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Stefano Vespa, un giornalista completo e una persona perbene: il ricordo di Giuseppe Sanzotta - Il Capoluogo
Il ricordo

Stefano Vespa, un giornalista completo e una persona perbene: il ricordo di Giuseppe Sanzotta

Giuseppe Sanzotta, editorialista del Capoluogo e già direttore de Il Tempo, ricorda Stefano Vespa.

Giuseppe Sanzotta, editorialista del Capoluogo e già direttore de Il Tempo, ricorda Stefano Vespa.

Parlare di un collega morto così improvvisamente non è facile. Si rischia la retorica, si rischia di offrire un ritratto sbagliato, o almeno poco credibile. Io invece vorrei parlare di Stefano, così come l’ho conosciuto. Lui, nato a L’Aquila il 25 aprile del 1957, ha iniziato a muovere i primi passi a Il Tempo. Il quotidiano che aveva una forte presenza in Abruzzo. Essere il fratello di Bruno, un giornalista televisivo famosissimo, per lui non è stato un vantaggio, ma talvolta un ostacolo. Quel cognome pesava, come le maldicenze che individuavano i suoi successi professionali nel cognome. Con grande sincerità dico che non era così. Io sono entrato a il Tempo nel 1992, venivo da altri quotidiani, avevo quindi una visione più laica di quella testata, per me era una tappa professionale. Per altri invece era molto di più. C’era un legame forte tra i giornalisti e Il Tempo e tra i giornalisti tra loro. Una grande famiglia, dove si litigava anche, ma restava una unione di fondo. Unione che si è conservata anche dopo il lavoro comune. Un legame che ha resistito negli anni. Lo provano le tante e sincere testimonianze di queste ore. Arrivo a Il Tempo nel 1992 e Stefano era già presente. Non ricordo se già faceva parte dell’ufficio dei caporedattori o era ancora in cronaca. Ma sono dettagli. Mi colpì subito la sua maniacale precisione. La sua estrema serietà sul lavoro: così capii subito, semmai avessi avuto qualche retropensiero, che lui era Stefano, non il fratello di Bruno. Così era già per gli altri.

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Potrei parlare delle tante condivisioni, ma vorrei sottolineare anche i diverbi, perché proprio quando si hanno dei contrasti emerge la capacità di mantenere il confronto a livelli di civiltà. Così abbiamo avuto divergenze sindacali. Io ero arrivato a Il Tempo su indicazione del nuovo editore che non era gradito al nucleo storico. I contrasti finirono, e non restò alcuna scoria. Poi ci furono episodi in cui la sua precisone emergeva, rispetto al mio modo di lavorare un po’ più confusionario. Lui era caporedattore, io guidavo l’ufficio interni, avevamo la stessa qualifica, ma  gerarchicamente era superiore a me. Così una volta venne con in mano una pagina pubblicata nella quale avevo violentato la grafica del giornale: Una cosa per lui inconcepibile e me lo disse. Risposi non proprio gentilmente, spiegando i motivi che mi avevano costretto. Non lo convinsi, mi aspettavo che mi dicesse: non lo fare più, Non lo fece e qualche giorno dopo mi scusai con lui. Ricordo anche un altro episodio, ancora più serio. Io ebbi una notizia particolarmente importante, su una operazione di polizia. Saltai tutti i gradi intermedi del giornale, ne parlai con il direttore e la pubblicammo. La notizia fece scalpore. Troppo. Stefano si precipitò da me rimproverandomi l’imprudenza, avvertendomi che ci sarebbero state conseguenze giudiziarie e soprattutto di non averlo avvertito. Feci spallucce. Le reazioni le avevo calcolate, comprese quelle giudiziarie, che si fermarono alla fase preliminare.
Imparai però a fidarmi di lui, quando Il Tempo, per ragioni economiche, rinunciò ai correttori di bozze, era l’ufficio centrale dei caporedattori che doveva controllare. E Stefano era una sicurezza. Così nei turni di notte dove  la precisione è fondamentale lui era una certezza. Prezioso è stato per me quando nel 2000  ottenni la mia prima direzione del giornale. Sapevo di poter contare su di lui, ero consapevole della sua lealtà, e della sua professionalità.

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Era un bravo cronista, aveva fatto sua la capacità propria del cronista, di verificare le fonti, di analizzare i dati in possesso. Di non tralasciare nessuna informazione. Per questo era un giornalista completo sia quando si occupava di terrorismo, o di politica o di esteri. Così, quando nel 2003, lasciò Il Tempo per Panorama, tutti noi capimmo che perdevamo un elemento prezioso. Un uomo, prima che un giornalista che sapeva mantenere la calma in tutti i momenti critici della vita di un quotidiano, quando la lotta contro i minuti può portare a quell’ansia improduttiva e confusionaria. Lui c’era e sapeva razionalizzare il lavoro. Due parole sul suo carattere. Era schivo, ma non un solitario, era serio ma non serioso. Una persona per bene. Un bravo giornalista. Un uomo morto troppo giovane. Addio Stefano.

(In copertina, foto formiche.net)

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