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Natalia Ginzburg, 30 anni dalla scomparsa: a Pizzoli “il tempo migliore della mia vita”

A 30 anni dalla scomparsa, IlCapoluogo.it ricorda la scrittrice Natalia Ginzburg che trascorse tre anni a Pizzoli, con il marito Leone, mandato al confino dal regime fascista.

A 30 anni dalla scomparsa, IlCapoluogo.it ricorda la scrittrice Natalia Ginzburg che trascorse tre anni a Pizzoli, con il marito Leone, mandato al confino dal regime fascista.

Sono passati 30 anni dalla scomparsa di una delle più grandi scrittrici italiane, Natalia Ginzburg, intellettuale antifascista che legò a Pizzoli alcune delle pagine più belle che raccontano l’Abruzzo e il territorio aquilano. In “Inverno in Abruzzo”, la scrittrice raccontava “il tempo migliore della mia vita” proprio a Pizzoli, che doveva essere un posto di confino, ma si è rivelata accogliente, “forte e gentile” nei confronti dei perseguitati dal regime. A distanza di 30 anni dalla sua morte avvenuta a Roma, IlCapoluogo.it la ricorda con l’articolo vincitore del terzo posto al Premio Polidoro nel 2019.

Una delle più grandi scrittrici italiane dal 1940 al 1943 soggiornò a Pizzoli (AQ), con il marito mandato al confino dal regime fascista. Leone e Natalia Ginzburg, una storia da ricordare.

Leone era un intellettuale. E un antifascista. Di origini ebraiche. Una combinazione intollerabile durante il periodo fascista per cui era semplicemente “persona pericolosa per la sicurezza dello Stato”. In aggiunta, anche sua moglie Natalia era “mezza ebrea”. Il suo nome completo è infatti Natalia Levi Ginzburg: suo padre è Giuseppe Levi, illustre scienziato triestino di origine ebraica, mentre sua madre, Lidia Tanzi, è cattolica. Ma Natalia non è solo la moglie di Leone, è una delle più grandi scrittrici del Novecento che, a causa dell’impegno politico e intellettuale contro il regime fascista (suo e del marito), fu costretta al confino. Per Leone, raggiunto poi dalla moglie e dai figli Carlo e Andrea (la più piccola, Alessandra, nacque a L’Aquila), il regime scelse Pizzoli, dove la famiglia Ginzburg passò circa 3 anni, dal 1940 al 1943. Un esilio lontano dai luoghi e dai visi amici, che però la stessa scrittrice, alla morte del marito dopo le atroci torture subite al carcere romano di Regina Coeli avvenuta pochi mesi dopo aver lasciato Pizzoli, nel suo racconto Inverno in Abruzzo definirà come “il tempo migliore della mia vita“. Lasciò il confino a Pizzoli nel 1943 su un camion di tedeschi diretti a Roma, che ne ignoravano l’identità. Riprese la sua attività letteraria, ma sotto pseudonimo: si firmava Alessandra Tornimparte. Un cognome evidentemente ispirato dalla sua permanenza nell’aquilano.

Oggi, quindi, nella settimana in cui ricorre la Giornata della memoria (prevista per il 27 gennaio) non parleremo delle atrocità del regime fascista e della funesta alleanza con quello nazista, ma tenteremo un viaggio a ritroso nella Pizzoli dei primi anni ’40, per provare a raccontare quello squarcio di umanità che rese più dolce l’esilio di una delle più grandi scrittrici d’Italia. Il fascismo aveva condannato i Ginzburg al confino, Pizzoli regalò loro quello che aveva: l’umanità e l’accoglienza dei suoi abitanti.

Un viaggio che inizia nella biblioteca di Pizzoli, intitolata proprio a Leone e Natalia Ginzburg, grazie alla collaborazione di Rita Ceci, presidente dell’associazione Orione, del sindaco Giovannino Anastasio e dell’ex sindaco Giuliano Sciocchetti, a cui si deve l’impegno per l’intitolazione della biblioteca. Particolarmente utile, per il nostro piccolo viaggio, anche il prezioso volume di Ilaria Di Giustilli, presente nella biblioteca, che conta anche una sala di oltre 3mila volumi donati dai figli della famiglia Ginzburg che, con i genitori, passarono a Pizzoli i primi anni di vita. Molti dei volumi riportano dediche a o di Natalia Ginsburg e all’interno degli stessi, durante la catalogazione, sono stati rinvenuti appunti, cartoline, pensieri, semplici liste della spesa. Un patrimonio umano e intellettuale di dimensioni incalcolabili, forse ancora sottovalutato.

Ma iniziamo la nostra storia. Nel 1940, come rileva la stessa Natalia Ginzburg, a Pizzoli «quasi tutti gli uomini scomparivano dopo gli ultimi raccolti: andavano a lavorare a Terni, a Sulmona, a Roma. Quello era un paese di muratori». E in questo paese di muratori, giorno dopo giorno, i Ginzburg iniziano a prendere confidenza con gli abitanti del posto, i quali nemmeno sapevano dei motivi del confino: i più pensavano che si trattasse “solo” di una famiglia di ebrei, il che – come abbiamo visto – era vero solo in parte. La casa dei Ginzburg, all’angolo tra piazza del Municipio e corso Sallustio, di fianco all’attuale biblioteca a loro intitolata, divenne presto familiare agli abitanti di Pizzoli, così come quella “strana coppia” che non esitava a portarsi i figli ancora in tenerà età a passeggio tra le vie innevate del paese.

«I nostri concittadini – racconta l’ex sindaco Giuliano Sciocchetti – compresero il dramma di questa famiglia e si strinsero attorno ad essa, conquistati dalla grande umanità e intelligenza di Leone e Natalia. Ero molto piccolo all’epoca e non ho molti ricordi diretti della scrittrice, più che altro giocavo con i figli, insieme agli altri bambini del paese della stessa età. Eravamo soliti giocare presso la pineta. Mia madre mi racconta che un giorno d’inverno, quando eravamo chiusi in casa, perché c’era molta neve, i Ginzburg, con uno dei figli – il più piccolo – in carrozzina, salirono sulla collina dove avevamo casa, e mi portarono in regalo un’armonica. Naturalmente a Pizzoli eravamo abituati alla neve, ma meravigliò un po’ tutti che la famigliola avesse sfidato le intemperie, anche con un figlio piccolo, per arrivare fino alla nostra casa che si trovava vicino al castello (in Inverno in Abruzzo si accenna a questo “stupore”, ndr). Rividi Natalia Ginzburg da adulto, molti anni dopo, quando organizzammo la invitammo in paese, dopo che la scrittrice era già tornata una volta a Pizzoli, insieme a Carlo Levi. Era una persona piuttosto riservata, quasi timida, ma ci fu un momento di grande emozione quando incontrò le persone che aveva conosciuto durante il confino. Le riconobbe tutte, naturalmente, anche Crocetta, che faceva i servizi da loro quando aveva solo 14 anni».

Oltre a Cricetta, anche un’altra giovane del paese si occupava della famiglia Ginzburg: Giuditta, morta qualche mese fa a 101 anni: «Quando i figli di Leone e Natalia Ginzburg tornarono a Pizzoli – ricorda l’attuale sindaco Giovannino Anastasio – li accompagnai a incontrare questa signora, ormai molto anziana, nei Map dove abitava. Non so cosa si siano detti in quell’occasione, perché sono voluti rimanere da soli, ma la signora Giuditta era ancora lucidissima e ricordava tutto».

Ma non solo un patrimonio umano di grande spessore unisce i Ginzburg a Pizzoli: «Il Comune ha ricevuto anche una grande eredità culturale e politica» spiega Anastasio. «Vittorio Giorgi, storico sindaco di Pizzoli, mi raccontava come si fosse praticamente formato durante gli incontri con Leone Ginzburg, che avvenivano in una sorta di bar/cooperativa vicino alla loro abitazione. Leone era un antifascista di caratura nazionale, per cui Giorgi ha avviato con lui il suo percorso politico che lo ha portato a fare il sindaco e poi ad essere deputato, ma è un’eredità passata a tutte le amministrazioni, legate in qualche modo a quella esperienza, senza soluzione di continuità. Dal Dopoguerra in poi, Pizzoli non ha mai cambiato sensibilità politica. Oggi forse le cose stanno cambiando, o forse sono già cambiate, ma quel legame resterà sempre nella nostra identità culturale».