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Draghi, il Quirinale e la guerra tra Salvini e Giorgetti

Se Mattarella dicesse sì, il balletto finirebbe subito. Ma Mattarella non sembra intenzionato a ritornare sui suoi passi. Allora, tra i partiti le candidature si accavallano e intanto la Legge di Bilancio è stata approvata nel silenzio generale

Draghi, il Quirinale e la guerra tra Salvini e Giorgetti.

Se Mattarella dicesse quel sì tanto atteso il balletto finirebbe subito. Il sì è l’accettazione da parte del presidente della Repubblica di un nuovo mandato al Quirinale. Ma Mattarella si è esposto e non sembra intenzionato a ritornare sui suoi passi. Così i partiti e i loro leader, che in questa fase sembrano non toccare palla, discutono di Quirinale, si accavallano candidature e inevitabili smentite. Si disegnano scenari. La politica è commissariata, c’è l’attesa messianica per gli aiuti europei.

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Così il governo vara la sua legge di bilancio, il momento più delicato per qualsiasi esecutivo, quasi nel silenzio generale. I sindacati hanno minacciato uno sciopero, per poi fare marcia indietro. Certamente la battaglia parlamentare ci sarà, ma nessuno vuole mettere in discussione il capotreno. Il convoglio, per citare Giorgetti, lo guida Draghi e, secondo il ministro leghista, potrebbe continuare a farlo anche dal Quirinale in una sorta di semipresidenzialismo di fatto, ma non previsto dal nostro ordinamento.

Ogni tanto c’è qualche “coraggioso” che prova a sondare il nostro premier sul dopo Mattarella, tentativo inutile perché della scadenza di febbraio Draghi non parla. Non si sa se perché non interessato o soltanto per non scoprire le carte. Del resto in silenzio restano i possibili candidati come Casini, Cartabia, la presidente del Senato Casellati oppure Prodi. L’unico che non si nasconde è Berlusconi, ma per lui la strada verso il Colle è impervia.

Il voto segreto, come dimostra l’esito della votazione sulla legge Zan, prova che senza intese tra gli schieramenti nessuno può essere certo. Berlusconi ci spera, ha avuto da Meloni e Salvini l’assicurazione sul sostegno. Anche i dissidenti di Forza Italia hanno garantito lealtà. Anche ammesso che tutti siano di parola, mancano lo stesso dei voti. Impresa difficile trovarne. E Berlusconi, non vuole essere un candidato di bandiera, vuole correre per vincere. Così la sortita di Giorgetti non deve essergli proprio piaciuta. Lui della Lega che candida Draghi.

Il fatto che Giorgetti sembra vedere un futuro senza elezioni, con Draghi al Quirinale come garante verso l’Europa, e un uomo a lui vicino a Palazzo Chigi (il nome gettonato è quello del ministro Franco) sostenuto dall’attuale maggioranza. Questa l’ipotesi del semipresidenzialismo fatto in casa. Ci sono però delle incognite. L’eventuale elezione di Draghi al Quirinale, porterà alla crisi di governo. Non è proprio sicuro che resti la stessa maggioranza, o che se ne formi una. Comunque le elezioni sarebbero a un passo e per la campagna elettorale è meglio avere le mani libere. Soprattutto Salvini, infastidito più che mai dalla sortita di Giorgetti, che ipotizza una Lega moderata, europeista e in sintonia con i popolari europei. Una Lega che non sta con Bolsonaro. Così si è aperto il confronto, o meglio lo scontro tra le due anime. Uno scontro che potrebbe avere conseguenze, se non immediate, almeno nel futuro.

C’è già chi immagina la costruzione di un nuovo assetto politico centrista, che parta dagli scontenti dei due schieramenti. I nomi? Calenda, Giorgetti, Carfagna, Brunetta. Poi c’è Renzi, anche se il suo peso elettorale ormai è quasi zero. Fantapolitica? Possibile. Ma chi avrebbe mai pensato, solo 4 anni fa, a una maggioranza composta da Lega, Forza Italia, Pd e 5Stelle? Fantapolitica, si sarebbe detto. Comunque vada l’elezione del presidente della Repubblica sarà il momento decisivo, se c‘è l’intesa su un candidato, che non sia Draghi, il governo continuerà fino al termine naturale della legislatura. Se fosse eletto Draghi, il rischio di elezioni sarebbe molto probabile.

Non solo, ma con una crisi politica arriverebbero al pettine tutti i nodi dei partiti: soprattutto Lega e 5Stelle. Nel primo caso si scoprirebbe, forse, che quella di Giorgetti non è una voce isolata. Ne è convinto lo stesso Salvini che si è preoccupato di convocare i big del partito con lo scopo di verificare se la frattura sia un caso isolato. I recenti risultati elettorali non hano rafforzato il “capitano”, che dal Papete in poi ha perso consensi nel Paese e fatto nascere dubbi nella Lega. Non sfonda al sud e nella roccaforte del Nord i segnali non sono positivi. Non ha strappato Varese alla sinistra. A Milano non è mai stato in partita e, soprattutto, i governatori leghisti – Zaia, Fedriga e Fontana – hanno posizioni autonome e talvolta divergenti con quelle del vertice leghista.

Altro capitolo riguarda i 5Stelle. L’effetto Conte non c’è stato. A Torino e Roma, dove c’erano sindaci pentastellati, i candidai non sono nemmeno arrivati al ballottaggio. C’è Di Battista che in tour per l’Italia cerca di richiamare le parole d’ordine della prima ora. Una situazione confusa, con scissioni e fughe sempre possibili.

Nonostante tutto il governo va. Draghi prosegue per la sua strada senza eccessive mediazioni, sono gli altri ad adeguarsi. I partiti generalmente fuori gioco hanno solo la carta del Quirinale per tornare a contare. La spenderanno?

 

 

Foto di Ansa