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Tutti i Santi giorni, 3 gennaio: il Santissimo Nome di Gesù

Il 3 gennaio ricorre la devozione del Santissimo Nome di Gesù. La rubrica "Tutti i Santi giorni" a cura di Lucia Celenza

Il 3 gennaio ricorre la devozione del Santissimo Nome di Gesù. La rubrica “Tutti i Santi giorni”.

Per l’origine del culto del Nome di Gesù, si ricordano citazioni dal Vecchio Testamento che ne confermano l’antichità. Gli Apostoli e San Paolo, fervido sostenitore del Santissimo Nome, nella loro predicazione ne sottolinearono la forza evocatrice, tradizione mantenuta viva dai Padri e dai Dottori della Chiesa. Nell’età moderna, la Chiesa ebbe un comportamento distaccato nei confronti di questa devozione: fino al 1721, infatti, anno dell’approvazione diretta con l’istituzione della festa del Nome di Gesù, i pontefici mantennero un atteggiamento di tolleranza del culto, da praticare privatamente e non nell’ambito del calendario della Santa Sede.

Il segno grafico e abbreviato del Nome di Gesù risale all’epoca in cui i copisti dei manoscritti greci del Nuovo Testamento si trovarono di fronte alla necessità di rendere in maniera sintetica l’inevitabile ripetizione del Nome ΙΗΣΟΥΣ. Da qui passò, con le traduzioni del testo evangelico, nella lingua latina, mantenendo le stesse lettere che simboleggiano il Santo Nome, l’IHS, dove la H però non era altro che l’originaria ETA greca; queste lettere rappresentano anche l’abbreviazione di Iesus Hominum Salvator, Gesù Salvatore degli uomini. Il trigramma aveva già avuto diffusione in epoca medievale un po’ in tutta Europa. In particolare, a Siena, patria di Bernardino, era stato promotore del culto il B. Giovanni Colombini, che aveva utilizzato la sigla IHS come emblema della congregazione dei Gesuati, da lui fondata nel 1354.

L’ideazione della tavoletta con inciso il trigramma IHS e il disegno per l’immagine furono una creazione di San Bernardino che ha lasciato precise descrizioni e simboliche esegesi delle sue singole forme. Al centro della tavola, generalmente quadrata, andava il monogramma in lettere oro su campo azzurro, inscritto in un sole, circondato da dodici raggi maggiori – i dodici apostoli – e da un numero imprecisato di raggi minori, che simboleggiano la capacità effusiva del primo motore fisico dell’universo, il sole, assunto a sua volta come simbolo di forza spirituale.

Le reazioni della Chiesa alla tavoletta bernardiniana non furono sempre favorevoli, tanto che spesso l’autorità ecclesiastica ordinò di inserire, nell’asta del trigramma, la rappresentazione del Crocifisso. La presenza o meno della figura di Cristo in Croce, che talvolta compare a sé stante fra le aste della H maiuscola, può essere un elemento indicativo per la datazione delle opere d’arte legate all’Osservanza francescana, poiché il Santo subì ben due processi, nel 1427 e nel 1431, con l’accusa di fomentare una forma di idolatria.

Ciononostante, vista la diffusione del trigramma e la ripresa del culto da parte di personalità autorevoli come Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, la Chiesa non poté assumere un atteggiamento troppo rigido, in vista del riavvicinamento, mirabilmente operato da San Bernardino, della massa popolare alla Chiesa. Anzi, la raccomandazione di porre il trigramma anche in luoghi non di culto, come “decoro” alla città e “difesa”, fu seguita a lungo dai fedeli, come dimostrano le numerose raffigurazioni pubbliche e private del simbolo, tutt’ora chiaramente individuabili anche sugli architravi di molti palazzi aquilani.

In copertina, il dipinto su tavola con il trigramma risalente al XV secolo appartenuto, secondo la tradizione, a San Giovanni da Capestrano. È stato custodito gelosamente attraverso i secoli dalla comunità francescana aquilana e oggi è nel convento di San Giuliano.

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