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Gerardo Di Cola, il metodo scientifico applicato alla storia del doppiaggio

Intervista all'abruzzese Gerardo Di Cola, storico del doppiaggio italiano.

Intervista all’abruzzese Gerardo Di Cola, storico del doppiaggio italiano.

È abruzzese lo storico del doppiaggio Gerardo Di Cola, precisamente di Pescara dove è nato il 4 marzo 1948. Frequentatore giornaliero dei cinematografi della sua città (fra cui lo storico ‘Pidocchietto’, demolito nel 2001), ben presto diventa espertissimo nel riconoscere le voci degli attori. Si trasferisce a Bologna dove studia nella facoltà di Fisica. Lavora all’Osservatorio Astronomico di Loiano per una tesi sperimentale sulle Stelle Be (i dati relativi alla ricerca vengono pubblicati da una rivista di Astrofisica cecoslovacca). Si laurea in Fisica e si iscrive alla facoltà di Astronomia ma contemporaneamente si fa strada con insistenza la passione per il cinema e le sue voci nel buio. Docente di Matematica e Fisica all’Istituto d’Arte di Pescara, realizza in Power Point una Storia del Cinema della durata di 25 ore. Grazie al professor Di Cola e al suo metodo scientifico, applicato al mondo del dubbing, abbiamo oggi una storia del doppiaggio italiano minuziosamente ricostruita e nei suoi libri troviamo svelati tanti aneddoti legati ai film e ai registi che hanno fatto la grande storia cinematografica. Di Cola ha dedicato e ha scritto la storia del doppiaggio dalle sue origini con il volume “Le Voci del Tempo Perduto” (La storia del doppiaggio e dei suoi interpreti dal 1927 al 1970) in 520 pagine delineando e ricostruendo scrupolosamente e con particolari inediti le diverse generazioni di voci del doppiaggio italiano. Un mondo affascinante relegato quasi sempre nei titoli di coda. Ci ha donato un altro libro unico ed originale, monumentale, per il suo contenuto e per la sua mole (687 pagine di ricerca e di tavole sinottiche, di circa 3 kilogrammi di peso) ampliando la bibliografia del settore fino allora senza pubblicazioni. Ed ancora altri capolavori/monografie come: “Anna Magnani e il Doppiaggio”, “Lydia Simoneschi – La voce del cinema italiano”; ha dedicato inoltre 30 pagine al doppiaggio all’interno del libro “Alberto Sordi segreto” di Igor Righetti, in cui analizza i doppiaggi degli attori ai quali Sordi ha dato la voce e i film in cui lui stesso è stato doppiato; “Federico Fellini e il Doppiaggio” presentato varie volte in occasione dei cento anni del maestro riminese e il suo penultimo libro “Gualtiero De Angelis, poeta doppiattore”. Ma la sua ricerca non finisce qui ed è in costante divenire con molte novità all’orizzonte.

Gerardo Di Cola è animato dal puro desiderio di conoscenza, dalla necessità di spiegare la realtà in tutti i suoi aspetti. Inizia dalla fotografia e cinematografia underground per allargare le proprie esperienze con cortometraggi in Super 8. La sua creatività trova nella registrazione elettronica il mezzo ideale per esprimersi. Realizza interamente in VHS documentari molto apprezzati in concorsi nazionali ed internazionali. Quindi realizza documentari sul doppiaggio e i suoi interpreti. Ad oggi sono molte apprezzate le sue fotocomposizioni.

Quando ci conoscemmo tanti anni fa, la prima cosa che m’incuriosì di te fu che conobbi prima l’obiettivo della tua telecamera. Da cosa nasce la tua passione a riprendere gli avvenimenti?
“È la prima volta che mi viene rivolta una simile domanda e non ti nascondo che mi fa molto piacere rispondere. Gli strumenti atti a riprendere la realtà sono, come amo dire, il mio terzo occhio. E l’esigenza nasce dal fatto che noi tendiamo a ricordare principalmente attraverso foto, riprese e, eventualmente… ma è molto raro… gli scritti. La nostra memoria con il tempo si opacizza rispetto ai ricordi. Io attraverso le foto tendo a cristallizzarli e adesso ho un patrimonio di migliaia di foto e migliaia di ore di registrazioni che durante il lockdown ho riversato in almeno due memorie esterne del computer. Tra i ricordi cristallizzati ci sei anche tu e l’evento per il quale ci conoscemmo: il CivitaFestival del 2007″.

Certo, in occasione del riconoscimento alla carriera a Luigi Magni, Massimo Turci e Marco Guadagno e la tua prestigiosa presenza era in qualità di storico del doppiaggio. Ma tu sei laureato in Fisica. Cosa c’entra il doppiaggio con la fisica?
“Nulla, ma ho vissuto dagli otto/nove anni con due necessità. La prima è legata a un avvenimento che riguarda mio padre. Ascoltava una radiolina che teneva sotto il cuscino. Sono cresciuto con l’idea di dovermi spiegare tale “magia”. L’altra “necessità” era indotta dal fatto che vivevo a Pescara a due passi dai cinema della città. Siamo a cavallo degli anni ’50/’60. Giornalmente vedevo uno e a volte due film con una partecipazione esagerata. Pescara è una città straordinaria, dove si vive giocando e avendo l’impressione di essere sempre in vacanza. A un passo avevo anche il mare che frequentavo da aprile a settembre. Il doppiaggio è legato al cinema e ai tantissimi film che vidi in quel fantastico periodo. “Lassù qualcuno mi ama”, “Artisti e modelle”, “Poveri ma belli”, “A qualcuno piace caldo”, “Un dollaro d’onore”. Non a caso cito quest’ultimo film perché potrebbero riguardarci molto da vicino. Ma continuiamo con il disgelamento dei ricordi. Presto mi accorsi che le voci che ascoltavo degli attori e delle attrici erano sempre le stesse. Scoprii anche che gli interpreti italiani in film italiani parlavano come gli attori e le attrici straniere. Un’altra “magia” tutta da scoprire. Ero diventato l’ossessione degli amici che a un certo punto si rifiutarono di venire al cinema con me per non sottoporsi alla domanda ricorrente: di chi è questa voce?”

Perché sapevi già i nomi dei doppiatori?
No, non sapevo i nomi né conoscevo i loro volti; non sapevo neanche che si chiamassero “doppiatori”. Io sentivo che Sophia Loren aveva la voce di Ingrid Bergmann e allora pretendevo che mi si rispondesse: Bergmann! Non mi capacitavo come non si potesse riconoscere la voce di Vittorio Gassman in “Mambo” e rispondere: John Wayne! Poi andai a studiare Fisica a Bologna per risolvere il problema della radiolina ma appena potevo tornavo nella mia città dalla quale è difficile staccarsi. Infatti, appena laureato sono tornato avendo netta la convinzione che sarebbe stata dura e inutile vivere lontano da Pescara. Questa intervista dipende da quella scelta. Se mi fossi fermato a Bologna, noi non ci saremmo mai incontrati.

E il doppiaggio non avrebbe avuto il suo cultore. A Pescara, poi, ti sei rituffato nel cinema e nel doppiaggio?
Assolutamente no. Il cinema l’avevo quasi del tutto abbandonato e quindi non mi curavo più del doppiaggio e dei suoi interpreti, gli sconosciuti doppiatori. Poi, il caso mi ha fatto incontrare quella che sarebbe diventata mia moglie. Romana, lavorava al Comune di Roma a Cinecittà nell’edificio storico dell’Istituto Luce. Di fronte è ubicata la palazzina che ospita il Centro Sperimentale di Cinematografia. Un giorno andai alla ‘Biblioteca Luigi Chiarini’ del Centro con il preciso intento di consultare qualche libro sulla storia del doppiaggio. Non trovai nulla se non un centinaio di articoli. Correva l’anno 1996 e il doppiaggio era nato in Italia nel 1931. Quando mia moglie uscì dall’ufficio, le comunicai che mi sarei occupato di doppiaggio e che la seconda laurea in Astronomia avrebbe dovuto aspettare… sta ancora aspettando! Anna era incredula, a malapena sapeva che cosa fosse il doppiaggio come la stragrande maggioranza degli italiani che hanno iniziato ad accorgersi della pratica soltanto alla fine degli anni ’70 incalzati dalle famigerate telenovele brasiliane e dai cartoni animati giapponesi che riportavano i nomi dei doppiatori. Accettò, non pensando che avremmo vissuto gli altri venticinque anni a pane e doppiaggio. Ma alla fine ha convenuto che ne è valsa la pena per il divertimento che ci ha procurato la conoscenza di tanti doppiatori, i tanti festival cui abbiamo partecipato, e anche la tua conoscenza di cui entrambi andiamo fieri.

In quale modo hai proceduto nella ricerca che ti ha portato a diventare lo storico del doppiaggio italiano?
Hai presente un piccolo laghetto di trote che hanno proliferato per settant’anni indisturbate? Mi sono trovato davanti a un simile panorama. Nessuno aveva pescato in maniera razionale, sistematica, nel laghetto come nessuno aveva mai inteso dedicarsi ad uno studio approfondito, strutturato del doppiaggio. Chi poteva e doveva farlo, non l’ha fatto! Dico sempre che non doveva venire un perfetto sconosciuto da Pescara per pescare nel laghetto stracolmo di migliaia e migliaia di film stranieri e italiani, tutti sistematicamente doppiati. Se avessi trovato qualche pubblicazione sul doppiaggio, oggi non saremmo qui a parlarne e io mi sarei laureato in Astronomia.

Perché il doppiaggio non ha trovato un’esaustiva attenzione da parte di critici e giornalisti cinematografici?
Il perché è semplice da individuare nella inopportunità di scoprire l’‘inganno’ insito nel sostituire la voce dell’attore o dell’attrice con un’altra timbrica. Quando la pratica si è estesa anche agli interpreti italiani, l’omertà è diventata necessità per non scoprire, per esempio, che Sophia Loren era doppiata da Lydia Simoneschi prima e da Rita Savagnone dopo. Quante volte mi sono sentito dire in questi anni: ma perché Sophia Loren era doppiata? Ho calcolato che per quasi il 30% della sua produzione, l’icona del cinema italiano, è stata doppiata.

Come hai proceduto nella ricerca?
Grazie al metodo scientifico. Ho raccolto migliaia di dati analizzando duemila film prodotti dal 1935 al 1970. Ho intervistato doppiatori, assistenti e direttori di doppiaggio ancora in vita. Se avessi aspettato altri dieci anni, non avrei potuto ricostruire avvenimenti fondamentali come la prima scissione avvenuta nella cooperativa più importante dell’epoca nel 1952, dove militavano le più belle voci del cinema italiano. Non c’erano documenti, c’erano soltanto a mia disposizione le memorie di un famoso doppiatore, Gianfranco Bellini, voce di Hall in “2001 – Odissea nello spazio”; della signora Isae, moglie della voce di Humphrey Bogart, Bruno Persa, la quale mi scrisse una commovente lettera di quattro pagine che conservo gelosamente; infine di un assistente, Aldo Giovacchini, che mi ha messo a disposizione venti agende dal 1940 del padre, anch’egli assistente, dove Amedeo appuntava tutto. Una miniera per il mio lavoro di ricerca. La fisica mi aveva insegnato il metodo scientifico e io adesso l’applicavo allo studio del doppiaggio; senza di esso sarebbe stato difficile dipanare una matassa aggrovigliata fino all’inverosimile di dati mai pubblicati. Nel 2004 esce il mio primo libro “Le Voci del Tempo Perduto” e il doppiaggio ha finalmente la sua storia.

Parliamo delle tue opere, tutte pubblicate da èDICOLA Editrice di Chieti.
In ogni libro cerco di dimostrare una tesi. Per esempio in “Le Voci del Tempo Perduto” ho tentato di dimostrare che “quando gli attori italiani hanno iniziato a farsi doppiare, allora è calato un velo pesante sul mondo del doppiaggio”. Non si doveva sapere che gli attori italiani non recitavano con la propria voce. Ne “Il Teatro di Shakespeare e il Doppiaggio” ho voluto evidenziare anche con una nota di sana polemica: “I doppiatori, considerati attori dimezzati o di serie B, dimostrano grande perizia nel recitare i testi di Shakespeare in una sala di doppiaggio”. Quanti attori e attrici del cinema italiano di ieri e di oggi sarebbero in grado di recitare Shakespeare immobili utilizzando solo la voce?

Dicevo di serie B perché così venivano considerati i doppiatori da quasi tutti i critici e giornalisti che non erano altrettanto severi con gli attori e attrici italiani che per risultare credibili dovevano ricorrere alle protesi vocali. Andate a riguardare il film “Poveri ma belli”!

In “Anna Magnani e il Doppiaggio” ho messo in risalto, attirandomi con ogni probabilità l’ironia dei ben pensanti, che: “Quando gli attori italiani entrano in sala di doppiaggio per auto-doppiarsi, allora si avverte uno scollamento tra la loro recitazione e quella espressa dai doppiatori professionisti”. È accaduto anche alla grande Magnani che al mio orecchio la sua dirompente carica recitativa e la sua spontaneità vocale risultavano appannate dal dover riproporre le battute senza l’apporto fondamentale della sua fisicità ineguagliabile. Per non parlare di attori o attrici che si auto-doppiavano tentando di imitare i doppiatori o le doppiatrici.

Per quanto riguarda “Federico Fellini e il Doppiaggio”, ho consultato oltre cento libri scritti sul regista riminese. Quasi tutti hanno sorvolato sul doppiaggio dei suoi film. Ma il grande Fellini, che faceva recitare numeri ai suoi interpreti, affermava che se il doppiaggio non fosse stato inventato, l’avrebbe inventato lui per necessità. Per lui era d’importanza fondamentale (tanto quanto il montaggio, la musica, i costumi, il trucco) attraverso il doppiaggio poteva dare l’ultimo tocco della sua genialità. Invece, critici, giornalisti e scrittori di cinema trattavano i suoi film senza fare cenno del doppiaggio non dando ad attori doppiatori del calibro di Elio Pandolfi, Renato Cortesi, Solveig D’Assunta e Oreste Lionello di avere uno straccio di visibilità doverosa. Pensa, con un manipolo di doppiatori Fellini faceva parlare i tanti personaggi dei suoi film.

E cosa hai voluto dimostrare?
Ho voluto evidenziare il rapporto difficile tra i critici cinematografici e il doppiaggio, sempre pronti a sparare a zero sul mondo delle voci fin dal 1939. Il nemico acerrimo era il critico Michelangelo Antonioni che quando diventerà regista, utilizzerà il doppiaggio al pari di tutti gli altri. Per esempio in “Cronaca di un amore” sceglie Lucia Bosè nel ruolo di protagonista ma la fa doppiare da Rosetta Calavetta. Perché non scegliere un’attrice altrettanto bella e misteriosa italiana che sapesse anche recitare con la voce? Non c’era. Allora la nostra cinematografia era limitata già in partenza e quindi il grande successo mondiale che aveva la cinematografia italiana dipendeva soltanto da alcuni geni della regia come Roberto Rossellini, Vittorio De Sica e Sergio Leone che però doveva chiamare a recitare le stelle del cinema americano e farle doppiare dalle “stelle” delle sale di doppiaggio.

Ma anche “Roma città aperta” è stato doppiato?
Certo! La Magnani e Aldo Fabrizi si sono auto-doppiati ma gli altri recitavano con la voce di altri. Nel 2001 ho avuto l’ardire di scriverlo in “Profilo di Storia del Doppiaggio” e il critico Morando Morandini scrisse su TV Film che c’era sempre qualcosa da imparare sul doppiaggio.

Oggi il doppiaggio quale stagione vive?
Tutti gli addetti si lamentano per i tempi troppo velocizzati nella realizzazione dei doppiaggi a discapito della qualità. C’è un ulteriore minaccia che si sta profilando all’orizzonte, la tecnologia. Si sta pensando di sostituire la voce dei doppiatori ricostruendole al computer e facendole recitare al posto loro. Così potremo risentire il trio Rinaldi, Calavetta e Pino Locchi di “A qualcuno piace caldo” in un eventuale rifacimento del capolavoro di Billy Wilder riproposto fra qualche anno con attori naturalmente diversi ma doppiati dalle stesse voci dell’originale.

Ma la radiolina poi che fine ha fatto?
La radiolina di mio padre purtroppo è sparita. Però ho scoperto le leggi della fisica che permettevano a mio padre di ascoltarla da sotto il cuscino. Lo spiegano quattro equazioni tra le più belle della fisica che furono scritte da Maxwell qualche anno prima che il cinema fosse inventato.

Ultima domanda: qual è il film della tua vita?
“Il ferroviere” di Pietro Germi. Nel mio penultimo libro, “Gualtiero De Angelis, poeta doppiattore”, ho reso omaggio al film con una fotocomposizione che credo sia la mia più bella. Ti ricordo che Germi era anche il protagonista ma recitava con la voce di De Angelis e Sandrino era interpretato dal mio amico Edoardo Nevola che sarebbe diventato un doppiatore.

E l’ultimo libro?
È sufficiente soltanto il titolo “ClintKalameraEastwood” e ho detto tutto!