Quantcast

Bar e ristoranti, un anno di serrande chiuse: aspettando il nuovo Dpcm

Bar e ristoranti, dopo l'altalena di colori il futuro è da 'profondo rosso'. Ristori assenti o insufficienti, tasse solo rinviate ed entrate al minimo. "Non sappiamo neanche se potremo aprire questo weekend". La categoria è esausta

Svegliarsi la mattina, andare a lavorare. Rientrare la sera e sapere che quella serranda resterà chiusa chissà per quanto. Dpcm lucchetto per bar e ristoranti: chiusi dal lockdown prima, dal rosso e dall’arancione poi. Un 2020 di mancate entrate e di uscite sempre presenti, di “misure discutibili” e di ristori incerti.

Manca poco al nuovo Dpcm, che prevedrebbe una stretta anti movida, non consentendo l’asporto ai bar oltre le ore 18, per evitare assembramenti. L’Aquila e Avezzano offrono, da tempo ormai, l’esempio di una categoria esausta. Stanca di un’incertezza che regna sovrana e che fa seguito a un “accanimento contro un settore fermo”, a intermittenza, da quasi un anno.

“Prima c’è stato l’accanimento delle istituzioni nei nostri confronti. Ora c’è incertezza assoluta. Nessuno si esprime, nessuno ci comunica cosa dovremo fare, ad esempio, già questo weekend. Oggi siamo gialli, domani non si sa. Come si può lavorare così?”. A parlare al Capoluogo è Luca Taralli, proprietario del ristorante La Cartiera del Vetojo, location per cerimonie immersa nel verde dell’Aquila, e rappresentante del direttivo dell’associazione RAV, Ristoratori Aq VS Virus, nata nel maggio scorso per dare voce ai ristoratori colpiti dalla crisi da Covid 19.

In un ristorante la programmazione è la base di tutto. Nel mio caso, in particolare, per preparare una linea di piatti, quindi quella che è la nostra proposta ai clienti, ci vogliono 4 giorni. Come possiamo, però, programmare senza sapere se tra qualche giorno saremo aperti o chiusi? Lavoriamo nell’incertezza, subendo  un’enorme mancanza di rispetto per tutta la categoria. Il mio locale lavora con gli eventi e, ad oggi, posso dire che nel 2020 abbiamo lavorato in totale un mese e mezzo, da settembre a metà ottobre. Intanto, però, le spese pesano sempre sulle nostre spalle. Spese che sono rilevanti, soprattutto se la struttura è grande. Intorno a noi solo confusione: caos sulle misure restrittive, sui ristori e su un Governo che sembra, ora, anche in bilico. Andrà avanti? Che fine faranno gli aiuti minimi che lo Stato aveva garantito? Manca il coraggio di fare scelte a lungo termine. Manca lo Stato accanto a chi paga le tasse e vorrebbe solo tutelato il suo diritto al lavoro“.

Covid19, l’agonia dei piccoli commercianti: facciamo la nostra parte

A Luca Taralli fa eco un altro ristoratore ascoltato dal Capoluogo. Luca Totani, titolare del ristorante Connubio, in pieno centro storico a L’Aquila.

“Crediamo nella nostra attività, ci abbiamo creduto dal momento in cui siamo rientrati in centro quando ancora nessuno vi era tornato ed erano ancora vive le problematiche legate al sisma. Com’è la situazione? Ho paura del nuovo Dpcm. Se dovessimo tornare arancioni e se dovesse essere limitato anche l’asporto andremmo davvero incontro a problemi seri. Noi ristoratori – aggiunge – dobbiamo fare la spesa necessaria per svolgere la nostra attività, dobbiamo avere il nostro magazzino, con alimenti di prima qualità. Alimenti che non durano per sempre. Non possiamo più permetterci di buttare tutto ciò che acquistiamo per soddisfare la clientela e che non viene utilizzato per il sopraggiungere dell’ennesima chiusura”.

Che aria tira ad Avezzano? Non molto diversa da quella che si respira nel capoluogo.

Cominciamo dai ristoranti. La situazione è difficile?

“Non è difficile, è drammatica – ci spiega Stefania Bontempi del Simposio, ristorante in centro ad Avezzano – A noi non servono i 2mila euro arrivati, ciò che ci vorrebbe è il blocco dei costi fissi, degli affitti e delle utenze. Altrimenti abbiamo pochissima autonomia. Non so se qualcuno, poi, è disposto a vendere la propria casa pur di salvare la sua attività, dopo anni e anni di lavoro“.

Su 12 mesi abbiamo lavorato soli 6 mesi. Le restrizioni non aiutano ad avere buoni afflussi di clienti e, tra l’altro, il limite orario disposto è assolutamente illogico. Togliendoci la cena ci tolgono praticamente tutto. Noi personalmente a pranzo possiamo anche chiudere. Tant’è. Sosteniamo i costi di gestione a fronte di zero incassi. Non si può andare avanti così”.

Lo testimoniano gestori di bar, locali e ristoratori, alle prese con un nuovo rischio chiusura e con dipendenti che continuano ad aspettare la Cassa Integrazione

Claudio Cosimo, titolare del locale Il Bignè in centro ad Avezzano, spiega alla nostra redazione. “C’è stata una ripresa dell’attività nei mesi estivi. Ma già da ottobre si è riaffacciato lo spettro Covid, assieme a quello della nuova chiusura. Noi siamo stati chiusi fino all’11 dicembre e poi abbiamo lavorato fino a fine anno con l’asporto, soprattutto di prodotti artigianali.  Tra i guadagni e le spese, però, ci ho rimesso migliaia di euro. Ho fatto rientrare dalla Cassa Integrazione 4 persone su 14 dipendenti, anche per loro la situazione è delicatissima. Cosa dobbiamo fare? Noi chiudiamo quando ci viene ordinato, rispettando la legge. Ma le istituzioni quando inizieranno a rispettarci? Non abbiamo aiuti, non abbiamo sostegni. I miei 14 dipendenti cosa devono fare? Si parla di ristori, di potenza di fuoco…dove sono questi ristori? Se si pensa che possa bastare il credito d’imposta al 60% allora si è ben lontani dal capire il vero problema. Le spese rinviate? Io ho preferito non rinviare nulla, tanto prima o poi avrei dovuto pagarle. Temo che tantissime attività non potranno rialzare la serranda dopo questa fase”.

Tra i locali del centro toccati dalle conseguenze delle misure restrittive non manca Il Gran Caffè. Abbiamo contattato il giovane William Favoriti, che ci ha spiegato: “Lavorare serenamente è impossibile. Il Covid è un problema reale, non una questione mediatica. Quindi noi vogliamo lavorare se si può lavorare. Ma se gli esperti dicono che si deve chiudere, va benissimo; dovremmo quantomeno, però, essere messi nelle condizioni di non indebitarci“.

“Ricordiamo che dietro di noi ci sono fornitori, locatori, dipendenti. E si crea una catena di persone e professionisti in difficoltà. Una catena di debiti: i guadagni sono a zero, le persone vengono messe in Cig e ci ritroviamo, come gestori del locale, spese e affitto da pagare. Senza contare che i miei dipendenti ancora non percepiscono la Cassa Integrazione di novembre“.

Emilio Carmignani, nella schiera di ristoratori e commercianti colpiti dalla crisi Covid, ha deciso di rispondere con coraggio, con l’apertura di un nuovo locale. Oltre alla Pasticceria Carmignani, in centro recentemente c’è stata l’apertura di Carmignani Gluten Free Bakery. “Abbiamo vissuto un commercio a intermittenza nel 2020. La ripresa estiva ha subito il contraccolpo autunnale, con la città meno frequentata da cittadini e turisti rispetto alla stagione calda. Ci aspettavamo un dicembre positivo, invece abbiamo lavorato per la sopravvivenza. Si consideri che i nostri prodotti, utilizzando materie prime, hanno un costo di produzione elevato, quindi siamo riusciti sì a fare qualcosa, ma di certo non possiamo dire di avere guadagnato”, sottolinea Carmignani.

“Mi aiuta il mio essere positivo. Non mi abbatto e mi affido alle poche certezze che abbiamo. Lo dimostra il fatto che, in piena pandemia, a settembre, abbiamo deciso di raddoppiare, con l’apertura di un nuovo locale. In mezzo a tante difficoltà abbiamo deciso di accendere una luce, invece che spegnerla. Credo molto nella politica del darsi da fare, quindi mi sono rimboccato le maniche ancora una volta. Ecco perché poi sono dispiaciuto nel vedere molte attività in centro – in passato protagoniste di proteste e polemiche per l’apertura di quei centri commerciali che hanno allontanato i cittadini dalle zone centrali – chiuse per diversi giorni. Tutto fa gioco, anche diverse attività commerciali, vicine tra loro, aperte appunto. La loro chiusura, in alcuni momenti recenti, ritengo sia un piccolo passo indietro come mentalità imprenditoriale: dovremmo, secondo me, cercare di sfruttare ogni possibilità di apertura. Capisco che c’è il rischio di aprire e andare incontro ad ulteriori spese, ritrovandosi poi il locale vuoto, ma credo che il nostro lavoro vada oltre. Si parla di professionalità, quindi nel bene o nel male bisogna alzare la serranda, accendere le luci e offrire un servizio al cliente“.

Di luci, tuttavia, rischieranno presto di spegnersene tante, se nessuno farà qualcosa.