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Vincenzo Comi, adesso una coraggiosa riforma della giustizia

Vincenzo Comi: ora serve una coraggiosa riforma della Giustizia. Ampliare i Riti Alternativi e le misure alternative alla detenzione. Amnistia ed Indulto per alleggerire il carico delle Carceri in tempo di Covid.

Vincenzo Comi: celebrare un processo penale in tempi ragionevoli; assicurare diritti e garanzie agli imputati in tempi ragionevoli; rafforzare i riti alternativi; riformare l’esecuzione della pena; separare le carriere ed, infine, un coraggioso provvedimento di Amnistia ed Indulto.

All’indomani dell’insediamento del nuovo Ministro della Giustizia Marta Cartabia, il Capoluogo ha intervistato il Presidente della Camera Penale di Roma, Vincenzo Comi.

La Riforma della Giustizia invocata dall’autorevole voce del presidente della Camera penale del Tribunale più grande d’Europa, oltre che avvocato penalista e attento difensore dei diritti dei cittadini, in sede di processo, e dei carcerati, in sede di applicazione della pena.

“Veniamo da un governo caratterizzato da proclami e da scelte populiste sulla giustizia” ha dichiarato il presidente della Camera Penale Vincenzo Comi al Capoluogo.

“Passa il tempo, ma la situazione della Giustizia italiana resta invariata, anzi peggiora. Non si sono date risposte ai temi più cocenti e si sono emanate leggi in direzioni opposte. Eppure la necessità sarebbe chiara: celebrare un processo penale in tempi ragionevoli. Nella sostanza per avere tempi ragionevoli si dovrebbe modificare il Codice per introdurre istituti che consentano di assicurare diritti e garanzie agli imputati in tempi ragionevoli“.

“La riforma della Giustizia del Ministro Bonafede ha, di fatto, introdotto il rischio concreto di un processo senza fine. – ha aggiunto Vincenzo Comi -Voglio ricordare la manifestazione di protesta di due anni fa, quando tutti i penalisti si sono alternati a Piazza Cavour in interventi di 5 minuti per una settimana senza soluzione di continuità, per aprire un dibattito concreto con tutte le forze politiche sulla scellerata riforma della prescrizione. In quella occasione la gente si è resa conto che questa legge metteva a rischio le persone di affrontare un processo senza fine”.

“La prescrizione è un istituto che interviene per assicurare al cittadino di non essere perseguitato all’infinito quando, in un tempo ragionevole, lo Stato non sia riuscito a compiere il proprio dovere e ad accertare eventuali responsabilità. I riti alternativi avrebbero dovuto essere rafforzati per ridurre il carico ed invece sono stati chiusi dal legislatore. I riti alternativi al dibattimento andrebbero rafforzati ed agevolati, poiché riducono il carico del dibattimento, così come l’udienza Preliminare. Quest’ultima rappresenta un ‘portone d’ingresso’ in cui il giudice ha modo di filtrare, di selezionare i processi che meritano l’accesso al dibattimento e per questo andrebbe rafforzata. L’esecuzione della pena per i condannati dovrebbe prevedere delle misure alternative alla detenzione, almeno per quei condannati che sono per lo più detenuti comuni per droga. La pena deve avere una funziona rieducativa, che si è dimenticata in questi anni”.

“Il ministro Orlando aveva elaborato un progetto di riforma per cui si erano costituiti gli Stati Generali per l’esecuzione penale al fine di tracciare le linee guida della Riforma dell’esecuzione della pena. Il grande lavoro fatto in quella occasione è andato completamente perso. Se la condizione dei detenuti era degradata allora, ora ci si sommano le drammatiche conseguenze della pandemia da Coronavirus. Oggi serve il coraggio del Ministro della Giustizia Cartabia che proponga un provvedimento di amnistia e indulto. Ciò consentirebbe di ridurre la pressione nelle carceri e di far ripartire la giustizia penale, che verrebbe alleggerita di un numero di procedimenti che non vedrebbero mai la definizione”.

“È necessario intervenire con le riforme affinché il cittadino abbia fiducia nel sistema”.

“Se il cittadino dubita del giudice, automaticamente questo si riverbera sull’etica pubblica e sulla tenuta dello Stato.
Il caso Palamara ha riportato alla ribalta delle cronache l’esigenza dell’ordinamento dell’autonomia della magistratura. È ora che, con coraggio, venga riconosciuta la separazione delle carriere: che il giudice sia imparziale e terzo e che il Pubblico Ministero sia l’organo di accusa”.