Sant’Agnese, quando c’era la congrega dei giornalisti di lingua

Sant'Agnese 2021: quest'anno a causa del Covid non sapremo chi sarà "ju zellusu" o chi avrà il titolo di "lavannara", ma insieme a Mario Narducci possiamo ripercorrere questa tradizione e ricordare quando, a L'Aquila, c'era la congrega dei giornalisti di lingua.

Oggi è Sant’Agnese, ma causa Covid non ci saranno le cene conviviali, le bonarie prese per i fondelli, i e diplomi da consegnare con tanto di foto ricordo. Dopo l’aperitivo della Vigilia e la Fiera dell’Epifania mancherà un’altra tradizione tipicamente aquilana.

Quest’anno non potremo sapere quindi chi nelle congreghe avrà conquistato l’ambito titolo di “lavannara”, “mamma dei c… deji atri”, “ju zellusu” o “la lima sorda”. Possiamo in ogni caso aprire il cassetto dei ricordi. Soprattutto nell’Aquila pre sisma, questa giornata era occasione per uscire, stare insieme, fare magari serata in uno dei tanti locali del centro storico: dal No end, al Cavour, passando per il Mythos, una tazza in compagnia e due pettegolezzi “pe deozziò”.

Sant’Agnese per gli aquilani non è solo una festa e non è soprattutto, come dicono tanti, solamente una giornata votata alla maldicenza. Per tanti aquilani si tratta semplicemente di un rito, di una tradizione che va onorata e rispettata.

Come nasce il mito e il rito di Santa Agnese?

Le leggende sono tante e si perdono tra storia e mito nella notte dei tempi. Si sa per certo che esisteva un monastero omonimo della santa venerata dalle malelingue presso l’ex ospedale San Salvatore in piazza Giulio Natali, accanto il convento delle suore di San Basilio.

La giovane e casta Agnese che morì martire per decapitazone e “jugulata”, rappresentò nell’immaginario collettivo un esempio di purezza, degno di venerazione. Pare quindi che fosse diventata intorno al ‘500, protettrice delle donne ai margini della società, delle linguacciute, di quelle “malmaritate” e delle “giovinette pericolanti”.

Un’altra storia molto più antica e risalente agli anni della fondazione della città, dice che c’erano ei gruppi di persone che si incontravano nelle locande per “parlare male” dei signori e per questo motivo, proprio il 21 gennaio, vennero esiliati.

Da qui, il termine “quelli di Sant’Agnese” che furono poi riammessi in città a patto che non facessero più “pettegolezzi”. Ovviamente, il patto non fu rispettato e ben presto tornarono a incontrarsi, pare della parti della Rivera, per fare “maldicenza”.

Tra ricordi e leggende, non potendo quest’anno scrivere di cariche e congreghe, il Capoluogo ha voluto ascoltare la voce di chi questa tradizione così come la conosciamo oggi l’ha quasi plasmata, perchè sempre presente, anche con la neve e in qualunque condizione: Mario Narducci, giornalista e scrittore aquilano, inventore, tanti anni fa, della Sant’Agnese dei giornalisti “di lingua”.

“Sant’Agnese – spiega Mario Narducci al Capoluogo – non è quello che si vuole far passare. È una storia molto più semplice, casereccia e senza malizie. Per noi che abbiamo qualche anno in più è solo un’occasione per ritrovarsi, tra burloni, molti dei quali si divertono davvero con poco”.

“Di satira oggi se ne fa poca, non esiste quasi più e tutti sappiamo quanto sia importante, soprattutto in un momento storico come questo, in cui l’isolamento e la paura hanno preso il sopravvento”.

Sant’Agnese è stata a lungo una tradizione aquilana che si è riproposta di anno in anno e che si è andata evolvendo anche grazie sicuramente a questa patina di cultura che gli si vuole dare con il Festival del Pianeta maldicenza”.

“In realtà la santa esiste a prescindere e la fanno le congreghe che con i loro nomi colorati e goliardici, le cariche che hanno cambiato pelle e sono cresciute di anno in anno, hanno fatto in modo che questo rito non morisse mai”.

Una volta grazie a Mario e all’idea di altri colleghi, c’era la Sant’Agnese dei ‘giornalisti di lingua‘.

“Tradizione che abbiamo portato avanti fino al terremoto del 2009. Con l’aiuto di mio figlio avevamo fatto anche il logo che riproduceva una sagoma di profilo dalla cui bocca usciva una lingua che diventava una penna”.

“C’eravamo tutti, mi sembra di vederli ancora adesso, anche quelli che purtroppo non ci sono più. Da Avezzano raccogliemmo adesioni di qualche altro collega e si faceva ‘serata’ in allegria al locale Lo scalco delle Tre Marie”.

“Eravamo molto presi da questa cosa, tanto che realizzai anche dei distintivi e uno stemma. Adesso che queste cose non ci sono più e che non possiamo fare nulla, se non stare a casa a ricordarle, mancano da morire”.

Mario Narducci ovviamente, con la sua nota allegria, era il protagonista di queste serate tra colleghi.

“Erano serate bellissime, fatte di risate a non finire, io facevo le mie solite uscite in dialetto che piacevano a tutti, tant’è vero che per 7 o 8 anni mi hanno rieletto continuamente presidente. Dopo il terremoto ci siamo dispersi e non abbiamo fatto più niente”.

“Tanti colleghi come me facevano parte anche di altre congreghe, per cui noi non ci incontravamo il 21 gennaio ma un paio di giorni prima in modo da poter poi partecipare alle altre serate”.

“Luogo di ritrovo per noi dell’Antica e Nobile Congregazione di Santa Agnese, che è stata registrata anche dal notaio, è sempre stato il ristorante La Matriciana. L’appuntamento è solo rimandato, perchè mai come adesso abbiamo bisogno di un po’ di sana e nostrana leggerezza”.

“Adesso c’è una pandemia e dobbiamo stare a casa. Speriamo solo di avere il tempo e le condizioni per poter ripercorrere questi riti in futuro”.

La foto allegata all’articolo risale al convivio del 2020 dell’Antica e Nobile congregazione di cui fa parte Mario Narducci