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11 settembre 2001, quel giorno capimmo di essere in guerra

11 settembre 2001, quel giorno capimmo di essere in guerra. Quel martedì era iniziato con una calma piatta, almeno in Italia: poi l'Occidente si fermò, davanti alla tv, in balìa della paura. L'editoriale di Giuseppe Sanzotta

11 settembre 2001, quel giorno capimmo di essere in guerra. L’editoriale di Giuseppe Sanzotta.

Martedì 11 settembre del 2001, calma piatta. Quasi nulla rilevare e che potesse interessare. Eppure il periodo precedente era stato alquanto movimentato. Quattro mesi prima in Italia c’erano state le elezioni, aveva vinto il centrodestra con Berlusconi premier. Poi erano seguiti giorni difficili con il G8 di Genova. Scontri, arresti, quel ragazzo morto in piazza Alimonda. La mattanza nella scuola Diaz. Le polemiche e le accuse ad alcune forze di polizia. Processi che si allungano negli anni. Poca cosa rispetto a quel che sta per accadere.

L’estate, una estate caldissima, aveva messo un poco da parte le polemiche interne. Negli Usa il presidente era Bush figlio, aveva battuto in una contestata elezione Gore pochi mesi prima. Il problema internazionale era sempre l’Iraq, che Bush padre aveva sconfitto, ma non invaso, lasciando al potere Saddam.

Erano quasi le 15 ora italiana, per la precisione le 8,46 a New York, quando un aereo si abbatte su una delle torri gemelle.

La notizia fece subito il giro del mondo. Attentato? Incidente aereo? Chissà.. Un Boing 767 partito da Boston e diretto a Los Angeles, con 81 passeggeri – ma 5 sono i terroristi e 11 membri dell’equipaggio – si schianta contro la torre Nord del World Trade Center. E mentre si cerca di capire, le tv ci mostrano, poco dopo le nove, un altro aereo che colpisce in pieno la torre Sud. Non può essere un caso. È terrorismo.

Passa poco tempo e si ha notizia di un impatto sul Pentagono. Ma intanto si susseguono notizie di altri dirottamenti. Si blocca il traffico aereo. Poi dalla tv il mondo assiste al drammatico crollo delle due torri. Una strage, alla fine i morti saranno poco meno di 3 mila. Tra loro i coraggiosi pompieri di New York. Non solo gli Usa ma l’occidente è colpito al cuore. E a indignare sono quelle immagini che giungono dalla Palestina o da altre parti del mondo arabo in cui si festeggia alla visione del crollo delle torri un’ora e mezzo dopo essere state colpite. Negli occhi dei testimoni di quel tempo restano le immagini dei disperati che si gettano da enormi altezze, preferendo la morte istantanea alle sofferenze del calore e del fuoco. Volano come fuscelli ripresi da lontano dalle telecamere. Poi il crollo, il fumo, i morti. Prima della rabbia serpeggia la paura. Si diffondono voci su tanti aerei in volo e in mano ai terroristi. Si ferma tutto, un altro aereo cade, altri morti, forse i passeggeri hanno capito e combattuto, o forse quell’aereo è stato abbattuto. Poco importa sono morti tutti, ostaggi e attentatori. Restano i messaggi disperati di quel passeggero che alla moglie scrive il suo addio: ti amo. Tanti di questi ultimi messaggi sono stati pubblicati. Amore e disperazione.

La disperazione era di tutti noi, che non capivamo, non riuscivamo a capire cosa effettivamente stesse accadendo. Temevamo che quello fosse solo il primo atto di un attacco globale. L’Occidente si fermò. Siamo tutti americani, gridarono in molti in Europa. Ma era un grido di paura, non di solidarietà, perché nel mirino c’era tutto l’Occidente, non solo gli Usa. Loro forse rappresentavano un simbolo, non il solo bersaglio.

Non è un caso che l’11 settembre del 2004 abbiamo contato i morti di Madrid. E quel giorno non è stato scelto a caso. Abbiamo avuto i morti di Parigi, di Londra, di Bruxelles.

L’Occidente finalmente capì di essere in guerra contro un nemico invisibile, già dentro le nostre mura, che approfitta della nostra accoglienza e che ci colpisce alle spalle, come i 19 terroristi che sono morti in quel maledetto 11 settembre. 19 persone che avevano frequentato scuole di volo statunitensi, ma con lo scopo di portare morte.

In venti anni la nostra forza, quella delle potenze occidentali, è scesa in campo. In Afghanistan per dare la caccia a Bin Laden, considerato il leader di Al Qaeda e responsabile degli attacchi negli Usa. Gli eserciti Usa e della Nato sono andati in Afghanistan. Bin Laden stato ucciso. Gli Usa e i loro alleati sono andati in Iraq, Saddam è stato preso e giustiziato. Ma ora i talebani sono nuovamente a Kabul e proprio oggi, 11 settembre insedieranno il loro governo. Una scelta non casuale. Una drammatica beffa, Ma che a noi non deve far dimenticare il più tragico dei giorni. In quell’undici settembre l’Occidente ha tremato. Ricordare non è solo per celebrare o per ricordare i morti innocenti, ma per mettere in guardia: gli assassini di quell’undici settembre sono ancora tra noi.