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L’Aquila, le mamme della ricostruzione

FESTA DELLA MAMMA - Il lavoro in cantiere, i figli da accudire, il Covid 19 da tenere lontano. La vita delle mamme della ricostruzione.

FESTA DELLA MAMMA – Il lavoro in cantiere, i figli da accudire, il Covid 19 da tenere lontano. La vita delle mamme della ricostruzione.

La giornata lavorativa che inizia all’alba e finisce al tramonto, poi un’altra giornata da ricominciare daccapo, in casa, il tutto in un contesto da emergenza Covid 19 che rende ogni cosa più difficile. Oggi, 9 maggio, IlCapoluogo.it festeggia, tra le altre, le mamme della ricostruzione, con il racconto di Mirjam Missineo, mamma e restauratrice, alle prese con la “vita normale” di tutti i giorni. Una vita normale, ma piena di sfide e sacrifici per la famiglia e un lavoro che dà tante soddisfazioni, ma richiede anche impegno e fatica.

Come tutte le restauratrici e i restauratori “in servizio” a L’Aquila e nel circondario, Mirjam si riconosce dalla divisa d’ordinanza bianca, come una specie di medico che però cura le case, i palazzi storici, le opere d’arte ferite dal terremoto.

mirjam festa della mamma restauratrici

“La mattina esco di casa alla 7 – racconta Mirjam a IlCapoluogo.it – e mi avvio verso la ditta a Bazzano, poi o lavoro sul posto o andiamo in cantieri anche piuttosto distanti, tra Calascio, Santo Stefano, Capestrano, e Ofena. Lavoro fino alle 17 e poi occorre il tempo per rientrare a casa, di solito verso le 18. A quel punto riparte una nuova giornata, tra casa, figlie e famiglia”.

Detta così sembra abbastanza semplice, ma naturalmente non è così: “Ho due figlie, una di 10 e una di due anni e mezzo. Per quella più piccola ho la fortuna di avere una suocera che la domenica sera parte da Goriano Valli e viene a L’Aquila, per restare fino al venerdì e accudirla, almeno fino a settembre, quando andrà all’asilo. Per la più grande è mio marito che la porta a scuola, prendendosi 10 minuti a lavoro, perché io uscendo alle 7 non riesco”. Complicato anche il rientro: “Con il tempo pieno finisce alle 17, ma mio marito due giorni a settimana fa anche il pomeriggio, quindi devo prendermi mezz’ora al lavoro per andare a riprenderla”. Tutto questo, in giornate “normali”, ma naturalmente accade che la suocera abbia da sbrigare faccende inderogabili e lì la soluzione è una sola: “Calcoliamo chi ha più ferie, tra me e mio marito, e ci prendiamo una mezza giornata. Stiamo sempre con il calendario in mano a studiare gli incastri migliori”.

Ma non è stato sempre così “facile”: “In passato mi è capitato di lavorare per una ditta in cui si iniziava a lavorare alle 7,30 e, dovendo portare mia figlia al pre-scuola all’asilo, ho chiesto dieci minuti di permesso ogni mattina. Dieci minuti  che avrei recuperato durante la pausa pranzo. Mi hanno ‘consigliato’ di trovare una soluzione alternativa, altrimenti avrei creato un precedente e non potevano permetterlo. La mia soluzione è stata svegliare mia figlia, di allora 5 anni, alle 6 di mattina, portarla da parenti che si sono gentilmente offerti di tenerla in casa fino a che sarebbe potuta entrare e quindi accompagnarla. Per fortuna non sono tutti così e molti vengono incontro alle necessità delle mamme lavoratrici, proprio come sta succedendo dove mi trovo ora”.

Le mamme della ricostruzione, il lavoro.

Chi pensa che le restauratrici passino il tempo con un pennellino in mano a togliere polvere da qualche quadro evidentemente si sbaglia di grosso: “Più che altro lavoriamo con malta e cazzuola”, ride Mirjam. “La maggior parte dei cantieri sono di lapideo, quindi lavoriamo per messe in sicurezza, imperniature e si tratta di lavori che si fanno con trapani, secchi da portare su e giù dai ponteggi. E questo al freddo di dicembre o al caldo d’agosto, dentro o fuori, in facciata. Si tratta di un lavoro duro, ma – come si dice – se ami quello che fai non lavorerai neanche un giorno della tua vita e per me è così. Certo, è una fatica che ti ammazza, arrivi a casa la sera che non ce la fai più e vorresti solo buttarti sul letto, ma alla fine il risultato ripaga di tutto”.

mirjam festa della mamma restauratrici

Il rischio, però, è che tanto lavoro venga sminuito: “Vedo sempre più colleghe e colleghi che ormai vengono assunti con contratti ARI, per restauratori, con stipendi davvero bassi e nessuna gratifica. Non si può lavorare tanto e magari prendere meno di chi non è specializzato, anche perché dopo tanti studi e formazione viene da pensare di aver sbagliato tutto nella vita. Io ho la fortuna di avere ancora un contratto edile, che prevede uno stipendio buono e diverse gratifiche, ma purtroppo per la categoria le cose non sembrano cambiare in meglio”.

Resta però un lavoro faticoso, che… “arrivi a casa la sera che vuoi solo buttarti sul letto”, ma “alla fine il risultato ripaga di tutto”. Anche perché, il “risultato” è L’Aquila e il suo territorio che rinascono. Scusate se è poco. Ma non è comunque un buon motivo per svilire un lavoro importante.