Quantcast

25 novembre: per tutte le volte che la violenza è entrata nelle nostre vite di donna

25 novembre, giornata per l'eliminazione della violenza contro le donne: la storia di Anna, Alice e Maria. Cosa accade in ufficio quando si ha a che fare con un superiore che pretende un rapporto tutt'altro che professionale non si racconta tutti i giorni. Noi la raccontiamo oggi

Per tutte le volte che siamo state vittime di violenza e ci siamo sentite in colpa: perchè ci hanno fatto sentire in colpa o perchè gli stereotipi della società, in cui siamo cresciute e viviamo, ci sussurravano in maniera non tanto velata “te la sei cercata”. Per tutte quelle volte che abbiamo pensato: “Ma a me non capiterà mai”. E invece ci siamo cadute dentro con tutte le scarpe.

Per tutte quelle volte che sulla nostra strada abbiamo trovato un uomo che non accettava un “no”. Per tutte quelle volte che abbiamo pensato che parlare di violenza di genere fosse roba “da femministe”: e invece poi ti rendi conto che parlarne, parlarne e parlarne è l’unico modo di affrontare la paura e chi vuole incuterla.

Per tutte quelle volte che abbiamo pensato che la violenza contro le donne fosse “solo” quella fisica: e invece no. Perchè quella psicologica, fatta di messaggi e minacce a notte fonda, di spazi privati rubati, di ricatti sottili portati avanti da una persona con una posizione sociale od economica superiore, distrugge. E violenta.

Anna, Alice e Maria sono le protagoniste di tutte queste volte.

Vivono in una lettera aperta, consegnata con amore nelle mani del Capoluogo e che oggi vi proponiamo per riflettere sul senso del 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Perchè Anna, Alice e Maria hanno deciso di parlare, di buttare fuori il veleno che qualcun altro gli aveva iniettato dentro le vene: quel senso di colpa, inadeguatezza, dolore che prende fino alle ossa. E, spesso, blocca ogni reazione.

25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Le storie di Anna, Alice e Maria

Io sono Anna, Alice, Maria. Noi siamo Anna, Alice e Maria.

Nomi di fantasia per raccontare una storia, simile e uguale ad altre dieci-cento-mille storie.

Quella volta in cui Anna fu bloccata dal capo sulle scale per un bacio non desiderato, se la ricorda bene.

Quelle volte in cui Alice combatteva con attacchi d’ansia quando ogni mattina varcava la porta del suo ufficio, se le ricorda bene.

Quelle volte in cui Maria si sentiva paralizzata e immobile davanti ad alcuni comportamenti, ma anche sbagliata, Maria non le dimentica.

Quelle volte in cui Anna, Alice e Maria si costringevano a vivere in una gabbia di paura e silenzio per “salvare” il contratto di lavoro necessario a vivere.

Cosa accade in ufficio, tra carte, fotocopie, pratiche da sbrigare quando si ha a che fare con un superiore che pretende un rapporto tutt’altro che professionale non si racconta tutti i giorni.

E’ una violenza diversa, ma costante, che ti mangia le energie, che ti succhia la vitalità.

Si nasconde dietro forme di ricatto emotivo con lo scopo di esercitare controllo. E’ una situazione così subdola che risulta spesso difficile da riconoscere ed identificare con il termine V I O L E N Z A per chi la subisce.

Ci sono donne, e sono tantissime, legate al posto di lavoro con un filo così precario che pensano solo a quale sia il male minore: rinunciare a quel lavoro o subire e convivere con le avances di un capo che ha perso di vista la realtà?

La seconda via viene scelta come il male minore, purtroppo, nel mare di incertezze di questa società dove avere una occupazione è un lusso per poche.

Spesso Anna, Alice e Maria hanno pensato: “E’ colpa mia, magari ho i jeans aderenti, sorrido e sono gentile”.

Ma sorridere ed essere “carine” non vogliono assolutamente essere degli inviti ad “altro”.

Il fatto che si ha bisogno di lavorare non dà a nessuno il diritto di approfittarsi, in tutte le forme possibili, della posizione di autorità che esercita su di te .

Tutto chiaro, ma la mente di una donna va oltre e si scontra con gli stereotipi di chi ti fa la morale con un lapidario “Te la sei cercata”, “Così vuoi fare carriera”, “Vuoi aggiudicarti il posto”.

Colpevolizzare la vittima è la strada più semplice, soprattutto in questi casi, dove la vittima si condanna addirittura da sola e si ficca in una gogna perdendo la forza necessaria a reagire insieme alla lucidità per intraprendere una qualsiasi azione diversa dal subire ogni giorno.

Anna, Alice e Maria non hanno risolto ancora il loro problema.
Vivono costrette nella gabbia come fosse un limbo, nell’attesa che qualcosa cambi.

Ma Anna, Alice e Maria hanno cominciato a parlarne senza vergogna e senza paure, certe che sia esattamente questa l’unica via di uscita.

Qualcosa cambia solo se ne parliamo.