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Terremoto 6 aprile 2009, dalla Sardegna per L’Aquila: “Non potevo rimanere a guardare”

Mi prese per mano e tra le lacrime mi presentò a tutti: "È venuta dalla Sardegna per noi". È in quel preciso istante che sono stata adottata. Terremoto 6 aprile 2009, il ricordo di Silvia Sanna, "la sarda".

L’AQUILA – Terremoto del 6 aprile 2009, il ricordo di una volontaria della Sardegna: “Mi sentivo impotente, ma non potevo rimanere a guardare”.

“Ricordo la mattina del 6 Aprile 2009. Ero a casa con la bronchite e mia madre, appena mi svegliai, mi parlò di un terremoto in Abruzzo, a L’Aquila. Io a quei tempi avevo persino il dubbio se L’Aquila si scrivesse tutto attaccato o meno e dell’Abruzzo sapevo ben poco”. Inizia così il ricordo di Silvia Sanna, giunta a L’Aquila nel post sisma come volontaria dalla Sardegna.

“Passai tutti i giorni della mia convalescenza – ricorda Silvia – a guardare i TG, io che non guardavo mai la televisione. Ore e ore di dirette, con gli occhi gonfi e i singhiozzi, disperata per la disperazione di un intero popolo. Mi sembrava quasi di conoscere gli aquilani uno per uno, con il viso rigato da un pianto nero di polvere e fango. Mi sentivo impotente, come molti. Ero a casa, con la bronchite e un lavoro da maestra, precario quanto la salute a quei tempi. Precario come la vita ai piedi del Gran Sasso. ‘Appena guarisco vado a dare una mano, non posso stare qua a guardare’, dissi. Dopo qualche mese di ricerca disperata di un modo per poterci andare davvero senza disturbare, partii, da sola, verso L’Aquila, grazie a un’associazione che reclutava volontari: io ero pur sempre una maestra – e scoprii che questa parola può essere magica – quindi mi sarei occupata di bambini. Ero un cane sciolto e “qualcuno” se ne accorse. Due giorni prima della partenza mi chiamarono per dirmi che non dovevo più partire, che non potevo più partire, che erano già in troppi. Partii ugualmente. ‘Troverai l’esercito’, mi dissero ‘e non ti faranno entrare in città’. ‘Acchì semmu a Kabul!’ risposi”.

“Poi a L’Aquila ci arrivai veramente e per un attimo mi sentii a Kabul. Ci misi un po’ a capire quale fosse l’ingresso della tendopoli, perché fosse tutto presidiato dalle camionette dell’esercito, perché i volontari mi imponessero di non girare mai sola nella tendopoli e infine… perché qualche anima buona, saputo che arrivavo addirittura dalla Sardegna da sola, disse ‘Ma non possiamo mica rimandarla indietro’ e con un giro di telefonate trovò per me un’alternativa. Quell’alternativa si chiamava Villa Sant’Angelo: un paese di neanche 500 anime che conta ben 17 morti sotto le macerie. Ognuno in paese aveva perso qualcuno: un parente, un amico, un vicino di casa. Villa fu il comune più colpito dal terremoto, in termini di vite e di devastazione. Il più piccolo aveva appena 3 anni, si chiamava Andrea. Arrivare a Villa Sant’Angelo in quei giorni era davvero difficile. Io ci arrivai grazie a un gruppetto di volontari che, rischiando grosso, mi fecero nascondere dentro un’ambulanza per eludere controlli e mi portarono alla stazione più vicina. Da lì un autista basito mi portò, unica passeggera, nell’unico punto in cui si poteva transitare nei pressi della tendopoli di Villa Sant’Angelo. Arrivai sotto un sole cocente in mezzo ai campi, zaino in spalla, senza conoscere la strada. Passò uno sconosciuto su una macchina e mi chiese dove fossi diretta, sola e sperdutacon 40°, nei pressi di una risaia. Quello sconosciuto (ciao Geo) divenne un prezioso vicino di branda di notti gelide e lacrimose e di gioie e dolori nella vita della tendopoli”.

“Arrivata al campo base – prosegue Silvia –  non tardai a farmi conoscere: ‘Oh, la sarda ha chiesto 3 coperte!’ ridevano gli alpini che con una grappa non sentivano né il freddo né il caldo. E tutte le mattine, alle 8, entravano nella tenda con il loro calore alcolico. Ai piedi del Gran Sasso anche in estate, quando si spegne il sole, è subito inverno. Avevo freddo, freddissimo. E allora uno sconosciuto abitante del luogo (ciao amico di Faber ) sfidando ogni divieto, ogni zona rossa, ogni uomo dell’esercito… andò nella sua casa terremotata per prendere un’altra coperta calda alla “sarda”. E mi sentii ancora di più a casa”.

“Ricordo la prima persona che mi venne incontro all’ingresso della tendopoli, mentre i carabinieri mi identificavano come volontaria: una donna del posto mi chiese chi fossi. Là ‘figliora di ca’ sei?’ si dice in un altro modo, ma si dice ugualmente. Mi presentai. Lei sembrò non capire. ‘Da dove?’. ‘Dalla Sardegna’. Iniziò a piangere. Un pianto che non sapevo come leggere, come affrontare. Mi prese per mano, mi portò nella tenda della mensa e mi presentò a tutti, tra le lacrime: ‘È venuta dalla Sardegna per noi’. È in quel preciso istante che sono stata adottata, che sono diventata fill ‘e anima di un intero paese, che ho trascorso intere giornate con i bambini e i loro nonni, con le loro mamme a ridere, piangere, cantare e lavare i cessi chimici e a non dimenticarci mai che vale sempre la pena vivere, anche se attorno hai solo macerie e anche dentro. Questo è stato il mio primo giorno nella tendopoli di Villa Sant’Angelo, a cui ne sono seguiti tanti altri fino ad arrivare a un mese ex più, prima che la Croce Rossa mi rispedisse a casa dopo aver accompagnato una nonnina a fare un ceck-up nella tenda del pronto soccorso: lei alla fine stava alla grande, io stavo per collassare. Mi rispedirono a casa spaventati. Per una settimana vagabondai nella mia città, fremendo, poi feci subito il biglietto per tornare in tempo per vedere i bambini – i miei bambini – lasciare la tendopoli e tornare finalmente a scuola, in una scuola da campo, ma pur sempre scuola. Vidi le loro case di legno e plastica, i Map, il villaggio provvisorio in cui vivono ancora dopo 12 anni, le stradine con le aiuole curate e una nuova vita che tardava a decollare. Mi mancano. Mi mancano immensamente tutti”.

“E dodici anni non sono abbastanza per far sedimentare il dolore ed essere pronta a vedere cosa è cambiato, quali promesse sono state mantenute, quanto il nostro ultimo abbraccio possa essere diventato, in questi anni di lontananza solo fisica, un non lasciarsi mai più. Mi hanno sempre chiesto, gli amici di Villa – anzi: la grande famiglia di Villa- di scrivere un libro sulla mia esperienza, sulla nostra esperienza. Ma quella di oggi è la cosa più lunga che sono riuscita a scrivere, perché nonostante siano passati 12 anni il dolore per il loro dolore pulsa ancora forte. E anche questa notte tra il 5 e il 6 aprile, in attesa delle 3.32, ora in cui anche il mio orologio interno si è fermato, non riuscirò a dormire. E maledico quel terremoto che il 6 aprile 2009 distrusse le vite di un paese che è diventato Casa, che è diventato Famiglia. Ma lo benedico anche, perché mi ha fatto scoprire un amore, una forza d’animo e una dignità che non avevo mai conosciuto. Villa vivrà e L’Aquila tornerà a volare“.