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Francesco Barone, la sua Africa 53 missioni dopo: “La vera povertà è quella delle ingiustizie” foto

Dal 1998 impegnato in 53 missioni umanitarie in Africa, il professore Univaq Francesco Barone si racconta. "L'Africa? Tutti ne parlano, ma pochi sanno. E chi sa non dice la verità. Manca l'acqua? Solo in alcune zone. Il problema è che in troppi non hanno i soldi per comprarla, così i bimbi bevono dalle pozzanghere".

Dal 1998 al 2020 cosa è cambiato nell’Africa subsahariana? “Pochissimo, purtroppo quasi nulla”. Più di venti anni di missioni umanitarie significano: “Vedere troppa sofferenza. Guardare bambini bere nelle pozzanghere, sentire urlare madri disperate, vedere guerre e donne non solo violentate, ma sfregiate, senza alcuna pietà. E non parlo di schiaffi, ma di sfregi, troppo spesso consumati a danni di bambine. Eppure nessuno parla della vera Africa! Basta!”.

Francesco Barone alza la voce, anche se non dalla sua Africa, che questa volta non ha potuto raggiungere causa Covid, ma dove tornerà appena possibile. Lo fa nella veste di “operaio del bene”, come missionario che ha perso qualsiasi illusione, ma non la speranza e la ferma volontà di cambiare le cose.

Intanto, la bella notizia è che in Africa sta per arrivare altro ossigeno. “Siamo riusciti a procurare i soldi per quintali di cibo e derrate alimentari varie, che sono arrivate mercoledì 30 dicembre“. Lo spiega alla nostra redazione Francesco Barone, docente Univaq e presidente dell’associazione Help Senza Confini.

Francesco Barone è fresco del riconoscimento assegnatogli da Hassan Fatuma, Ministro delle Politiche Sociali della Provincia del Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo.

“Un motivo di onore per me, non per aspetti di natura sostanziale, ma perché si tratta di un riconoscimento che guarda a cosa negli anni è stato fatto. Quindi emotivamente ti accorgi che le azioni compiute sono servite ad aiutare tanti e che questo viene riconosciuto e percepito”.

In oltre venti anni di attività missionaria Francesco Barone – di professione docente Univaq nel Dipartimento di Scienze Umane, missionario per esigenze e per scelta e portavoce del Premio Nobel per la Pace 2018, Denis Mukwege – molti sono Stati i titoli riconosciuti al professore, ma questo diploma di merito, nello specifico, attesta tutti quegli interventi messi in atto per aiutare i bambini. In particolare gli ex bambini soldato, nel centro aperto a Goma. “Vi ho conosciuto bambini che si sono raccontati, offrendomi testimonianze che ho cercato di raccogliere con rispetto e delicatezza”. Poi il Centro Kwetu, con l’associazione Gli Amici di Francesco, “in lingua swahili vuol dire ‘casa nostra’. Abbiamo voluto che il centro sorgesse in una zona periferica di Goma, in un villaggio abitato da famiglie poverissime, alle quali abbiamo consentito di accedere a cibo, medicine e beni di prima necessità.

A pesare sul riconoscimento assegnato a Francesco Barone è stato soprattutto, poi, l’impegno profuso per i bambini ospedalizzati. “Nel corso di 53 missioni umanitarie – ci spiega Barone – aver visto che i bambini, una volta guariti, non possono uscire dall’ospedale se i genitori non pagano prima le spese di ospedalizzazione, è stato un colpo durissimo. Un qualcosa che non poteva lasciarmi indifferente. Un giorno ho portato una somma importante in ospedale per questi bambini e il personale mi ha risposto porgendomi una lista, con i singoli prezzi per ogni bambino, in base alle cure cliniche ricevute. Quella volta persi il controllo e urlai che tutti i bambini dovevano essere dimessi. Le famiglie, quando arrivarono a riprendere i propri figli, rimasero colpite, non capivano chi avesse pagato“.

Francesco Barone porta sulle spalle un peso importante, quello di 53 missioni umanitarie.

“Il mio primo viaggio fu nel 1998, in Ruanda. In ordine sono seguiti: Burundi, Senegal e Repubblica Democratica del Congo. Il mio primo viaggio in Africa aveva alla base anche esigenze legate allo studio, cioè condurre un’analisi sul genocidio dei Tutsi, del 1994. Sarebbe impossibile, però, spiegare come è nata quest’esigenza e ciò che ha comportato negli anni. Mi definisco un credente razionale, ma mi sento un semplice operaio: i progettisti sono altri in questi campi del sociale”.

Più di 20 anni a contatto diretto con l’Africa subsahariana per Francesco Barone. Eppure è cambiato ben poco dai primi tempi africani.

“A cambiare, in realtà, è stato quasi nulla. Ma è tempo di dire le cose per quello che sono. La povertà non è una calamità. La povertà è un qualcosa che si vuole costruire o far continuare ad esistere, per far sì che ci siano poche persone che detengono la ricchezza nelle proprie mani, a discapito di tutte le altre. Se una persona va in Africa, come ho fatto io, arriva pensando che non ci sia acqua o che non ci sia cibo. Andare poi in un mercato, come a Goma o a Dakar, ti mostra tutta un’altra realtà. In queste zone di cibo ce n’è a volontà: il problema è che la gente non ha i soldi per acquistarlo“.

Si parla di Africa intendendo e pensando in generale alla povertà, ma nessuno va alla radice del problema. “Troppi ne parlano, pochi conoscono veramente l’Africa. Manca l’acqua? Certo, nell’Africa Sahariana. Non in quella Subsahariana, che conta tre tra i laghi più grandi del mondo. Ad esempio il lago Tanganica equivale all’estensione del Mare Adriatico. Il problema vero riguarda la distribuzione delle ricchezze, c’è chi ha troppo e chi non ha nulla. E chi parla o non sa o non ha il coraggio di dire la verità”. 

“L’Africa vive di ingiustizie e spesso se ne parla tanto, senza concludere niente. Non è giusto che 30 ultramiliardari detengano la ricchezza equivalente a 4 miliardi di persone. Noi ci ingarbugliamo in mezzo ad argomenti sociologici, economici, socioeconomici e così via: ma la realtà è semplice. Basta volerla guardarla. Bisogna ragionare su una redistribuzione delle ricchezze e se si inviano i soldi occorre accertarsi che arrivino dove si vuole devolverli, senza fermarsi per forza ai governanti di turno. Io vado in Africa perché voglio vedere il momento in cui i soldi donati vengono consegnati a chi ne ha bisogno, ai veri poveri”.

Quest’anno, causa Covid, è stato ancora più complicato per l’Africa raccontata da Francesco Barone, nonostante il virus non abbia attecchito con particolari conseguenze sulla popolazione dell’Africa subsahariana. “Io parlo specificatamente – precisa Barone – della Repubblica Democratica del Congo e, fortunatamente, non si sta vivendo un’emergenza profonda come quella attraversata, ad esempio, in Italia. Si parla di persone, del resto, vaccinate alle cose peggiori di questo mondo. Basta fare un esempio: queste persone fanno il bagno nel lago Kivu come niente fosse, io ci ho provato e mi sono ritrovato in ospedale con gravi conseguenze. Probabilmente il caldo e una loro maggiore resistenza al virus sono stati uno scudo di fronte alla minaccia Covid“.

A Francesco Barone e agli oltre 400 bambini aiutati – ospitati negli orfanotrofi di “Mamma Wa Wote” e “Fiamme d’amour” – auguriamo che il 2021 possa essere un anno migliore di quello appena passato. Un anno in cui il dibattito sull’Africa abbandoni la filosofia e passi ad atti pratici, che partano dal riconoscere il vero problema alla base della povertà africana. Una povertà che non può essere imposta dall’alto. Per questo, strutture e associazioni – come quelle promosse e gestite da Francesco Barone – con la loro presenza in Africa garantiscono cibo, medicinali, posti letto e servizi base, che offrono ai poveri una dignità sottratta dall’ingiustizia sociale africana.