Le nuove stanze della poesia, Luigi Anelli

Il poeta vastese Luigi Anelli per l'appuntamento con la rubrica le nuove stanze della poesia, a cura di Valter Marcone.

Il ritratto di Luigi Anelli per la rubrica Le nuove stanze della poesia a cura di Valter Marcone.

Il vastese Luigi Anelli nato il 20 febbraio 1860 e morto il 14 dicembre 1944 nella sua lunga vita a cavallo di due secoli è stato un letterato , storico, giornalista ,poeta, musicista e drammaturgo. Insomma una intera vita dedicata alle arti.

Nacque a Vasto e visse tutta la vita in questa città dedicandosi allo studio, alle sue attività predilette e anche ad imprese editoriali . Sposò la cugina Teresa Celano da cui ebbe tre figli e, dopo la morte di lei, sposò in seconde nozze Emilia Sargiacomo da cui ebbe altri cinque figli.

Nel 1878 ancora studente insieme a un suo amico, diede vita al primo giornale vastese, In Vacanza, una pubblicazione letteraria settimanale nella quale scrissero anche i suoi compagni di studi come Edoardo Scarfoglio, Domenico Tinozzi e Giuseppe Mezzanotte.

Conclusa questa iniziativa ( il giornale non ebbe vita lunga per motivi economici ) nel 1895 rilevò la tipografia Manzitti fondando una sua casa editrice con marchio “Manzitti & Anelli” che dieci anni dopo cambierà in “L.Anelli”

Con il marchio di questa casa editrice nel 1890 pubblicò, arricchendola con note da lui stesso redatte , la Disamina del sistema allegorico della Divina Commedia.

Fu anche editore del periodico locale “Istonio – corriere della domenica”, fondato nel 1888, dove per venti anni pubblicò articoli ogni settimana.

La sua attività giornalistica proseguirà nel tempo con il foglietto quindicinale “Il Vastese d’Oltre Oceano”, stampato dal 1923 al 1933.

Il giornale, quasi interamente scritto da lui, rappresenta un punto di riferimento importante per la storia della città degli anni venti. Fu anche corrispondente del Corriere della sera e del Giornale d’Italia.

Scrisse sonetti in dialetto e nel 1894 sempre in dialetto, pubblicò Cristo come vede così provvede rappresentazione di un proverbio in un atto che fu eseguita con successo, la prima volta il 6 ottobre 1894, nel Teatro Comunale Rossetti. Nel 1897 pubblicò Origine di alcuni modi di dire del dialetto vastese.

Nello stesso anno stampò anche Proverbi vastesi , ricordati da Giuseppe Pitrè. Nel 1901 pubblicò il Vocabolario Vastese lavoro molto apprezzato dai più eminenti glottologi italiani e stranieri. Nel 1923 pubblicò Lo zio spiccicato!, una commedia in tre atti in dialetto abruzzese.

Scrive Gian Piero Stefanoni: “Figura curiosa quella di Luigi Anelli, profondo conoscitore di una Vasto a cavallo tra otto e novecento sviscerata a più riprese in una poliedricità di scrittura che ne fanno uno dei figli più amati, e divertiti anche se andiamo solo a perderci tra gli innumerevoli titoli con cui la cittadina di Rossetti viene raccontata. Cronache – dettagliatissime – di storia locale, commedie e proverbi in vastese (con vocabolario e lavoro sulla sua origine) che unite all’incarico di insegnante e agli altri ruoli ricoperti per il Comune (come direttore del Museo, ispettore di monumenti e scavi e poi bibliotecario) ci mostrano agilmente un percorso ricco, figlio di un attaccamento alla propria terra e di una dinamicità culturale che lo porta a collaborare anche col Corriere della Sera (da giornalista tra l’altro fonda e dirige “Il vastese d’oltreoceano”, organo di collegamento con i vastesi d’America).

Fujje ammescche
Ddu fujje ammescche ajje accungiate aèsse,
cirche e dummânne, stta a ssa grembetelle:
casciegne, panarâzze e ciucurelle,
ciónne de pèchere e ·galline gresse!
Mo te ce truve, prúvele e po resse
ca te piace; la séte, vö, stta aèlle;
assíttete, ca si ssò ppuvurelle
pe lu bbonghéure dóppe ne mme pesse! Vèite ca nen è rróbba perlebbäte;
è jjèreve che ccrêsce gna vé vvé,
che ssolamende Crestte l’ha ’ddacquäte!
Ne l’aripajjudesce?!… e che vu’ cchjì?
quêsse te pozze dà, fraticce mé:
èsse lu mórte e piàgnetele tì!
Foglie miste. Un misto di verdure ho pulito costà, / ciò che vuoi sta in codesta scodella di creta: / crespigni, rosolacci e cicorielle, / ‘vulve di pecora’ (viperine) e gallinelle! // Ora ti ci trovi, assaggiali e può essere / che ti piacciano; la sedia, vedi, sta lì; / siediti, perché se sono poveretto / per il buon cuore poi non mi passi! // Vedi che non è roba prelibata; / è erba che cresce come viene viene, / che solamente Cristo l’ha adacquata! // Non la digerisci?!… e che vuoi più? / questo io posso darti, caro mio: / costà sta il morto e piangitelo tu!

– Povere fèjje mé’ gna mi s’ è ffatte!…
‘n z’ aricannasce cchiì, core mé’ bbèlle!…
Li fréve, chi da majje mi li vatte,
mi l’ à riddìtte gné nu bambinèlle!…

E’ ttré jurne chi ni’ mmi prove latte,
chi smanijajj’ e ppiagne, puvurèlle;
ajje pahìure chi nin gi’ aèsce matte,
tande mi féuche ‘n gape ‘sti cirvèlle!

Madonna mà’, ni’ mmi ni fèite cchiì!
Piccà mi l’à da fa’ tande patèjje?…
fajje la grazie, mé, fajjèle, sì!

Si la salìute m’ aridé’ a ‘stu fèjje,
di mà sì la patràune sole ti;
dèmme: “vatt’ a ‘nnihà'”, mé mi ci abbèjje!

Traduzione:

– Povero figlio mio, come mi s’è ridotto!…
Non si riconosce più, cuore mio bello!…
Le febbri che da maggio me lo fiaccano,
me l’hanno ridotto come un bambinello!…

Son tre giorni che non mi prova il latte,
che delira e piange, poveretto;
ho il timore che non diventi matta,
(dal) tanto che mi arde in testa questo cervello!

Madonna mia, non me ne fido più!
Perché me lo devi (così) tanto far soffrire?…
fagli la grazia, adesso fagliela, orsù!

Se la salute mi restituisci a questo figlio,
di me sei la padrona solo tu; dimmi: “vatti ad annegare”, (e da) ora mi ci avvio)!