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Carcere Costarelle, aumentano i detenuti ma non gli agenti

Carcere Costarelle, cronica carenza di personale di polizia pentienziaria. Nuova ispezione sindacale: la situazione

Torna ad accendersi la luce sul Carcere Costarelle dell’Aquila. Il problema, cronico, è quello della mancanza di personale, denunciato dopo una nuova ispezione sindacale.

Il giorno dopo la tragedia sulla A24, che ha visto la morte di Mauro Di Bernardo, assistente capo di polizia penitenziaria di 52 anni – deceduto in un incidente stradale avvenuto proprio mentre si recava in servizio – dalla struttura penitenziaria delle Costarelle arriva un quadro a tinte fosche sul fronte personale.

Incidente A24, muore agente penitenziario delle Costarelle

I numeri riguardanti gli organici della polizia penitenziaria continuano ad essere negativi. Rispetto al 2008, quando ci fu un’altra ispezione sindacale, ci sono 100 detenuti in più alle Costarelle. Sono precisamente 170, tutti rientranti nel fatidico circuito del 41bis:

la polizia penitenziaria, però, a fronte dell’aumento di presenza di detenuti, è al di sotto di 30 unità di personale. Mentre è di 40 agenti in meno, rispetto al dovuto, il numero degli addetti al GOM, Gruppo operativo mobile.

A riportare i dati post sopralluogo è la sigla sindacale UIL, che sottolinea i rischi per la sicurezza connessi a questa specifica situazione. Rischi che si riflettono, indirettamente, anche sulla condizione in cui si ritrova a lavorare il personale impiegato, che quest’anno rischia anche di non vedere assegnate le ferie estive.

“Il carcere dell’Aquila da sempre ha rappresentato il fiore all’occhiello del sistema penitenziario regionale. Un fiore, però, che più passa il tempo e più appassisce. La situazione è andata ancor più aggravandosi a seguito della chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari. I continui piantonamenti di soggetti psichiatrici provenienti dalla REMS di Barete e ricoverati presso l’ospedale cittadino ha, infatti, praticamente oberato gli uomini di stanza al carcere delle Costarelle di ulteriore e pesante aggravio di lavoro. Se a ciò aggiungiamo il fatto che lo stesso personale, a seguito dei ricoveri di detenuti provenienti da altri istituti di pena, e sempre presso il nosocomio aquilano, sono costretti a contribuire con un’aliquota pari al 50% della forza necessaria allora potremo sicuramente affermare che la frittata è fatta. Ora bisognerà subito correre ai ripari se non si vorrà conoscere la parola collasso. Lo si potrà fare iniziando dalla rivisitazione dell’organizzazione del lavoro del carcere, che tamponi l’emorragia in atto e che riesca a garantire il minimo dei diritti soggettivi del personale. Fatto questo si dovrà necessariamente intervenire sugli organici da adeguare”.