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Quirinale, Mattarella gela il PD sul mandato bis: ora i giochi sono aperti

Il pressing del Pd è finito. Mattarella a febbraio uscirà per sempre dal Quirinale. I giochi sono aperti e il voto segreto è l'occasione per i parlamentari di smarcarsi dai partiti

Quirinale, Mattarella frena il Pd sul mandato bis.

Il pressing del Pd è finito. Mattarella ha chiuso a ogni possibilità: a febbraio uscirà per sempre dal Quirinale. Non accetterà alcun reincarico. Non solo, ma ricordando il presidente Leone, ha preso spunto proprio dalle parole del suo predecessore contro un secondo mandato presidenziale. In modo esplicito, che a qualcuno è parso anche con tono irritato, ha chiuso la porta alle pressioni dei partiti, soprattutto del Pd, che volevano spostare in avanti la questione dell’elezione del Capo dello Stato.

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Questo perché nessuno degli schieramenti ha una maggioranza in Parlamento e, soprattutto, chi non vuole le elezioni anticipate teme che una candidatura di Draghi spiani la strada al voto. Con il capo del governo al Quirinale sarebbe difficile trovare un personaggio che possa godere dello stesso sostegno per Palazzo Chigi. Mattarella ancora al Quirinale avrebbe potuto allontanare questo rischio. Ma il presidente ha messo le forze politiche davanti alle proprie responsabilità: spetta a questo Parlamento scegliere il successore.

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Quirinale, così adesso tutti i giochi sono aperti.

L’unica forza politica che ha le idee chiare è Fratelli d’Italia: vorrebbe Draghi al Quirinale e poi le elezioni.

Sfida per il Quirinale: destra, sinistra e nuove alleanze

Una prospettiva che la Lega, se messa alle strette, potrebbe accettare, non così Forza Italia che, invece, vuole che continui la legislatura e spera in una candidatura di Berlusconi. Ipotesi lontana dal realizzarsi. Alla fine potrebbe puntare su Amato, Berlusconi lo aveva proposto già sette anni fa. Ma gli alleati di centrodestra sarebbero disposti a seguirlo?

Ma anche a sinistra non c’è sicuramente unità d’intenti. Pd e 5Stelle dovrebbero trovare un’intesa su un candidato comune. Può il partito di Conte accettare un nome proposto dal Pd? E soprattutto chi? Prodi è tornato sulla scena, ma difficilmente accetterebbe di esporsi non avendo alcuna certezza, anzi la quasi certezza di una bocciatura. Si torna così al punto di partenza, nessuno dei due schieramenti ha la forza per eleggere il Capo dello Stato. In mezzo c’è una zona grigia composta dal gruppo misto, mai così tanto numeroso, ma politicamente non decifrabile, e dal partito di Renzi, che cerca di smarcarsi e che con l’elezione del Capo dello Stato avrebbe un’occasione per tornare alla ribalta.

Lo sanno bene gli esponenti del Pd, che diffidano delle mosse di Renzi e dei suoi, arrivando perfino a sospettare intese con la destra. A rendere difficili i giochi c’è anche il voto segreto, che è un’occasione per i parlamentari per smarcarsi dalle direttive del partito. Una situazione in cui trovare posto in una politica corsara da parte di chi non ha la forza per imporre qualcosa, ma può spostare gli equilibri e divenire un interlocutore prezioso. Questo ruolo non può averlo il gruppo misto che ha all’interno anime diverse. Ma può averlo Matteo Renzi.

Non sarà l’erede di Andreotti, non avrà l’acume del suo illustre concittadino Machiavelli, ma non è nuovo a colpi di scena e giravolte, a volte tanto spericolate da provocare rovinose cadute. Non a caso, dopo aver vantato un 40 per cento di consensi con il Pd, ora con Italia Viva naviga sotto il 2 per cento. Un partitino che potrebbe essere spazzato via alla prossima tornata elettorale. Così il Quirinale è anche l’occasione, forse l’ultima, per tornare nella scena politica. I precedenti non mancano.

Nel 2018, dopo le dimissioni dalla segreteria, impedì la nascita di un governo tra Pd e 5Stelle. Poco più di un anno dopo spiazzò i vertici del suo partito, portandoli a sostenere un nuovo governo Conte, con la sinistra al posto della Lega. Formato un suo partito, Italia Viva, è stata la spina nel fianco dello stesso Conte, fino a provocarne le dimissioni e a impedirne il reincarico, favorendo così l’avvento di Draghi. E adesso?

È prevedibile che non farà da spalla a nessuno degli schieramenti. Rivendicherà libertà di azione. Ha dimostrato di poterlo fare votando in Parlamento in completa autonomia, a volte in sintonia con la Destra. Il rifiuto di Mattarella, apre dunque uno scenario che Renzi cercherà di sfruttare. Destra e sinistra non hanno i numeri e alle prime tre votazioni presenteranno o candidati di bandiera o voteranno scheda bianca. Dalla quarta in poi si aprono i gioch,i con il quorum che scende alla metà degli aventi diritto al voto. Ma se le votazioni non dovessero portare ad alcun risultato, ci sarebbe bisogno di una mediazione, di un personaggio capace di allargare l’area del consenso.

In questo caso Renzi potrebbe giocare la sua carta sponsorizzando una candidatura: potrebbe essere Casini, ma anche la presidente del Senato Casellati, oppure il ministro Cartabia. Questo scenario dopo il no di Mattarella è possibile. Lo spera Renzi, che ha forse l’ultima possibilità per incidere nella politica italiana. Possibile, ma non certo.

Il no di Mattarella è arrivato molto prima dell’inizio delle votazioni. Ora tutti sanno che in caso di stallo non ci sarà – come fu con Napolitano – quella soluzione di riserva. Dunque, il confronto è indispensabile. Ma le carte stavolta potrebbero darle anche altri attori.