Ricostruzione a due velocità a L’Aquila e cratere, snellire e accelerare: i contributi non sono eterni

Burocrazia e intoppi tecnici rallentano la ricostruzione nei comuni del cratere sismico, ma oltre il fattore tempo c’è il rischio di perdere i contributi. Il sindaco Francesco D’Amore: “Bisogna snellire e accelerare”.

“Bisogna riorganizzarsi e trottare, altrimenti prima o poi perderemo i fondi”.

Così al microfono de IlCapoluogo.it il sindaco di Fagnano Alto, Francesco D’Amore, che spiega: “I contributi non sono eterni, già il Milleproroghe di dicembre ha dettato alcune tempistiche: se a settembre 2021 non sono formati gli aggregati con i relativi progetti fuori dai centri storici e nel 2022 quelli dentro i centri storici, si perdono i contributi”.

I problemi sul tavolo, però, sono molti, a cominciare dalle “due velocità” che si registrano tra L’Aquila e i Comuni del Cratere sismico, per via di procedure spesso differenti che penalizzano soprattutto le imprese che operano nel cratere.

Molti gli aspetti tecnici che influiscono, a partire dal pagamento del SAL finale (Stato di Avanzamento Lavori) che per L’Aquila è il 10%, mentre per il cratere è il 15%: significa che, prima dell’ultimo SAL, alle imprese che operano a L’Aquila viene già corrisposto il 90% dell’importo, mentre a quelle del cratere l’85%. Ma non è l’unica disparità, in quanto lo stesso SAL finale a L’Aquila viene pagato in media entro 5 mesi, nel cratere ci impiega invece un anno: quindi più del doppio del tempo. Senza contare che, invece di essere pagato nei canonici 120 giorni, lo stesso SAL finale si può svincolare solo con il collaudo e, da circolare della USRC, addirittura dopo l’agibilità che, però, è legata a fattori esterni quali ad esempio gli allacci delle utenze, che in qualche caso sono avvenuti anche dopo 24 mesi. A L’Aquila, invece, il SAL finale può essere pagato subito, con l’emissione di una fidejussione a garanzia, possibilità non prevista nel cratere.

Al di là del “fattore SAL”, comunque, anche i parametri al metro quadrato sui quali vengono richiesti i contributi sono soggetti a continui tagli; tagli corposi nel cratere, più lievi a L’Aquila.

Insomma, mentre per qualcuno la ricostruzione può essere un’opportunità anche economica, per le imprese che operano nel cratere è una continua lotta alla sopravvivenza, che mette in difficoltà le ditte. In attesa che l’ANCE faccia sentire anche la voce dei costruttori “figli di un dio minore”, al momento la speranza arriva dall’Eco Sisma 110, di cui si stanno redigendo le modalità e con cui sarà possibile sommare le pratiche Sisma 2009 con il nuovo decreto.

Ricostruzione, Francesco D’Amore: “Snellire e accelerare”.

Al di là dei problemi tecnici in capo alle ditte, anche gli amministratori faticano: “Io sono partito nel 2015, – spiega il sindaco Francesco D’Amore – ma era tutto fermo. Ho riorganizzato la struttura comunale, mettendo un ingegnere, e abbiamo cercato di fare il massimo. Adesso abbiamo una trentina di cantieri attivi, con una media di cinque all’anno. Quando ho visto che le pratiche erano ferme, ho convocato i presidenti degli aggregati per fare il punto su quello che mancava, organizzando anche incontri con i cittadini. Abbiamo lavorato tanto, ma tanto c’è ancora da fare”.

Nonostante la spinta propulsiva, infatti, numerosi sono gli ostacoli burocratici e tecnici che non permettono una ricostruzione fluida e con tempi certi. “Negli uffici – spiega il sindaco D’Amore – il personale è andato sempre più diminuendo, ma il problema principale riguarda una burocrazia fin troppo articolata, con una gestione delle pratiche che non è uniforme. Nonostante tutto, comunque, la ricostruzione privata va avanti, nonostante la complessità del territorio comunale, articolato in 10 frazioni, una condizione che naturalmente rende tutto più difficile”.

Ricostruzione e sottoservizi: “L’Aquila non ha insegnato nulla”.

Un altro tema caldo, quello dei sottoservizi: “L’Aquila non ha insegnato nulla, ancora oggi alcuni aggregati non sono inseriti nei capitoli e ci ritroviamo con questi fili appesi per i centri storici dei borghi, e poi stiamo tanto a parlare di stile architettonico e di vincoli. I sottoservizi si potrebbero fare tranquillamente durante il cantiere, con tracce sotterranee in cui far passare le utenze. Come si fa a ricostruire, dire ai cittadini di rientrare nelle case e poi tornare a rompergli ancora la casa? Tra l’altro è un dispendio di soldi pubblici che non ha senso. Senza contare le strade: chi deve risistemarle dopo i lavori? Perché non creare un fondo, nel quale ogni aggregato, in base ai contributi presi, dà al Comune una percentuale per la sistemazione delle strade?”

Capitolo a parte, quello delle seconde case: “Occorre una riorganizzazione in relazione alle fasce, perché senza attenzione sulle seconde case, quei cittadini che venivano in vacanza, facevano girare l’economia, non torneranno più. Se gli ricostruisci la casa tra 10 anni, salta una generazione: un bambino che per tanti anni non può frequentare i luoghi in cui i genitori tornavano in estate o per le feste, quando si farà grande non ci tornerà più e quella casa finalmente ricostruita rappresenterà solo una spesa inutile”.

Comuni del cratere, la ricostruzione non basta

Ma i problemi della ricostruzione nascondono anche insidie a lungo termine: “Non possiamo ricostruire per avere case vuote, occorre ricostruire anche il tessuto economico-sociale; lo dicevo già 5 anni fa ai miei consiglieri, una volta che sblocchiamo la ricostruzione e la macchina sarà ripartita ci dobbiamo occupare di altro, altrimenti accadrà che portiamo a termine la ricostruzione, ma non ci sarà nessuno ad abitare quelle case. A mio avviso si deve quindi lavorare su turismo e agricoltura, i due settori in cui possiamo fare la differenza. Le agenzie immobiliari mi dicono che c’è interesse per i piccoli borghi, quindi non possiamo perdere quest’occasione. La scelta di abitare nei piccoli borghi si può fare, ma servono i servizi”.