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Montagna, gli incidenti ci sono sempre stati: ma l’Abruzzo scommette sulla sicurezza foto

La sicurezza in montagna parte dalla formazione delle persone che vogliono praticare qualsiasi tipo di disciplina: in montagna non esiste il rischio zero.

Montagna e sicurezza: il tavolo voluto dall’assessore regionale Guido Liris continua a far discutere. Il Capoluogo propone l’analisi accurata del giornalista Fulgo Graziosi: una normativa per limitare le “stragi”.

“Gli incidenti in montagna ci sono sempre stati: è tempo di mettere nero su bianco una normativa regionale sulla sicurezza in montagna soprattutto alla luce delle ultime tragedie che hanno scosso sensibilmente l’opinione pubblica fino al punto di richiamare l’attenzione degli amministratori regionali” – spiega Graziosi.

Non è mancata qualche polemica tra l’Assessore Liris e il Consigliere Pietrucci.

“Francamente, non lo definirei scontro, ma soltanto un confronto abbastanza costruttivo. Proprio sul piano del confronto occorre mettere in discussione le idee, da qualsiasi parte possano pervenire, purché aderenti alla materia in esame”.

Facciamo un passo indietro. In montagna non esiste il rischio zero. Tra le vittime si registrano anche tanti esperti.

“L’incidente del Monte Velino non è stato certamente l’ultimo. Infatti, subito dopo, a distanza di pochi giorni, se ne sono verificati altri nell’area del Gran Sasso, per fortuna molto meno gravi, ma pur sempre impegnativi per i soccorsi.
Da quando sono nato, in un paese di montagna, tutti gli adulti, genitori, parenti e amici mi hanno insegnato ad avere molto rispetto della natura e, in particolare, della montagna. L’ho sempre ritenuta affascinante, bella, misteriosa, maestosa, ammaliatrice, ma altrettanto pericolosa perché, proprio nella bellezza, nasconde pericolose insidie.
Se torniamo indietro con la memoria, riscontriamo che l’Appennino Abruzzese è disseminato di vittime, appartenenti, per la maggior parte, alla categoria di quelle persone pratiche di alpinismo e speleologia che hanno voluto sfidare i giganti della natura. La montagna vuole, ogni tanto, il contributo di vite umane in primavera, estate, autunno e inverno. Non fa sconti a nessuno.
Basta una semplice banalità per provocare una tragedia per se e per gli altri. Una nevicata improvvisa nel tardo autunno, con un successivo e repentino innalzamento della temperatura, oppure l’avvento di una corrente umida meridionale, contribuisce alla formazione di strati di neve liscia, dura, lucida come un cristallo, sulla quale a fatica trovano pratica applicazione ramponi e piccozze”.

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Negli anni ’60 la ‘Tre giorni del Gran Sasso d’Italia” ospitò il campione nazionale Zeno Colò. Lei fu testimone diretto di un incidente banale e fortunatamente con un lieto fine.

Quando L’Aquila rinasceva dal Gran Sasso

“Sono stato testimone oculare di uno scivolone di un giovanotto, attrezzato di tutto punto per frequentare le nevi di Campo Imperatore. Mi era stato affidato l’incarico di effettuare un servizio giornalistico per un quotidiano sportivo sulla gara di sci denominata “Tre giorni del Gran Sasso”. Per l’occasione ospite d’onore Zeno Colò, al quale era stato affidato il ruolo di apripista. Il campione aveva richiamato molta gente sulle nevi di Campo Imperatore. Sul ciglio del canalone che si diparte dal Rifugio Duca degli Abruzzi, fino alla ex stazione intermedia della funivia, si erano sistemate centinaia di persone. Il baldo giovane, vestito alla perfezione con scarponi, tuta, giacca, cappello, guanti e occhiali, probabilmente acquistati il sabato precedente, mi passò davanti alla ricerca di una posizione ottimale. Qualche ora prima avevo osservato la lastra di neve ghiacciata che aveva inizio a qualche metro dal ciglio pulito dal vento. Lo invitai, per pura precauzione, a tenersi più in alto proprio per evitare il pericolo di una possibile scivolata. Rispose con decisione e sicurezza di essere abbastanza pratico per scegliere il percorso da seguire. Dopo una decina di metri iniziò a scivolare cercando di affondare inutilmente le mani nella neve. Sferrò anche una lunga serie di calci per affondare gli scarponi alla ricerca di un qualsiasi appiglio. Continuò la veloce scivolata fino al fondo del canalone, sfiorato dalla veloce discesa di Zeno Colò. Quando tornò in quota aveva le mani sanguinanti, bollenti, pervase da un dolore lancinante.
Sopra a questo strato ghiacciato, successivamente, si depositano nuove coltri di neve che non aderiscono al piano sottostante in maniera stabile. A volte basta una ventata, un rumore improvviso, il rombo di un motore di aereo, un fischio, un urlo, una lieve scossa sismica, vedi Rigopiano, per far scivolare una slavina che, come una grossa lama, taglia, trascina, travolge tutto ciò che incontra, compreso alberi, speroni di roccia, fabbricati e, purtroppo, anche escursionisti”.

Più informazione, corsi ed “educazione” alla montagna.

“E’ opportuno creare una completa cultura della montagna, della speleologia, al fine di dare una corretta informazione sui comportamenti da osservare in montagna, commisurando gli stessi alle proprie capacità fisiche e mentali.
Non sarebbe affatto sbagliato se si iniziasse ad educare i giovani fin dalle scuole primarie con apposite e mirate lezioni tenute da esperti della materia.
Nel corso delle operazioni di intervento un aspetto da attutire, oppure da eliminare con decisione, consiste nel contenere al minimo indispensabile la divulgazione delle doverose notizie. Non sono necessarie molteplici passerelle, attraverso inutili conferenze stampa, certamente poco educative nei confronti degli spettatori minori, specialmente quando si mettono in mostra errati comportamenti e dichiarazioni a volte antitetiche. Le squadre di soccorso devono operare con la massima concentrazione, senza essere distratte e infastidite da riprese e interviste in diretta. Forse, lo spettacolare, ma nello stesso tempo fallimentare, esperimento in diretta del trasporto del battipista con l’elicottero, in condizioni meteo proibitive, avrebbe potuto essere evitato. Come pure l’impegno di trecento persone, tra volontari e forze dell’ordine, per effettuare i sondaggi. In queste condizioni il coordinamento delle operazioni diventa dispersivo e confusionario”.

Montagna, dall’equipaggiamento idoneo al kit Artva e altri aspetti di non trascurabile importanza.

“Tra le varie proposte ho letto che l’escursionista dovrebbe essere dotato di idonei scarponi, particolare vestiario, capiente zaino contenente viveri e indumenti, anche di pala, sonda, apparecchio di ricerca per dispersi in valanga, ricetrasmittente e, oltretutto, della consueta piccozza e ramponi. Mancherebbe soltanto un periscopio. Mi sembra un po’ troppo. A meno che l’escursionista non assuma anche un portatore. L’uso della pala o della sonda risulterebbero di difficile, o impossibile, applicazione quando il corpo è completamente avvolto e compresso nella coltre nevosa. Tutto ciò potrebbe essere annullato in gran parte se l’attrezzatura dovesse battere violentemente contro qualche ostacolo, vanificando l’emissione dei segnali. Inoltre, c’è da considerare un ulteriore aspetto di non trascurabile importanza. Oggi, quasi tutti sono in grado di procurarsi un’attrezzatura del genere. L’acquistano, la indossano e, perciò, ritengono di essere degli esperti escursionisti. Non è così. Non è consentito lasciare porte aperte a questo tipo di interpretazioni. Bisogna possedere la cultura dell’escursionismo e di tutte le attività ricomprese nella legge regionale. Non basta e non è sufficiente il possesso dell’attrezzatura completa. Appare, oltretutto, insufficiente l’applicazione di un possibile deterrente ticket, finalizzato all’attribuzione del rimborso delle spese sostenute per i soccorsi con l’impiego dell’elicottero. Non è affatto dissuasivo. Basterebbe controllare quante volte tale onere sia stato applicato agli incauti escursionisti. Un ponderato e oneroso deterrente dovrebbe tener conto anche dell’impiego dei mezzi e del personale delle Forze Armate. Costi che, inevitabilmente, ricadono sui contribuenti locali e nazionali.
Le operazioni di soccorso invernale, veloci e immediate che possano essere, appaiono sempre tardive, non per la scarsa professionalità dei soccorritori, tutt’altro, ma esclusivamente per il tempo. Appare quanto mai delicato affrontare questo argomento, ma è di capitale importanza ai fini di migliorare, non di risolvere, il buon esito delle ricerche. Le esperienze maturate in questi anni, gli studi effettuati, le sintesi medico scientifiche alle quali si è pervenuti in ordine ai tempi di sopravvivenza dei dispersi sepolti da una valanga, hanno dimostrato che non si superano, normalmente, i nove o dieci minuti di vita in quelle condizioni, salvo rarissime eccezioni. Quindi anche l’acquisto del sofisticato radar da applicare agli elicotteri per la ricerca di qualsiasi oggetto metallico in dotazione al disperso, risulterebbe soltanto utile ai fini del recupero e non di salvataggio del ricercato.
Appare quanto mai antitetico il concetto di dotarsi di apparecchiature metalliche, pala, fibbie, mostrine, etc. in montagna, nel periodo corrente dalla primavera all’autunno, non bisognerebbe portare oggetti metallici di qualsiasi genere per non essere investiti dai fulmini. I pastori, in tal senso, insegnano. Ho visto ragazzi con il collo bruciato dalla fusione della catenina, con il ventre cotto per via della fibbia dei pantaloni e con le suole degli scarponi chiodati divelte dalla tomaia. Altro esempio. Un adulto investito dal fulmine attratto dal solo cappuccetto metallico di una penna inserita nel taschino della giacca.
Gli impegni e gli sforzi andrebbero orientati alla ricerca di sistemi volti all’accorciamento dei tempi d’intervento delle ricerche. Così come disciplinato, fino ad oggi appare molto distante e dispersivo il processo di ricerca.
In sintesi, dopo aver illustrato almeno nella esposizione alcune analisi e tesi, bisognerebbe giungere alla stesura di una organica sintesi, finalizzata alla urgente e indifferibile integrazione e strutturazione della disciplina regionale per sicurezza in montagna. Perciò, ai soli fini di una semplice collaborazione, vorrei offrire all’Assessore competente, alla Giunta e al Consiglio regionale, alcune proposte operative, orientate a fornire elementi di considerazione e riflessione per l’emanazione di applicabili e perseguibili emendamenti operativi”.

Una rete tra i vari “attori” della montagna  per fare formazione

“Si dovrebbe prendere in considerazione la possibilità di affidare  funzioni di coordinamento e intervento alle Forze Armate, in quanto presenti sul territorio in maniera capillare e professionalmente preparate per la programmazione e pianificazione degli interventi. In secondo luogo coinvolgere il CAI, l’Ente Parco e la Protezione Civile all’organizzazione di incontri con le scuole di ogni ordine e grado, al fine di creare nei ragazzi una migliore e approfondita conoscenza della montagna, della speleologia e tutte le discipline connesse. L’escursionista dovrà essere munito di un polizza assicurativa per la responsabilità civile della vita privata per il risarcimento dei danni provocati direttamente, o attraverso i familiari conviventi, per la pratica di sport e hobby; eventuali spese legali; rimborsi agli Enti preposti per il recupero con l’impiego di elicottero o altri mezzi di soccorso ( la polizza annuale, senza le spese dell’elicottero non supera i 50 euro; anche con l’impiego di questo mezzo di soccorso dovrebbe essere abbastanza contenuta e sopportabile)”.

Montagna, la comunicazione al primo posto: dagli utenti al servizio Meteomont

“Ogni escursionista dovrà depositare presso la Stazione dei Carabinieri competente per territorio, o comunicare per email, il giorno prima dell’attività alpinistica, speleologica, etc., la planimetria del sentiero che intende percorrere, con l’indicazione del grado di difficoltà e i tempi di percorrenza. Inoltre, dovrà allegare copia della polizza assicurativa con la data di validità. È fatto tassativo obbligo all’escursionista di comunicare, via telefono o radio, eventuali cambiamenti di percorso per facilitare le eventuali operazioni di ricerca. L’esatta indicazione del sentiero scelto consentirà alla Forse Armate di pianificare, con maggiore efficacia, la tempestività degli interventi.
Affidamento alla Protezione Civile regionale del compito di esecuzione delle disposizioni impartite dal coordinamento delle Forze Armate ai fini della logistica assistenziale.
La Regione, i Comuni, la Protezione Civile, il CAI dovranno servirsi del Servizio Meteomont del IX Reggimento Alpini e di altre Forze Armate per divulgare, ad ampio raggio, ogni e qualsiasi notizia inerente le condizioni atmosferiche e le situazioni di pericolo incombenti sul territorio regionale”.