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Le nuove stanze della poesia, “Davanti San Guido” di Giosuè Carducci

Un'altra poesia di Giosuè Carducci per l'appuntamento con la rubrica Le nuove stanze della poesia, a cura di Valter Marcone.

La poesia “Davanti San Guido” di Giosuè Carducci che trascrivo di seguito è una poesia abbastanza lunga che dava il tormento agli studenti quando la si doveva mandare a memoria.

E anche qui, per il target di questa rubrica occupa da sola uno spazio spropositato. Ma non è possibile parlando dello poesie dei banchi di scuola e in particolare di quelle di Giosuè Carducci non rileggere e commentare “Davanti San Guido “ erché, a mio avviso , contiene un mondo. Per quanto lontano, per quanto diverso, per quanto forse fuori dalla sensibi9lità di oggi ma sempre un mondo vivo, vero, nuovo. Rimane come un affresco.

Anzi è come il punto di partenza, il big bang di un universo.

In termini astronomici i fenomeni che noi vediamo in questo momento nel cielo in realtà sono avvenuti anche miliardi di anni fa e hanno impiegato tutto questo tempo per arrivare fino a noi. Per sapere quello che sta avvenendo in questo momento nell’universo bisogna dunque aspettare miliardi di anni. E’ la stessa cosa con questa poesia di Carducci . Quello che leggiamo è avvenuto miliardi di anni fa e quello che ci vuole dire ce lo dirà ancora tra miliardi di anni. Ecco perché si dice che è immortale. In questa puntata dunque leggiamo soltanto la poesia. Prendiamo verso per verso e teniamolo nella mente e nel cuore come un viatico, un antica bussola per la direzione di emozioni e sentimenti di oggi , di tutti gli oggi della nostra vita.

Oggi che sono il compimento di ieri e anticipo di domani. Fermiamoci a questo. Solo a questo per il momento. Nella prossima puntata esamineremo questi versi e racconteremo altri episodi della vita dell’autore

I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
van da San Guido in duplice filar,
quasi in corsa giganti giovinetti
mi balzarono incontro e mi guardâr.
Mi riconobbero, e “Ben torni omai”
bisbigliaron vèr me co ‘l capo chino
“Perché non scendi? perché non ristai?
Fresca è la sera e a te noto il cammino.
Oh sièditi a le nostre ombre odorate
ove soffia dal mare il maestrale:
ira non ti serbiam de le sassate
tue d’una volta: oh, non facean già male!
Nidi portiamo ancor di rusignoli:
deh perché fuggi rapido così?
Le passere la sera intreccian voli
a noi d’intorno ancora. Oh resta qui!”.
“Bei cipressetti, cipressetti miei,
fedeli amici d’un tempo migliore,
oh di che cuor con voi mi resterei”
guardando io rispondeva “oh di che cuore!
Ma, cipressetti miei, lasciatem’ ire:
or non è più quel tempo e quell’età.
Se voi sapeste!… via, non fo per dire,
ma oggi sono una celebrità.
E so legger di greco e di latino,
e scrivo e scrivo, e ho molte altre virtù;
non son più, cipressetti, un birichino,
e sassi in specie non ne tiro più.
E massime a le piante. “Un mormorio
pe’ dubitanti vertici ondeggiò,
e il dì cadente con un ghigno pio
tra i verdi cupi roseo brillò.
Intesi allora che i cipressi e il sole
una gentil pietade avean di me,
e presto il mormorio si fe’ parole:
“Ben lo sappiamo: un pover uomo tu se’.
Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse
che rapisce de gli uomini i sospir,
come dentro al tuo petto eterne risse
ardon che tu né sai né puoi lenir.
A le querce ed a noi qui puoi contare
l’umana tua tristezza e il vostro duol.
Vedi come pacato e azzurro è il mare,
come ridente a lui discende il sol!
E come questo occaso è pien di voli,
com’è allegro de’ passeri il garrire!
A notte canteranno i rusignoli:
rimanti, e i rei fantasmi, oh non seguire;
I rei fantasmi che da’ fondi neri
de i cuor vostri battuti dal pensier
guizzan come da i vostri cimiteri
putride fiamme innanzi al passegger.
Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,
che de le grandi querce a l’ombra stan
ammusando i cavalli e intorno intorno
tutto è silenzio ne l’ardente pian,
ti canteremo noi cipressi i cori
che vanno eterni fra la terra e il cielo:
da quegli olmi le ninfe usciran fuori
te ventilando co ‘l lor bianco velo;
e Pan l’eterno che su l’erme alture
a quell’ora e ne i pian solingo va
il dissidio, o mortal, de le tue cure
ne la diva armonia sommergerà”.
Ed io “Lontano, oltre Appennin, m’aspetta
la Titti” rispondea; “lasciatem’ ire.
È la Titti come una passeretta,
ma non ha penne per il suo vestire.
E mangia altro che bacche di cipresso;
né io sono per anche un manzoniano
che tiri quattro paghe per il lesso.
Addio, cipressi! addio, dolce mio piano!”.