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Covid 19, non è la scuola il motore del contagio nella seconda ondata

Non è stata la scuola il motore del contagio nella seconda ondata. Gli studi del Centro Europeo per il Controllo delle Malattie e dell'Istituto Superiore di Sanità: se un bambino è contagiato da un adulto, nella maggior parte dei casi la trasmissione è avvenuta in casa

Non è stata la scuola il motore del contagio nella pesantissima seconda ondata che ha colpito l’Italia e l’Abruzzo. A stabilirlo uno studio del Centro Europeo per il controllo delle Malattie, a cui ha fatto eco il recente studio dell’ISS, l’Istituto Superiore di Sanità.

La prima, quella curata dal Centro Europeo per il Controllo delle Malattie, è un’indagine approfondita che chiarisce i numeri del contagio che ruotano intorno al sistema scolastico, da molti additato come tra i luoghi principali in cui si diffonde il contagio. Il ritorno in aula, secondo i risultati ottenuti, ha anzi comportato più svantaggi che vantaggi.

Non contagi, quindi. Hanno funzionato le misure adottate dai diversi paesi europei. In Italia ci si è trovati di fronte a specifiche disposizioni dei dirigenti scolastici: mascherina ovunque obbligatoria, ovviamente, banchi distanziati e gel igienizzanti. Solo in alcuni istituti, però, è stato scelto di rendere obbligatorio l’utilizzo della mascherina anche seduti ai banchi (e non solo per l’ingresso e qualsiasi spostamento all’interno degli edifici).

Clicca qui per la versione integrale dello studio: COVID-19-in-children-and-the-role-of-school-settings-in-transmission-first-update_0_compressed

Covid 19 e scuola, lo studio dell’ISS

L’Istituto superiore di Sanità ha pubblicato un report dal titolo ‘Apertura delle scuole e andamento dei casi confermati di Sars-CoV-2: la situazione in Italia’. 

“La chiusura delle scuole – si può leggere nel report dell’Iss – è stata adottata in tutto il mondo per frenare la diffusione di Covid-19. Tuttavia, l’impatto della chiusura e della riapertura delle scuole sulle dinamiche epidemiche rimane ancora poco chiaro“.

Nel periodo compreso tra il 31 agosto e il 27 dicembre 2020 sono stati rilevati 3.173 focolai in ambito scolastico, pari al 2% del totale dei focolai segnalati a livello nazionale, si legge nel report che analizza l’andamento epidemiologico nazionale e regionale dei casi di Covid-19 in età scolare (3-18 anni). La maggior parte dei casi in età scolare (40%) si è verificata negli adolescenti di età compresa tra 14 e 18 anni, seguiti dai bambini delle scuole primarie, dai 6 ai 10 anni (27%), dai ragazzi delle scuole medie di 11-13 anni (23%) e dai bambini delle scuole per l’infanzia (10%).

Il tasso di ospedalizzazione nella popolazione in età scolare è stato dello 0,7% a fronte dell’8,3% nel resto della popolazione. Nella popolazione 0-3 anni il rapporto è molto più elevato: pari al 6,2%. Nel mese di settembre, riporta il documento, l’età media dei casi in età scolare è stata di circa 12 anni, per poi aumentare leggermente nel mese di ottobre e tornare al valore precedente a novembre e dicembre. La distribuzione dei casi tra femmine e maschi è risultata totalmente bilanciata a livello nazionale, ma con lievi differenze a livello regionale.

Da metà settembre (riapertura delle scuole 14-24 settembre), si è osservato un aumento progressivo dei casi giornalieri diagnosticati in bambini e adolescenti dai 3 ai 18 anni di età, che ha raggiunto la fase di picco dal 3 al 6 novembre.

In seguito la curva ha iniziato progressivamente a scendere, con un andamento simile a quello della popolazione generale.

L’ISS ricorda che, “i Paesi hanno adottato piani diversi per quanto riguarda le scuole durante l’allentamento delle misure restrittive del lockdown”. Per poi mettere in evidenza lo studio dell’Ecdc, Centro Europeo per il controllo delle Malattie.

“Le evidenze disponibili fino ad oggi indicano che, nei Paesi in cui sono state implementate le chiusure scolastiche e il rigoroso distanziamento fisico, i bambini, in particolare nelle scuole dell’infanzia e primarie, hanno una maggiore probabilità di contrarre il Covid-19 da altri membri infetti della famiglia piuttosto che da altri bambini in ambito scolastico”