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Le nuove stanze della poesia, Rino Panza

Il nuovo appuntamento con "Le nuove stanze della poesia", a cura di Valter Marcone: Rino Panza.

Il nuovo appuntamento con “Le nuove stanze della poesia”, a cura di Valter Marcone: Rino Panza.

Ho conosciuto  tanti anni fa personalmente Rino Panza a Sulmona negli anni in cui, direttore didattico. Si occupava degli studi sul dialetto abruzzese e soprattutto si dedicava anche alla sua attività di compositore musicale. Con lui  ho avuto modo di mettere a punto un  vocabolario del dialetto sulmontino che mi serviva per le mie  poche composizioni in dialetto. Da lui ho appreso il rigore  della ricerca e soprattutto l’ho visto all’opera , giorno dopo giorno  nelle sue iniziative e attività. Una specie di officina che ricordo sempre  anche con nostalgia. E soprattutto grazie a lui ho avuto modo i partecipare alla edizione del 1973 della “Settembrata Abruzzese di Pescara”. Di quella edizione conservo  una antologia nella quale ci sono alcune  mie poesie in dialetto di Sulmona. Una esperienza di quasi cinquant’anni fa.  Che cos’era la Settembrata abruzzese di Pescara, lo dice l’allora presidente Rino Fabiano nell’introduzione all’antologia: “Una peregrinazione dei poeti itineranti attraverso la regione Abruzzo alla riscoperta dell’anima abruzzese”. Ma di questa esperienza ne parlerò in questa rubrica.

Qui voglio ricordare Rino Panza , uno straordinario studioso del dialetto. Era nato ad Introdacqua (AQ) il 6 maggio del 1927 e morto nel 2010. Insegnante, poi direttore didattico, studioso poliedrico e autore prolifico. Non solo autore di saggi e di raccolte di poesia ma anche di brani musicali. Un’attività appunto come lui diceva  “per sentirsi vivi”, collaboratore di riviste e quotidiani, poeta e musicista (tra le altre musiche aveva composto nel 1981 la colonna sonora della Città viva, un lavoro teatrale di Ghigo De Chiara, elaborato dalle Novelle della Pescara di D’Annunzio, con interpreti del calibro di Ugo Pagliai, Paola Gassman; Renato De Carmine, rappresentato in tutta Italia), direttori di cori folcloristici, amministratore oculato della cosa pubblica.

Di lui scriveva il Presidente della Settembrata abruzzese di quegli anni  Antonio De Laurentiis: “La sua attività primaria di uomo di scuola e l’intensa attività nel campo culturale non gli hanno impedito di partecipare attivamente alla vita sociale, come onesto e oculato amministratore della cosa pubblica. I suoi titoli di merito nell’ambito della cultura abruzzese sono lo specchio di una poliedrica ed effervescente personalità e costituiscono un elenco troppo lungo, che comunque i cultori e gli appassionati delle nostre cose ben conoscono.”(1)

Di tutte le sue opere  ricordo  Lu paese mie del 1958, con la prefazione di Ernesto Giammarco, Lu file de la vite del 1997. Incluso in diverse antologie, di lui hanno scritto, tra gli altri, Ottaviano Giannangeli nel 1959 in Operatori letterari abruzzesi ed Ernesto Giammarco ne La poesia dialettale abruzzese dell’ultimo trentennio. (1945/75).

Della sua poesia Nicola Fiorentino scrive che è “una sorta di parlare calmo e disteso, di prosa ritmata e volutamente dimessa, a volte tesa a tradurre gli umori del mono-logo interiore, altre volte a dissacrare mode sociali e politiche, scanzonato pensosa e malinconica, sempre comunque elegante e ben consapevole dei propri mezzi stilistici” mentre Mario Giammarco che “richiama fortemente ai valori perenni della vita, interpretata in chiave di schietta autenticità e affettività”.

«Parlare di Rino Panza è forse superfluo per la gente del suo paese e per quanti lo vedono da sempre attivo cultore delle cose patrie, si tratti di poesia in dialetto ed in italiano, di musica abruzzese popolare e d’autore, di direzione di cori, di folclore in generale, di tradizioni, di storia locale, di tutto quello che concerne la nostra terra, dalla natia Introdacqua a tutto l’Abruzzo». Così scriveva Franco Giammarco in incipit di una raccolta di poesie datata 1997, presentata in occasione del settantesimo compleanno di Rino Panza

«Apparteneva ad una cerchia di persone straordinarie, come Ottaviano Giannangeli e Vittorio Monaco. Era capace di affrontare il tema della tradizione popolare in maniera semplice, ma nello stesso tempo allegra, in grado di conquistare anche l’attenzione dei bambini riuscendo a trasmettere loro l’orgoglio per la propria terra» afferma Raffaele Giannantonio,

Ma di sé lo stesso  Rino Panza diceva queste cose  già esposte  in una sua testimonianza spontanea, resa a braccio nel corso d’un convegno, tenutosi a Torre Pellice nel settembre 1983 a cura dell’ Istituto storico della Resistenza in Piemonte,  ha ricordato: “Sono del 1927.  L’ 8 settembre 1943 avevo 16 anni. Il mio paese è Introdacqua, a 5 chilometri da Sulmona, uno dei centri più importanti d’Abruzzo. Non starò a dire l’ imbarazzo che provo: sono uno di quei tanti della Resistenza minore (…) La nostra presa di coscienza è venuta con la fuga dal campo di concentramento vicinissimo alla Badia di Sulmona, il campo 78 (…) Questi prigionieri, ignari della lingua, dovevano essere ospitati. Cominciò così la nostra presa di coscienza  perché si sviluppò nei loro confronti  un senso di solidarietà (…) Avevo 16 anni e mezzo e fui terrorizzato quando non ritrovai in casa un biglietto scrittomi da alcuni prigionieri inglesi che avevo aiutato a superare un certo punto di blocco e poi passare le linee. Era una bella lettera di ringraziamento, in inglese, con il mio nome e cognome e non la trovavo più. Ridete pure, ma io ho passato tre giorni di terrore, oltre che per me, per la mia famiglia, per i miei che non sapevano niente. Mamma non immaginava nemmeno dove finiva il pane di casa! Era rimasto un po’ di vino nella botte  ed è scomparso subito. Mamma disse: “Ma chi se lo beve questo vino?” (…) Fino al giorno prima dell’  8 settembre ero uno studente liceale che portava un distintivo, che ancora conservo: “Dio stramaledica gli inglesi”, e dopo un paio di giorni mi sono trovato a portar loro da mangiare. Non so dirvi perché. (…) Forse pensavo a mio padre che era prigioniero degli inglesi. Quando è tornato mi ha anche rimproverato: “Ho saputo che…”. “Beh – dico – papà, io ho fatto nei confronti degli inglesi quello che desideravo facessero a te” .(2)

Fonti
(1) Rino Panza :”007 del dialetto “https://www.metropolitanweb.it/?p=134367
(2)Dal libro “E si divisero il pane che non c’era”