa la fame e si può dire che i conti non tornano, c’è qualcosa che non va nel sistema. Ma non riesco ad andar via, la mia casa è qui”.

 

 

 

 

 

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