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Le nuove stanze della poesia, Giorgio Galli

Il ritratto di Giorgio Galli per l'appuntamento con la rubrica Le nuove stanze della poesia a cura di Valter Marcone.

Giorgio Galli è nato a Pescara nel 1980 e si è laureato in Scienze della Comunicazione. Scrive sulla rivista online Perìgeion e cura dal 2011 il blog La lanterna del pescatore. Vive a Roma dove ha aperto la libreria L’Orto dei Libri, specializzata nella piccola editoria e nella promozione della multiculturalità.

Scrive note di lettura, racconti brevi, prose poetiche e “prose” non altrimenti definibili. Ha pubblicato La parte muta del canto (Joker, 2016) e Le morti felici (Il Canneto, 2018); è fra gli autori del Repertorio dei matti della città di Roma a cura di PaoloNori (Marcos y Marcos, 2015) e dell’antologia critica Perturbamento a cura di Marco Ercolani (Joker, 2016). Nel 2011 ha aperto il blog La lanterna del pescatore. Scrive sui blog. Sue poesie sono state pubblicate in alcune antologie fra cui Impronte (Pagine, 2014).

Emanuele Andrea Spano su Alma poesia di Giorgio Gali a proposito della sua silloge “Canzonacce “ dice :” E allora penso che forse non dobbiamo / tanto ascoltare ciò che dentro /ci fa la rissa in cuore, /quanto la canzone dell’insensato / mondo ch’è fuor di noi». Così scrive Giorgio Galli in una delle sue liriche, sciorinando senza mezzi termini quella che è la sua concezione poetica e giustificando forse il titolo scelto per questo libro, uscito l’anno scorso (2020) per la Delta 3 edizioni. Le Canzonacce di Galli sono forse tali perché non temono di sporcarsi del reale, perché trascinano dentro la pagina tutto ciò che sta fuori di noi, lasciando che sia la parola semmai a sublimare le storture delle cose, oppure è il poeta a considerarle tali avvertendo che quella intonazione lirica diffusa e sotterranea, verso la quale tradisce un debito evidente, scricchiola sotto il peso di quella spinta narrativa inevitabile che non può arginare. Sì perché è costante nella sua scrittura una tensione tra poli opposti: la tornitura dei versi, che lambiscono magistralmente la misura dell’endecasillabo, e la necessità di dire, accantonando qualsiasi pretesa metrica e stilistica; la spinta verso l’alto, l’elevazione e dall’altra parte l’attrazione del vuoto che rischia di trascinarci nel fondo e infine la contemplazione che deriva da quello sguardo intatto sulle cose e la tentazione di attraversarle, anche solo con la penna – perché in fondo «il buio non vuol esser penetrato, / solo guardato, lambito di lontano”.

Mario Famularo su Laboratori di poesia così definisce la poesia di Giorgio Galli: “Nei suoi versi si avverte un particolare struggimento, leggero ma pungente, privo di pietismi spettacolari o eccessi scenici; è quello della riscoperta di un sentire innocente dopo aver perduto ogni speranza, ogni prospettiva e desiderio; è la possibilità di accogliere in modo “pulito” l’esperienza e l’altro dopo avere esperito uno svuotamento di senso e di sentimento assoluti, senza per questo volerlo “guastare”, apprezzandone davvero il valore al punto da saperne fare a meno.L’intuizione di questo status di deprivazione, spossessamento e disincanto è quasi confessato nel secondo dei testi ( Aladino Ascensione, Farewell inclusi nella raccolta Canzonacce di cui abbiamo sopra accennato ) ) dove l’ascensione viene ricollegata in modo direttamente proporzionale a un sentire sempre più affievolito, finché allo zenith dell’ascesa si arriva a perdere ogni percezione (“fino al punto da cui / non si sente più niente”), a un’imperturbabilità che sembra, piuttosto che una condizione di pace serena, un annientamento raggiunto con faticosa disciplina – molti sono i parallelismi che si potrebbero suggerire, ma voglio ricordare il Fortini de “L’inverno” (“Le mie voglie, più sterili che belle, / Volano via. … Dorma in pace la notte del mio inverno”).

Canzone del portinaio

Quando di nascosto dagli operai e dai capi
riparato dagli strumenti e dal bordo d’un finestrone
sbucciavo un’arancia
era come se il sole mi sorgesse fra le mani
il sapore dell’arancia era la luce
il suo succo calore celeste
e l’estate tornava a squillare
nel chiarore gelido di gennaio;
e quando a sera dietro al vetro scuro
razzolavo piselli e patate
ero un contadino di ritorno dai campi
e portavo una camicia di lana a quadri
e una casacca marrone.
La notte poi tornava, ma era amica.

Le mie mani

Le mie mani passando sul tuo corpo
sono le mani della primavera
che quando la bronzea campana d’inverno
ha cessato i rintocchi gelati
riportano acqua e frutta e fiori e luce e calore

Le mie mani passando sul tuo corpo
sono le mani di un restauratore
che toglie la polvere frutto dei letarghi del tempo
e riporta in luce il tesoro florido della tua bellezza

Ho suonato arpe
con le mie dita di poeta

Ho raccolto gocce di sudore
con le mie mani che passando sul tuo corpo
lo hanno ripulito
dal dolore