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Le nuove stanze della poesia, Il bove di Giosuè Carducci

"Il bove"di Giosuè Carducci, un'altra poesia dei banchi di scuola, per l'appuntamento con la rubrica di Valter Marcone.

Per le poesie dei banchi di scuola la scorsa settimana ho trascritto e commentato una poesia di Giosuè Carducci (Valdicastello, 27 luglio 1835 – Bologna, 16 febbraio 1907), Pianto antico.

Ho ricordato i primi anni di vita del poeta fino al compimento degli studi. Questi anni giovanili sono anche anni di intensa sperimentazione poetica. Carducci affida ai suoi versi il tentativo di affrancarsi da un’impostazione romantica di cui era intrisa la sua educazione e dai temi dei componimenti della prima adolescenza.

Tra il 1850 e il 1853 sperimenta dunque l’ode saffica (Invocazione e A O. T. T.) e alcaica (A Giulio), gli inni (A Febo Apolline, A Diana Trivia) e i brani d’ispirazione oraziana. Gli anni della frequenza della Facoltà di lettere della Scuola Normale di Pisa, dove si era potuto iscrivere grazie ad un borsa di studio, furono anni in cui si “diede allo studio anima e corpo, con quell’amore estremo di cui già aveva dato prova negli anni precedenti. All’infuori dell’orario di lezione, le giornate si consumavano abitualmente entro le pareti della sua stanza.” Con qualche capatina in città che grazie al suo carattere si trasformava in appassionate serate al Caffè Ebe, dove si riunivano alcuni intellettuali pisani e il futuro vate dibatteva per ore di politica e letteratura bevendo il ponce. D’altra parte, i normalisti lo ammiravano e gli volevano bene, consci inoltre del fatto che quando si avvicinavano gli esami era opportuno “tenerselo buono”.Come dice R.della Torre, Invito alla lettura di Carducci, Milano, Mursia, 1985 pp. 13-15 “Pisa aveva reagito con veemenza ai moti rivoluzionari da poco trascorsi. Alla Normale non solo erano obbligatori la Messa mattutina e il Rosario serale, ma, racconta Cristiani, «Ogni mese dovevamo pure intervenire, cogli altri scolari della Università, alla congregazione, nella chiesetta di san Sisto. Guai a chi avesse ciarlato durante la lunga predica, o fosse mancato all’appello; i bidelli con lapis e carta prendevano nota di tutto per riferirne ai superiori. … Tutte queste pratiche di religione toglievano del tempo allo studio; e il Carducci, che del tempo era economo come l’avaro della borsa, portava anche alla messa, in cambio del libro d’orazioni, un qualche classico del formato in sedicesimo». Il 2 luglio 1856 conseguì la laurea in filosofia e filologia con una tesi intitolata Della poesia cavalleresca o trovadorica, inno, vi si legge, al «risorgimento intellettuale (il risorgimento della letteratura e dell’arte in Italia sul finire del medio evo)», lode a Cielo d’Alcamo, ai poeti dello stilnovo, a san Francesco d’Assisi e naturalmente a Dante Alighieri, nell’esaltazione dei modelli classici latini imprescindibile modello anche per la letteratura presente.

Trascrivo la poesia “Il bove “
T’amo, o pio bove; e mite un sentimento
Di vigore e di pace al cor m’infondi,
O che solenne come un monumento
Tu guardi i campi liberi e fecondi,

0 che al giogo inchinandoti contento
L’agil opra de l’uom grave secondi:
Ei t’esorta e ti punge, e tu co ‘l lento
Giro de’ pazienti occhi rispondi.

Da la larga narice umida e nera
Fuma il tuo spirto, e come un inno lieto
Il mugghio nel sereno aer si perde;

E del grave occhio glauco entro l’austera
Dolcezza si rispecchia ampio e quieto
Il divino del pian silenzio verde.

Il testo autografo porta la data del 23 novembre 1872. Fu pubblicata in edizione originale nella Strenna bolognese. Raccolta di prose e poesie inedite, Bologna, Società tipografica dei Compositori, 1873, p.168 [1], con il titolo Contemplazione della bellezza e sotto lo pseudonimo di “Enotrio Romano”. Fa parte della raccolta Rime nuove, che raccoglie liriche scritte dal 1861 al 1887. È un sonetto a schema ABAB ABAB CDE CDE.

L’atmosfera è quella rurale con un’idea della Natura che dona pace e serenità all’uomo che la contempla. C’è poi il tema del lavoro che è fondamento di una civiltà quella contadina e della fertilità della terra . Tutto come dicevo in un’atmosfera di “forte tranquillità” e “serenità virile“. Non si sente il tormento della natura che è poi la caratteristica del secolo successivo e quello attuale . Una natura che è ancora luogo dove rifugiarsi per ritrovare vigore e forza. Il placido bue, “fotografato” dall’autore nell’atto di pascolare, diventa l’emblema di una realtà priva di “contaminazioni”. E’ una specie di emblema che aiuta il poeta a parlare del mondo , che per Carducci è appunto caratterizzato dall’osservanza di principi etico-morali e dalla serenità d’animo.

La raccolta “Le Rime nuove “ di cui fa parte “ Il bove” contiene composizioni che seguono i metri tradizionali della poesia italiana. Offrono poi la varietà degli argomenti cari al Carducci e risentono dal punto di vista dell’ispirazione delle impressioni che l’autore riporta dalla lettura dei classici della letteratura o dalla rievocazione nostalgica di eventi storici del passato . Contengono anche temi biografici,in particolare della propria giovinezza raffrontata all’età successiva. Il paesaggio non solo della Maremma e i sentimenti come l’amore completano il quadro dei temi .