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Terremoto del Friuli 45 anni dopo, “com’era dov’era”: una tragedia incisa nelle pietre

Era il 6 maggio 1976 quando una tremenda scossa colpì il Friuli. "L'orcolat" secondo il folclore: sono passati 45 anni dal terremoto del Friuli. Quasi 1000 morti e 45 paesi rasi al suolo ma ricostruiti

Un minuto maledetto. La distruzione totale e poi una ricostruzione faticosa, «Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese.» Venne giù tutto, morirono 989 persone. 45 anni fa il drammatico terremoto del Friuli: magnitudo 6.5, dritto al cuore delle Alpi Giulie, a nord di Udine.

Terremoto del Friuli: il bilancio parlò da solo. Si sfiorarono le mille vittime, 3mila feriti e quasi 100mila sfollati.

Alle 21 del 6 maggio 1976, nell’area friulana compresa tra Udine e Pordenone, nessuno sapeva che la vita, da un momento dall’altro, non sarebbe stata più la stessa. Non lo sapevano gli anziani, gli adulti. Non lo sapevano i bambini. Furono 137 i Comuni colpiti dalla scossa: violenta, improvvisa, in una sera di primavera che di primavera non aveva niente.

La terra tremò e fu subito inverno. Una scossa violenta tra i Comuni di Gemona e Artegna, il resto è tristissima storia. Una storia di polveri, macerie, distruzione e dolore. I danni furono inestimabili: le conseguenze della scossa distruttrice furono amplificate dalle particolari condizioni del suolo, dalle zone di altura dei paesi maggiormente colpiti e dall’età avanzata delle costruzioni.

Non è un caso se il tristemente noto terremoto del Friuli fu avvertito in tutto il Nord Italia. Il sisma cancellò in meno di un minuto quei paesi che due Guerre Mondiali non erano riuscite a piegare.

Lo chiamano “l’Orcolat”: nella tradizione del folclore friulano, cioè “l’orco della Carnia” capace di scatenare terremoti. E quello del Friuli, purtroppo, è rimasto nella storia per le tragiche conseguenze che si è portato dietro.

Terremoto del Friuli, dalle macerie un modello di ricostruzione

Centinaia di giovani friulani, dopo l’evento sismico, partirono dalle zone della regione non toccate dalle conseguenze del terremoto. Una corsa ai soccorsi immediata, perché c’erano vite da salvare. Furono i sindaci a costituire e coordinare vere e proprie squadre, insieme all’aiuto logistico di Vigili del Fuoco e degli Alpini della Julia. 

L’incubo non era ancora finito, però. Il Friuli era destinato ancora a tremare, solo pochi mesi dopo.

Nuove forti scosse colpirono la terra friulana nel settembre di quello stesso anno: fecero crollare quel poco che era rimasto ancora in piedi. Come il Campanile del Duomo gotico di Venzone.

Dallo scenario di distruzione, un progetto di ricostruzione ad hoc, definitivamente completato negli anni. “Prima le fabbriche, poi le case poi le chiese”: era stata questa la richiesta avanzata dall’arcivescovo di Udine, monsignor Alfredo Battisti.

Una ricostruzione che, fin dal principio, non ha voluto snaturare nulla di ciò che c’era prima del sisma. Nessuna città nuova: il Friuli è rimasto il Friuli. È rinato dalle sue polveri, più forte, ma senza dimenticare.

A capo dei lavori Giuseppe Zamberletti, Commissario straordinario per i Soccorsi. Una ricostruzione che, proprio grazie al suo Commissario, ha gettato le basi per la nascita della prima Protezione Civile.

Il Friuli ha offerto l’esempio di un modello completo di ricostruzione, portato a termine. Completo perché funzionale e funzionante. Oltre 5mila chilometri quadrati colpiti, 600mila abitanti coinvolti nella vasta area del sisma, quasi 989 morti, 100mila sfollati, 18mila case distrutte, 45 Comuni rasi al suolo. E la lunga serie di scosse di assestamento e paura. Il Friuli, però, fu ricostruito in dieci anni. Ciò che era stato frantumato è stato ricostruito, pietra dopo pietra, con un’attentissima catalogazione che ha visto la gente del posto prendere ogni pietra, numerarla e rimetterla al suo posto.

Il Friuli ha avuto la forza di restare quello di un tempo, senza mai dimenticare l’Orcolat che lo ha buttato giù e i morti pinti, che ogni anno vengono commemorati. Lo sguardo fiero che carezza una ricostruzione difficile ma perfetta, oscurato solo dalla vista di quei numeri, che fanno riaffiorare alla mente una storia di dolore, inciso indelebilmente prima sulle pietre, poi sulla pelle.