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Il Natale per alcuni ricercatori ex Intecs, “Sotto l’albero nemmeno la speranza”

Un altro Natale senza speranze per i ricercatori della Ex Intecs, ingegneri e figure qualificate che dopo 30 anni di servizio di ritrovano a essere operai precari. "Siamo stati abbandonati dalle istituzioni".

Sarà un Natale difficile quest’anno, a prescindere dal Covid 19, per i ricercatori della ex Intecs dell’Aquila rimasti senza lavoro da quasi 3 anni o diventati precari dopo 30 anni di servizio.

70 ricercatori della ex Intecs sono stati fiaccati da una serie di licenziamenti “lampo” a gennaio 2018, arrivati dopo una sofferta vertenza, conseguente alla decisione della casa madre romana della società che decise di smantellare il sito aquilano, nonostante le garanzie di rilancio, dopo averlo rilevato dalla Dompè.

Già nel 2012, con i primi tagli, furono lasciati a casa in 160. L’azienda nel 2011 rilevò il laboratorio di ricerca e sviluppo dalla Compel, che pochi anni prima l’aveva acquistato dalla Siemens.

Adesso, a due anni dai licenziamenti, si chiude un secondo anno fatto di incertezze e questo sarà ancora una volta un Natale carico di sentimenti negativi.

Questi ricercatori hanno tutti profili qualificati e specializzati, laureati in ingegneria ed informatica e sono senza lavoro da anni, qualcuno, in attesa di tempi migliori ha cercato di “riciclarsi” adattandosi al mondo del lavoro sempre più spietato anche perchè, la maggior parte di loro, è considerata “troppo vecchia per lavorare e troppo giovane per andare in pensione”.

A fine anno si fanno sempre bilanci e per questi uomini la vita diventa una sorta “di terra di mezzo”, un guado che diventa pantano, come nel caso di Umberto Innocente, ingegnere elettronico di 57 anni, originario di Napoli, arrivato all’Aquila, giovane e pieno di speranze nel 1987 e dopo tanti anni in cui ha svolto mansioni in base al suo background oggi è un operaio, tra l’altro precario.

Umberto, a conti fatti, ha ora 31 anni di contributi versati, ma gliene mancano 11 per poter andare in pensione. Per questo, dal momento che dopo tante promesse nulla è stato fatto si è “arrangiato” per andare avanti

“Siamo stati dimenticati, probabilmente anche con la scusa del Covid – spiega Umberto al Capoluogo – in realtà ci è venuto a mancare il nostro unico interlocutore a livello regione con il cambio degli assessori. Una volta andato via Mauro Febbo, per noi si sono chiuse tutte le porte”.

L’Italtel, da cui poi è scaturita l’Intecs era nata negli anni ’20 a L’Aquila , e si era via via specializzata nella costruzione di componenti per la telefonia e quando Umberto è arrivato in città, l’azienda elettronica a era ancora solida e affermata.

“Nel mio gruppo di lavoro all’inizio c’erano 20 persone. Eravamo tutti tra i 24 e i 27 anni, appena laureati, in un contesto che contava circa 3 mila e 500 assunti. Facevo software e hardware delle schede a micro processore, sugli apparati che trasmettevano ancora su rame. Poi nel giro di qualche anno ci siamo spostati sulla nuova frontiera, ovvero la fibra ottica. Il laboratorio intanto cresceva, fino a raggiungere a fine anni ’90, 250 assunti, tutti a tempo indeterminato“.

Umberto, entrato in azienda come progettista junior, è diventato senior, responsabile di gruppi software, e prodotti tecnici per passare poi alla sistemistica, “ero quello che definiva come doveva essere fatti gli apparati elettronici”, ricorda con orgoglio.

L’Italtel a inizio anni 2000 è passata a Siemens e a Telecom Italia, che poi ha ceduto la maggioranza al fondo statunitense Clayton e Dubilier & Rice.

Dopo anni prosperi che hanno dato lustro alla città in tutto il monto, l’inizio della fine: la Siemens ha iniziato ad abbandonare le telecomunicazioni e all’Aquila è subentrata la Compel, “una realtà qualitativamente diversa da quelle precedenti, e infatti qui si è cominciato a realizzare prodotti minore importanza strategica, incentrati sulle telecomunicazioni radio”.

Prima della catastrofe, alcuni suoi colleghi, fiutata l’aria, hanno cominciato ad andarsene, in un periodo in cui ancora qualcosa nel settore informativo si riusciva a trovare anche fuori città. Umberto però all’Aquila era ed è affezionato, aveva acquistato casa, contraendo un mutuo, facendosi negli anni una sua cerchia di affetti e amicizie.

“Sono rimasto perchè ho sempre cercato di pensare positivo ma le mie mansioni sono cambiate. Ci venivano commissionati non più sistemi completi, ma pezzi a richiesta. In questo contesto il mio lavoro si è di fatto trasformato in consulenza, poi sono diventato responsabile del settore commerciale. L’azienda ha preso una commessa dalla Ericsson che in pratica, però, ci dava da lavorare pochissimo. Non producevamo più pezzi ma facevamo solo manutenzione ad alcuni apparati. Tanti colleghi sono così stati mandati in pre pensionamento, poi in cassa integrazione e in uscita agevolata”.

Da lì si è arrivati poi ai licenziamenti di gennaio 2018. In questo contesto di disperazione, sempre in maniera dignitosa, Umberto e i suoi colleghi hanno fatto di tutto per mantenere alta l’attenzione sul loro problemi.

Gli ex ricercatori Intecs infatti, per mesi, non hanno mai abbassato la guardia, tanto da posizionare un camper simbolico davanti la sede della Regione Abruzzo in via Leonardo da Vinci all’Aquila, per portare avanti una sorta di protesta pacifica, ma soprattutto per far in modo di non essere dimenticati dalle istituzioni per quello che non è solo un problema ma che ha preso la forma della vera e propria emergenza!”.

“Abbiamo avuto a maggio scorso un ultimo incontro con Febbo e poi, dopo il cambio di assessori il nulla. C’è stato questo intervento sulla Thales, alla fine hanno assunto 10 persone. 6 sono andati a Roma con un’azienda di consulenza e 4 a L’Aquila a tempo determinato”.

L’obiettivo era quello di impegnare la Thales a riassorbire ameno una parte dei ricercatori ex Intecs dopo la gara “Partenariato per l’innovazione ItalGovSatCom per la realizzazione e messa in opera del sistema satellitare innovativo per telecomunicazioni istituzionali” bandita dall’Agenzia Spaziale Italiana il 22 giugno 2018 e vinta da Thales insieme a Telespazio e Leonardo.

Da non è successo nulla, “la Thales continua a rinviare, pur avendo ufficialmente sottoscritto accordi vincolanti in sede istituzionale con la Regione, i sindacati e il MISE, e nonostante abbia usufruito di un grosso contributo di 10 milioni di euro e nonostante abbia firmato un Protocollo d’intesa con Forender24, una azienda aquilana che si era detta pronta a riassorbire parte del personale”.

“Sta di fatto che in questa morsa restiamo stretti solo noi e di anno in anno ci sentiamo sempre più lontani dalla meta”.

“La situazione è peggiorata, fatichiamo ad avere interlocutori regionali, con l’assessore Febbo e qualche consigliere di opposizione si erano aperte delle discussioni, adesso il nuovo assessore (Daniele D’Amario n.d.r.) non sappiamo nemmeno chi sia, la Thales ha vinto quella gara e noi ormai siamo completamente fuori da ogni giro”.

“La cosa più grave è che chi ne sta uscendo male è anche la città, un capoluogo di regione dove una realtà come la Thales ha preso dei soldi dalla Regione Abruzzo per fare un progetto di ricerca che doveva creare occupazione e noi tutto questo non lo vediamo”.

A marzo 2019 ai ricercatori è stata anche sospesa la Naspi, ovvero l’indennità mensile di disoccupazione, in quanto secondo l’ente previdenziale, sembra che manchino i requisiti.

“Noi andiamo avanti, come possiamo. Ci considerano vecchi per il lavoro e giovani per la pensione proprio all’Aquila, dove abbiamo lavorato una vita e dove si parla continuamente di nuove sperimentazioni e tecnologia 5G”.

“Alcuni colleghi hanno trovato lavoro fuori provincia, ma dopo tanti anni a L’Aquila hai comprato anche casa e a quasi 60 anni ti ritrovi a fare il pendolare. Il Natale in queste condizioni non esiste. Abbiamo tante storie incasinate che ruotano intorno alla  storia di una città che aveva tantissimi anni fa un’azienda elettronica da 5 mila persone e oggi non ha più nulla”, conclude.