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Delitto Barisciano, resta in carcere l’imputato

Resta in carcere l'unico imputato per il delitto di Barisciano: le motivazioni della Corte di Cassazione che ha respinto la richiesta di scarcerazione mossa dalla difesa.

Delitto di Barisciano: resta in carcere Gianmarco Paolucci, unico indagato e attualmente imputato per la morte di Paolo D’Amico.

La Corte di Cassazione era stata chiamata ad espriemersi su due presunte violazioni in relazione alla detenzione di Paolucci accusato di aver ucciso brutalmente Paolo D’Amico, dipendente comunale, trovato morto nella sua abitazione tra Picenze e Barisciano, a novembre del 2019.

Omicidio di Barisciano, inammissibile il ricorso in Cassazione: Paolucci resta in carcere

Dopo l’arresto avvenuto agli inizi di febbraio, il GIP aveva confermato la misura cautelare in carcere, così, la difesa rappresentata dall’avvocato Mauro Ceci aveva ricorso al Tribunale del Riesame, che però aveva confermato la misura a carico di Paolucci. Da qui, l’ulteriore ricorso alla Corte di Cassazione.

La difesa aveva puntato il dito anche contro l’omessa integrale trasmissione degli atti da parte della Procura al Tribunale della Libertà, posti a suo fondamento e di quelli acquisiti successivamente all’emissione ed esecuzione dell’arresto del giovane. Infine il presunto vizio di motivazione nell’aver ritenuto la sussistenza, a carico di Paolucci, di un quadro di gravità indiziaria e di esigenze cautelari di pregnanza tale da imporre l’adozione ed il mantenimento della misura di estremo rigore.

Per i giudici della Cassazione quindi il Tribunale del Riesame ha dato conto, in modo ampio ed esaustivo delle ragioni che hanno indotto a ritenere la sussistenza dei gravi indizi a carico dell’imputato.

Sul corpo della vittima erano state trovate tracce di materiale biologico riconducibili a Paolucci che aveva anche dato un alibi risultato poi inattendibile, come dimostrato anche dai tabulati del telefono e dalle celle, che avrebbero agganciato la zona del delitto.

Sempre l’imputato, come evidenziato dalla Cassazione, si era rifiutato di fornire un prelievo per repertare materiale utile alla comparazione del dna.

Come riporta Il Messaggero, in relazione poi all’arma usata per il delitto (secondo l’accusa si è trattato di un destroide, secondo la difesa l’imputato è mancino) la Cassazione ha ribadito come non fosse stato eventualmente difficile per il giovane usare anche la mano destra per colpire a morte Paolo D’Amico. Infine, è stata sottolineata anche l’efferatezza del delitto, frutto probabilmente di dolo d’impeto.