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Covid19, intervista a Raffaele Guariniello: “Vaccinarsi non è dovere morale ma legge”

Vaccini anti Covid, l'intervista del Capoluogo al magistrato Raffaele Guariniello: "Chi non lo fa può essere licenziato. Vaccinarsi non è un dovere morale ma è legge".

“Tutelare la salute significa vaccinare il maggior numero possibile di persone. Non è una indicazione ‘morale’, è ciò che prevede la legge”.

La campagna vaccini anti Covid 19 è entrata nel vivo in Italia: nel dibattito tra favorevoli e contrari, spicca l’autorevole opinione del giurista Raffaele Guariniello. 

Si vaccinerà? “Assolutamente sì. Sono un giurista ed è mio compito interpretare la legge

Guariniello sarà tra quelli che si vaccineranno e, al Capoluogo, precisa: “Sono un giurista, pertanto ho il compito di interpretare la legge”. E la legge è chiarissima.

Lui infatti, che il Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro lo conosce alla perfezione, rimanda all’articolo art. 279 del decreto 81, spiegando che la legge parla chiaro: “Il datore di lavoro, su conforme parere del medico competente, adotta misure protettive particolari per quei lavoratori per i quali, anche per motivi sanitari individuali, si richiedono misure speciali di protezione, fra le quali:
la messa a disposizione di vaccini efficaci per quei lavoratori che non sono già immuni all’agente biologico presente nella lavorazione, da somministrare a cura del medico competente; l’allontanamento temporaneo del lavoratore secondo le procedure dell’articolo 42″.

Quindi il lavoratore che rifiuta di vaccinarsi può essere allontanato dal luogo di lavoro.

Se è vero che la legge dice “mettere a disposizione” e dunque non obbliga nessuno a vaccinarsi, è anche “vero che la stessa norma impone al datore di lavoro l’allontanamento temporaneo del lavoratore in caso di inidoneità alla mansione su indicazione del medico competente”.

Praticamente, come può il medico non esprimere un giudizio di inidoneità se il datore di lavoro, proprio su parere del medico competente, ha messo a disposizione il vaccino, poi rifiutato dal lavoratore?

Il dottor Guariniello ricorda come: “Nei primi mesi del 2020, in piena fase emergenziale segnata dalla crescita esponenziali di casi e contagi, si è discusso molto sulla responsabilità penale del datore di lavoro, fino a quando con pieno accordo tra le parti sociali è stata approvata una norma (art. 29-bis inserito nel D.L. n. 23/2020) che ha chiarito, appunto, la posizione. Ma la norma “assolve” completamente da ogni responsabilità penale il ddl”.

Una norma come l’art. 29-bis introdotto nel D.L. n. 23/2020 convertito dalla legge 5 giugno 2020, n. 40 produce un duplice effetto: “Conferma la responsabilità penale a titolo di colpa del datore di lavoro che violi protocolli o linee guida o accordi; ma non esclude la responsabilità penale del datore di lavoro che, pur rispettando protocolli o linee guida o accordi, non adempia ai distinti obblighi previsti da leggi specifiche quale il TUSL”.

“I casi di cronaca ci portano nuovamente a fare una conta amara dei contagi e decessi nelle RSA o in molte strutture assistenziali: in tali circostanze, la responsabilità penale ricadrà sul ddl o sarà addossata anche ad altre figure professionali?”. 

Una responsabilità penale “è configurabile anche per un’affezione da Covid 19 occorsa a un terzo (come il paziente di una struttura ospedaliera o un ospite di una casa di riposo); e può gravare non necessariamente sul datore di lavoro, bensì anche o soltanto su altri garanti della sicurezza quali un dirigente, l’RSPP, il medico competente, e non escluso lo stesso lavoratore inadempiente agli obblighi contemplati dall’art. 20, D.Lgs. n. 81/2008”, conclude

Raffaele Guariniello, una vita votata alla magistratura

Fate il giornalista: era questa un’aspirazione del dottor Guariniello.
Aveva infatti pensato di intraprendere la strada della carta stampata: ipotesi abbandonata nel momento in cui ha indossato la sua toga da magistrato.

Guariniello infatti è stato ed è tuttora uno dei protagonisti della magistratura italiana. Custodisce un patrimonio fatto di numerosi quanto voluminosi fascicoli delle importanti inchieste e indagini condotte, di cui ricorda a memoria ogni passaggio ed articolo di legge: dalla Fiat a Thyssen, da Stamina all’amianto killer fino all’uranio impoverito, che hanno segnato cinquanta anni di carriera, raccontata nella sua autobiografia edita di recente.

Appassionato, curioso, attento: nel 2013, in occasione di un convegno sulla Sicurezza nei luoghi di lavoro, ha avuto modo di visitare L’Aquila ferita, camminando lungo l’asse centrale.

L’Aquila la conosce bene: ne aveva apprezzato l’eleganza e la bellezza prima del sisma del 6 aprile 2009. Oggi ne conosce la realtà fatta di vicende giudiziarie post terremoto, e quando gli viene chiesto cosa intende per “Modello L’Aquila”, espressione che risuona in alcune delle sue interviste, spesso menziona la sentenza di condanna emessa dalla Corte di Cassazione per il crollo del Convitto Nazionale che causò la morte di tre minorenni.

La sua speranza è quella di “poter un giorno ripercorrere le vie della città, cambiata e riportata allo splendore e a quell’eleganza, che avevo colto a suo tempo”.

Raffaele Guariniello e l’anti doping: “Ci vorrebbe una giustizia capace di applicare le norme esistenti”

Il magistrato, a fine anni 90, aprì anche un’importantissima inchiesta per l’abuso di farmaci all’interno del calcio italiano, che coinvolse club sportivi  come la Roma e la Juventus. Il processo finì in parte con delle assoluzioni, ma il problema del “doping” negli ambienti sportivi è ancora attuale.

“Le norme ci sono – spiega – non è il problema fondamentale modificarle o rivederle: occorre una giustizia capace di applicarle. È fondamentale quindi il ruolo della giustizia penale”.