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Rino, vittima della montagna: quell’eterna passeggiata sul Gran Sasso

Quando sono passati ancora pochi giorni dalla tragedia del Velino, riaffiora il ricordo di Salvatore Catalano. La storia di un 36enne ingegnere siciliano, con la montagna nel cuore, che ha perso la vita sul Gran Sasso

Sono passati ancora pochi giorni dalla tragedia del Velino, pochi per un dolore che abbraccia quattro vite e quattro famiglie spezzate. E allora, dalle cime bianche delle montagne d’Abruzzo, riaffiorano ricordi rimasti silenti, in un’altra epoca. Quella in cui l’assenza di internet e una cronaca ferma a cartacei e telegiornali in tv, non ha lasciato traccia di una vittima della montagna: Salvatore Catalano, per tutti Rino.

“Era atletico, slanciato…era beddu”. Salvatore Catalano è un angelo della montagna. Aveva 36 anni ed era un ingegnere siciliano, sposato con due bambini. Il 23 agosto del 1996 uscì da casa dei suoi suoceri, a Pettino, per prendere la prima corsa della funivia e salire sul Gran Sasso. Era l’alba. Fu ritrovato alle prime luci del giorno dopo, in località Pietracamela.

“Voleva solo fare una passeggiata – ci racconta sua moglie, ascoltata dalla nostra redazione – ma da quella passeggiata non è mai rientrato. I soccorritori lo hanno trovato il giorno dopo, la mattina del 24 agosto. Ricordo confusamente quei momenti, capii che non c’era più dallo sguardo di mio fratello. Fu lui ad aprire quando bussarono alla porta per comunicarci la tragica notizia”. 

Salvatore Catalano era un abituale frequentatore delle Alpi.

Aveva trascorso diverse vacanze sulle sue amate Dolomiti, precisamente nel comprensorio della Civetta. La stoffa dello sportivo non gli mancava ed era stata coltivata negli anni scolastici. Da allievo della Scuola dei Lasalliani, a Catania, aveva avuto infatti la possibilità di praticare molte attività sportive negli anni della scuola.

Quell’estate del 1996 – nei giorni che precedono la Perdonanza – L’Aquila era la città in cui Rino, sua moglie e i suoi bambini stavano trascorrendo qualche giorno di ferie, diversamente da quanto facevano in genere, scegliendo spesso destinazioni estere. Rino e sua moglie si erano conosciuti nella loro Catania, ma l’Abruzzo era la meta scelta per passare qualche giornata in tranquillità, potendo contare sui nonni per i bambini piccoli, di soli 5 anni e 6 mesi.

“La mia famiglia – ci spiega la moglie di Rino – si era trasferita nel capoluogo d’Abruzzo quando io avevo solo 19 anni. Io rimasi a Catania e mi iscrissi alla Facoltà di Lettere Antiche che, in quegli anni, a L’Aquila non c’era. Qualche giorno prima di quel maledetto 23 agosto, io e Rino eravamo stati a visitare Santo Stefano di Sessanio: lì imparai a cucinare le lenticchie secondo la ricetta tradizionale aquilana, con aglio e alloro. Il 24 agosto mio marito sarebbe rientrato a Catania, ma il giorno precedente aveva deciso di salire in montagna. Non c’era mai stato prima: a L’Aquila avevamo visitato solo il centro storico. Amavamo Collemaggio, tanto che lì avremmo desiderato sposarci, ma avendo programmato il matrimonio nel mese di febbraio, la Basilica sarebbe stata troppo fredda. Quindi ci sposammo nella Chiesetta di Santa Maria Mediatrice di Pettino, vicina alla casa dei miei genitori”.

Così, alle prime luci dell’alba del 23 agosto 1996, Salvatore Catalano si inoltrò sul Gran Sasso.

“Partì molto presto, ricordo che lo salutai in dormiveglia. Andò in cucina e si preparò un caffè prima di uscire e mettersi in viaggio. Lasciò l’auto alla Villetta di Assergi. Era una bella giornata d’estate e mi aveva parlato di una passeggiata… Io non sono mai stata un’esperta di montagna, né un’appassionata delle escursioni in alta quota. Dentro di me, in quel momento, non avvertii paura. Ero rassicurata dall’idea che si trattasse di una camminata, anche se sul Gran Sasso. Pensai che potesse essere come una delle molte passeggiate che mio marito aveva fatto tantissime volte per raggiungere il Rifugio Sapienza, sull’Etna. Le cose, poi, andarono diversamente”. 

Erano anni in cui non c’era ancora l’uso comune del telefono cellulare. Lo ricorda sua moglie in un racconto commosso, 25 anni dopo.

“Rino non aveva un cellulare con sé. Io lo aspettai fino alle 17. A quell’ora aveva detto che sarebbe rientrato a casa. Non ricordo molte cose di quei giorni, almeno non con nitidezza: ricordo bene, però, che alle 17 in punto iniziò la mia angoscia. Avevo l’orologio vicino. Continuavo a controllare l’orario: di mio marito, però, non c’era traccia. Diedi subito l’allarme. Le ricerche partirono subito, ma non servì”.

Le operazioni si interruppero con lo scendere del buio. Fu una notte di tormenti, interrotta dall’alba del giorno successivo. Solo la luce del giorno restituì Rino. Prima ai soccorritori, poi alla sua famiglia. Fu ritrovato privo di vita, in un dirupo, sul versante teramano del Gran Sasso, in località Pietracamela.

“La ricostruzione fatta da tutte le forze impiegate nelle ricerche fu una: era stato un incidente. Un tragico incidente. Qualche tempo dopo salì anche mio suocero – accompagnato da uno degli uomini che aveva preso parte alle ricerche – a verificare personalmente la natura di quei luoghi, gli ultimi visti dagli occhi di Rino”. 

I funerali di Salvatore Catalano si svolsero pochi giorni dopo a Catania, il convoglio funebre attraversò mezza Italia. Dall’Abruzzo alla Sicilia. La chiesa che ospitò le esequie era stracolma di gente, accorsa per offrire l’ultimo saluto al giovane ingegnere prematuramente scomparso.

Sua moglie – insegnante al Liceo Classico di Catania – da allora, lo ricorda ogni giorno. Lo rivede negli occhi dei loro figli, un avvocato e un futuro ingegnere, come il papà. Venticinque anni non cancellano un amore e una storia di vita scritta insieme, a cui la montagna ha messo un punto crudele.

“Rino mi diceva sempre: ‘Non devi avere paura della fatica’. Una frase che porto sempre con me. In quel periodo, con i bimbi piccoli, ero stanca e stressata, ma lui era la mia roccia: lo era sempre stato. Non ho più incontrato sul mio cammino una persona come lui. I miei figli sono stati la mia salvezza”.

E nei giorni del dramma del Velino, internet non può rendere giustizia a un incidente altrettanto tragico, avvenuto anni prima e sulle cime di altre montagne. Il racconto si è spento nei giorni immediatamente successivi a una tragedia che la sua famiglia non potrà mai dimenticare.

“Io ho sempre solo sfiorato L’Aquila. Anche le volte in cui, dopo la morte di mio marito, sono tornata a trovare i miei genitori. L’Aquila è una città meravigliosa, popolata da gente garbata e diretta, ma sono catanese nel cuore: fuori dalla mia finestra ho sempre potuto vedere il mare e un orizzonte illimitato, non racchiuso dai monti”.

Nella storia di Pietracamela, del Gran Sasso, dell’Aquila e delle sue montagne, però, anche grazie al racconto di sua moglie, Salvatore resterà molto più di un ricordo sfiorato.

Resta la cronaca di un incidente drammatico e di una vittima che non deve essere dimenticata. Resta l’esempio di una passione, per le vette e per una libertà che sa di fatica e sudore. Resta un ricordo saldo, che non potrà svanire sotto i colpi del tempo. Resta, sopra ogni cosa, il sorriso di Rino, riaccendersi ogni volta in cui sorgerà il sole sul Gran Sasso.