Le nuove stanze della poesia, le donne poetesse

Le nuove stanze della poesia, 5 poetesse abruzzesi per l'appuntamento con la rubrica a cura di Valter Marcone.

Le nuove stanze della poesia, le donne poetesse da oggetto poetico a soggetto di esperienza di vita.

Rimane ancora del tempo per parlare della violenza sulle donne che ieri 25 novembre è stata ricordata con una Giornata dedicata alla riflessione su questo tema.

Rimane del tempo perché oggi come ieri e domani come oggi è sempre tempo di parlare di violenza sul corpo e sull’anima in ogni tempo e in ogni latitudine attraverso guerre, privazione della libertà, prevaricazione , sottrazione dei beni necessari per una vita dignitosa .

Ma specialmente quando questa violenza viene esercitata da un uomo su una donna. Abbiamo così pensato di ricordare alcune poetesse perché riteniamo che la poesia abbia molto contribuito alla lotta contro la violenza sulle donne aiutando appunto le donne ad abbandonare il ruolo di oggetto poetico e di musa, per affermarsi come soggetto e autrici della propria esperienza e sensibilità.

Un momento di liberazione che ha contribuito a tessere quella rete di difese che ha permesso di fare qualche passo in avanti nella salvaguardia della integrità e della vita delle donne. Anche se la strada da percorrere è ancora lunga a guardare gli avvenimenti e le morti che punteggiano la quotidianità .

Scrive Roberta Gaggero il 12 marzo 2020 in Poesia al femminile: il Novecento italiano nei versi di cinque grandi donne.

“La letteratura femminile infatti è sempre stata considerata minore rispetto a quella maschile, almeno in termini di copiosità. La scarsità di figure femminili nel panorama letterario non è dovuta certamente all’assenza di astro creativo, bensì ai fattori storico-ambientali che per molti secoli hanno impedito alle donne di potersi esprimere liberamente, negando loro l’accesso al sapere e ostacolandone l’espressione letteraria. Nonostante la lunga esclusione dal mondo della cultura, molti nomi femminili spiccano tra gli altri, a partire da Saffo fino ad arrivare alle sorelle Bronte”.

E di cinque poetesse parliamo Antonia Pozzi, Maria Luisa Spaziani, Goliarda Sapienza, Amelia Rosselli, Nadia Campana

Antonia Pozzi (1912-1938)

Una vita breve, di appena 26 anni, silenziosa e infelice; una morte senza spiegazioni, un suicidio, vicino all’Abbazia di Chiaravalle.

La sua passione era lo sci e l’alpinismo (sulle Dolomiti oppure sulle Grigne, vicino Lecco) ma anche i fiori, la letteratura, la fotografia e ovviamente scrivere.

Appartenente all’alta borghesia milanese, frequentò gli ambienti culturalmente più vivi della città degli anni Venti e Trenta. Viaggiò molto in Europa, ma il suo luogo preferito rimase Pasturo, dove è sepolta.

Delle poesie che scrisse non ne pubblicò nessuna in vita. (www.antoniapozzi.it ) Sono apparse varie antologie di poesie nel corso degli anni, l’opera omnia di Antonia Pozzi, curata da Suor Onorina Dino e Graziella Bernabò, è stata pubblicata nel 2018 dalla casa editrice Ancora in un cofanetto che racchiude in tre libri tutte le poesie, i diari e le lettere( Annalisa P. Cignitti http://www.rocaille.it/ricordo-di-antonia-pozzi/)

Amor fati
Quando dal mio buio traboccherai
di schianto
in una cascata
di sangue –
navigherò con una rossa vela
per orridi silenzi
ai cratèri
della luce promessa.

Maria Luisa Spaziani (1922-2014)
Scrivere è vivere e viceversa; è questa l’aspirazione, la forza che si percepisce leggendo la poesia di Maria Luisa Spaziani, quel flusso inarrestabile e travolgente che si apre al mondo e lo fonde nella purezza inattesa di un’attrazione impenetrabile.
Con i suoi versi sommessi, ironici e discorsivi, la Spaziani riesce a dissipare gli equivoci che i nostri alibi infondati nascondono dentro l’inferno senza fiamme dell’indifferenza che ci uccide, nell’illusione d’essere qualcosa che nel profondo non sentiamo

E lui mi aspetterà nell’ipertempo
E lui mi aspetterà nell’ipertempo,
sorridente e puntuale, con saluti
e storie che alle poverette orecchie
dell’arrivata parranno incredibili.

Ma riconoscerà, lui, ciò che gli dico?
In poche note o versi qui raccolgo
i messaggi essenziali. Un alto raggio,
aria diversa glieli tradurrà.

Goliarda Sapienza (1924-1996)

Il 30 agosto 1996, muore Goliarda Sapienza. Quella Goliarda Sapienza arrivata al grande pubblico dopo l’uscita del suo romanzo L’Arte della gioia nel 2008 per Einaudi: romanzo postumo dunque, come lo furono Appuntamento a Positano, 2015, Tre pièces, 2014, Elogio del bar, 2014, le poesie raccolte in Ancestrale, 2013, La mia parte di gioia, 2013, Il vizio di parlare a me stessa, 2011, Io, Jean Gabin, 2010, Destino coatto, 2002.(…) Da quale vita esce Goliarda quando decide di dare ascolto all’imperativo categorico che le impone la scrittura, chi e cosa lascia dietro di sé? Lascia la professione di attrice teatrale e di cinema iniziata negli anni ‘50 – con Citto Maselli, Alessandro Blasetti, Luchino Visconti – una vita a Roma quasi sempre con il compagno Citto Maselli e l’ambiente culturale romano politicamente impegnato.

Apprende e porta avanti in questi anni il mestiere del cinema, recita, gira documentari con Maselli, procede alle stesure di soggetti e di sceneggiature.(…) La mamma di Goliarda, Maria Giudice, soleva dire che per conoscere bene un paese bisogna conoscerne gli ospedali, i manicomi e le carceri. Goliarda li conobbe tutti e tre. (Anna Toscano Goliarda Sapienza, andando all’indietro https://www.doppiozero.com/materiali/goliarda-sapienza-andando-allindietro )

A T. M.
Quando fu che incontrasti
il tuo dolore e imparasti
a vedere che ogni donna
lo tiene ripiegato contro il seno.
Quando fu che improvviso
faccia a faccia il suo viso
sfrangiato ti si oppose
e fissasti i suoi occhi di corallo.
Fu scrutando la fronte
tra le sbarre nell’ombra
ristagnante nel cortile.
O nei segni di gesso
del percorso inventato
pel gioco sotto casa
insoluto tracciato
di rincorse snodato
nella sera.
O nel muto cadere
della palla sull’erba
nera di pioggia.
Come fu che imparasti a trasmutare
quel dolore di donna che le membra
contorce in quel bianco calore
che dal seno
alle spalle di commuove.
Tu cancelli il tremore delle labbra
con lacche rosse con risa ma nei silenzi
lo si sente gridare nelle dita
di quei rami protesi
contro i muri notturni che tu ami
nelle lame sferrate nel fogliame
lame aguzze di neon che le tue mani
brevi mani agitate di ragazzo
tagliano
ma tu neghi il dolore con merletti
e mi guardi negli occhi dove l’asfalto
si scompone in un cielo
nero di pece.
Aperture fugaci
su tramonti per viali
inquinati dalla notte
ridicono di pianti
smarrimenti, mentre
ferma mi guardi
e ti nascondi. E se
attenta mi chino
sul tuo viso tu
scrolli i capelli sulla fronte
per celare al mio amore il tuo spavento.

Amelia Rosselli (1930-1996)
“Nel pulsare di tutte le moltitudini”. Forse è questo uno dei versi attraverso cui oggi si può lanciare lo sguardo alla scrittura di Amelia Rosselli e ritrovarne la presenza in almeno due fenomeni: una tonalità emotiva centrata su una pronuncia individuale e interiore, che si sgancia dalle poetiche del Novecento e cerca con fatica la propria autenticità espressiva; e la capacità di tenere insieme più linguaggi, musica, parola, diverse lingue. Questo verso, tratto dalla raccolta Sleep-Sonno, descrive in controluce l’assemblaggio che lavora le inserzioni semantiche e il ritmo come andamento tonale, ma anche come forma grafica, elaborando la poetica musicale e visiva descritta in Spazi metrici e dando vita a quello che potrebbe essere chiamato uno ‘sperimentalismo esistenziale’… (Maria Borio https://internopoesia.com/tag/amelia-rosselli/ )

C’è come un dolore nella stanza
da “Documento” (1966-1973)
C’è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.

C’è come un rosso nell’albero, ma è
l’arancione della base della lampada
comprata in luoghi che non voglio ricordare
perché anch’essi pesano.

Come nulla posso sapere della tua fame
precise nel volere
sono le stilizzate fontane
può ben situarsi un rovescio d’un destino
di uomini separati per obliquo rumore.

Nadia Campana (1954-1985)

Enigmatica e sfuggente, disponibile all’offerta di sé, ma anche al raggelamento dell’interlocutore, scrive: “splendi mente verso il giorno / sul tuo folle diamante”.

E ancora: “punta tenera di un dardo / ora io esisto ancora /sfinita dal correre è vero”. Sulla “lunga pianura immaginaria” sfreccia il dardo folgorante della sua parola, intessuta di sensi profondi, metafore e misteriose analogie, lievitante di un’immaginazione febbrile. Pubblica poesie su “Niebo” e sulla rivista romagnola di Rosita Copioli, “L’altro versante”, condividendone l’appartenenza alla terra d’origine, dove tornava sempre, e di più negli ultimi tempi, a trovare i compagni di scuola, a cercare di riannodare quel filo d’infanzia spezzato dalla morte del padre. Ma intanto scrivere non è più possibile, le parole sono chiuse nella gola, la voce strozzata. C’era già silenzio nella sua poesia, e spazi d’abissi, senza la pausa d’un punto familiare. Non riusciva più a disciplinare le forze disparate, a contenere il cuore pesante, a trovare un’armonia impossibile.Nadia amava Antonia Pozzi, la sentiva affine, anche lei poeta e amante delle “scalate”, allenata al respiro, trovata morta, a ventisei anni, la mattina del 3 dicembre del 1938, alla periferia di Milano. E, quasi prefigurando per sé lo stesso destino, scriveva: “già veduto già rotolato / già rimando il corpo sospeso / tra le rocce lacerato / … / s’era gettata seguendo il fondo / … / sagome di petali neri / bisanzio trasformazione”. E ancora: “si alza il corpo tra bolle e volo / e l’acqua che lo vede non sa più / si chiede se è già cielo”. Anche Nadia fu trovata alla periferia di Milano, in un freddo e iper-moderno incrocio di tangenziali, la mattina del 6 giugno del 1985, a trentuno anni, “sfinita dal correre”, dalla sua stessa invocazione, “il coltello segava segava / datemi un pane datemi un pane”, dal compito che si era data: “eseguire la caduta / usare le labbra”. (Luigia Sorrentino http://poesia.blog.rainews.it/2014/02/poeti-da-riscoprire-nadia-campana/

Noi, la lunga pianura immaginaria
ci inghiotte come sacramenti della notte
Sei stato una quantità esatta
nella pioggia che afferra i visi
Ma adesso in ogni angolo della stanza
aspetteremo fuori dall’esplosione
un legno che io, qui,
ho costruito (lasciami fare)
prodigi scelti dal caso, pioppeti da percorrere!
Il tenero è nel mezzo e nell’interno
umiltà di una porta
ascoltando treni, a un passo, come
una febbre nel ricordo esattamente
Guarda il campo
è così calmo, smisurato, stamattina.
(da “Verso la mente”)