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Genitori, figli e social: bambini sul web fin dal primo test di gravidanza

Finiscono sui social ben prima di nascere. Dal test di gravidanza, alla scoperta del sesso. Scomparso il debutto in società, fa tendenza il 'debutto sul web'. Sempre più genitori condividono ogni momento di vita dei loro bambini sui social: i perché del fenomeno Sharenting

Finiscono sui social ben prima di nascere. Dal test di gravidanza, alla scoperta del sesso del bebè. Tutto viene documentato e condiviso con post e storie: le prime ecografie, i primi calci alla pancia, il primissimo vagito. Significa anche questo, sempre più spesso, essere neonati e genitori oggi. Un fenomeno definito “sharenting”. Ma perché c’è tutto questo desiderio di raccontare la maternità, diffondendone su Instagram ogni attimo?

Forse perché viviamo nell’epoca dell’iperconnessione, con il telefono sempre in mano e l’indice che scorre continuamente sulle bacheche social. Un’epoca che ha portato, quasi naturalmente, a ridefinire lo stesso ruolo di genitore, attraverso un confronto continuo con genitori conosciuti e non, sulle piattaforme social.

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Si tratta di genitori e figli nell’era digitale e di tutti quei condizionamenti che arrivano dal mondo virtuale.

Genitori e figli, l’influenza dei social

“Avere un figlio comporta l’assunzione delle responsabilità del ruolo genitoriale: una funzione che subisce, positivamente e negativamente, forti condizionamenti da tutto ciò che il mondo virtuale offre. Oggi viene chiamato ‘sharenting’: espressione di derivazione anglosassone, che indica la condivisione smodata e continuativa, da parte dei genitori, di foto e video dei propri figli“, ci spiega la psicologa e psicoterapeuta aquilana Chiara Gioia.

Sui social passa, quindi, la puntuale narrazione di tutte le principali attività dei propri piccoli. “Storie, post, immagini quotidiane, che raccontano per filo e per segno ogni dettaglio delle giornate dei bambini, dopo aver narrato tutte le fasi principali della gravidanza. Facebook, Instagram, in misura minore anche Twitter… Il fenomeno dello Sharenting ormai è così diffuso da spingere diversi studiosi ad un’osservazione più attenta. Se fino a qualche anno fa si aspettava con ansia il famoso ‘debutto nella società’ – tanto atteso con il compimento del 18esimo anno d’età – oggi credo sia possibile parlare di ‘debutto sul web’: che non è indicato da un tempo, ma che avviene ancor prima della nascita di un bambino e che vede attribuirgli un’identità virtuale, senza che gli stessi bambini possano esserne consapevoli”. 

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L’identità dei bambini e i rischi della sovraesposizione social da parte dei genitori

“In ambito psicologico – continua Chiara Gioia – è noto quanto il processo dell’identità sia una fase delicata della vita, poiché porta a definire il modo di essere di ognuno. Anche per questo è un momento da attenzionare in misura particolare come fase di vita dei propri figli. È indice di passaggio e cambiamento, sotto ogni punto di vista, psico-fisico e socio relazionale. Oggi, però, con la capillarità del digitale è evidente come non sia mai esistita una generazione con un’infanzia tanto sovraesposta come quella attuale: di conseguenza il processo di formazione dell’identità va incontro a numerosi condizionamenti esterni e ‘appunto virtuali’. Se lo sharenting va letto come una modalità comunicativa di stati d’animo ed emozioni – da parte di chi pubblica materiale – ovviamente tale processo genera anche degli effetti consequenziali. Questa continua condivisione social è una pratica controversa, perché porta con sé molte conseguenze derivanti dalla sovraesposizione del minore. Innanzitutto ripercussioni sulla vita emotiva del bambino. Inoltre, si rende sempre più labile il concetto di privacy. Sono, poi, moltissimi i rischi nei quali si incorre sul web, legati appunto alla tutela del minore: poiché chiunque può utilizzare quelle foto a suo piacimento”.

“Bisognerebbe sempre tenere presente che quando i genitori condividono informazioni e immagini dei propri figli online, lo fanno senza il consenso dei figli stessi” . 

Uno studio pubblicato nel 2019, di Gaëlle Ouvrein “evidenzia come i genitori condizionino l’identità o il concetto di sé dei figli, attraverso la pubblicazione dei contenuti che li riguardano. Gran parte degli adolescenti di oggi, infatti, ambisce alla notorietà più di ogni altra cosa. Sempre più giovanissimi desiderano crearsi un’identità virtuale nota, avere migliaia di follower sui propri profili Instagram, ricevere feedback ad ogni singola pubblicazione e così via. Questo perché hanno impressa l’immagine psichica della capacità che passa, attraverso i media, di trasmettere la rappresentazione social che si sceglie per sé stessi. Nutrono la speranza di avere un’attenzione virtuale misurata sul numero di visualizzazioni, Mi piace o commenti. Il rischio, però, da un punto di vista psicologico, è quello di arrivare alla creazione di modelli estremamente diversi dal concetto (ancora attuale?) di impegnarsi nello studio o in campi specifici, per intraprendere ognuno la propria strada lavorativa e di vita”.

“Oggi i bambini pensano di poter raggiungere la fama grazie ai social e ad una pubblicazione costante della propria vita privata su Facebook e Instagram”.

“I giovanissimi sono psicologicamente attratti da queste prospettive che proiettano intorno all’uso dei social e credono che si possa raggiungere una sorta di business marketing, mediante la ‘giusta’ presenza su queste piattaforme. Ma che sostanza c’è dietro a tutta questa esigenza di notorietà? Si rischia concretamente che tutto il resto – dallo studio, ai rapporti interpersonali – passi in secondo piano: per dare priorità alle necessità e alle relazioni social”.

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“Da parte dei genitori – continua la psicologa e psicoterapeuta aquilana – si tratta di ‘usi’ dell’infanzia che, pur senza essere demonizzati e colpevolizzati, necessitano di essere maggiormente attenzionati. Riflessioni genitoriali che è necessario mettano in luce i rischi, sul fatto che a finire potenzialmente nelle mani sbagliate potrebbero essere non soltanto le immagini inserite sui social network, senza restrizioni – e quindi visibili a qualsiasi utente – ma anche quelle diffuse nei gruppi privati o ancora quelle pubblicate impostando con cura i parametri relativi alla privacy del proprio profilo. Una delle principali insidie, purtroppo anche molto frequenti, è legata al furto dell’identità online, al furto delle immagini, alla creazione di una reputazione digitale, alla geolocalizzazione che consente di reperire informazioni sugli ambienti frequentati dai minori. Altro pericolo è il ‘kidnapping’, termine utilizzato per indicare il comportamento di quei soggetti che, lavorando su foto di minori trovate sui social, li rappresentano come se fossero i propri figli. Altra fattispecie criminosa – facilitata dallo Sharenting e punita dal codice penale – è il ‘child-grooming’, termine che indica l’adescamento di soggetti minorenni da parte di persone di età maggiore”.

Genitori social e l’idea del marketing

“Lo sharenting porta a chiedersi dove si pone un limite tra il semplice desiderio di condividere un momento, di narrare sequenze di vita e dove, invece, si sconfina in un prodotto di marketing. Molti bimbi di oggi sono rappresentanti della cosiddetta ‘generation tagged’: la prima generazione a dover vivere, involontariamente, una continua documentazione della propria esistenza sui social media. Vari studi americani parlano di un’alta percentuale di genitori che fanno uso dei social media per confrontarsi sui temi della genitorialità e per condividere, con amici e parenti, contenuti e ricordi relativi ai propri bambini. In quest’ottica il fenomeno Sharenting rappresenterebbe anche un modo per ridurre le proprie preoccupazioni sul ruolo di genitori. Gli studi più recenti hanno indagato, inoltre, sul ruolo della madre, individuando una maggiore vulnerabilità cui sarebbero esposte le neo-mamme.

Nell’analisi sui cambiamenti che, in modo particolare negli ultimi anni, hanno interessato la ‘spettacolarizzazione’ condivisa della maternità e i primi anni di vita dei bambini, si deve ovviamente considerare il mutato contesto storico rispetto al passato.

Un contesto in cui la stessa società è profondamente cambiata. “Si riscontra – conclude Chiara Gioia – una cultura del narcisismo, recentemente tornata in auge. Ma di narcisismo esiste una forma sana, cioè l’amore per sé stessi, e una forma che tende a sconfinare nell’eccesso, portando il soggetto a sentire un costante bisogno di affermazione e di apprezzamento. Ciò potrebbe condurlo a concentrarsi così tanto su sé stesso, rischiando di perdere di vista l’altro e percependolo soltanto in funzione dell’ammirazione che riesce a trasmettergli. E proprio alla base di questa nuova cultura del narcisismo ci sarebbe la celebrazione del proprio Ego, attraverso l’uso delle tecnologie digitali.

 

 

chiara gioia

Il Capoluogo propone una rubrica di approfondimenti curata dalla psicologa e psicoterapeuta Chiara Gioia, attraverso appuntamenti settimanali. La psicologia e la terapia, per troppe persone, restano ancora un tabù. Intraprendere un percorso di terapia non vuol dire soffrire di una malattia, tuttavia sono ancora molti i luoghi comuni sulla psicoterapia e i pregiudizi su chi decide di fare delle sedute dallo psicologo. Fare terapia vuol dire, semplicemente, capirsi e mettere al primo posto il proprio benessere.