Covid 19, i ristoratori non ce la fanno più: “Chiusure peggio del post sisma”

I ristoratori aquilani sono allo stremo: "Da questa seconda chiusura rischiamo di non riprenderci più. L'annullamento di tasse, canoni e F24 attualmente può essere l'unico ristoro".

“Noi ristoratori rischiamo di soccombere. Non possiamo vivere d’asporto, ci sono delle spese fisse, quasi quotidiane e quello che sta entrando nelle casse non basta”.

I ristoratori non ce la fanno più. Anche L’Aquila sta subendo un duro contraccolpo economico a causa della pandemia. Dopo il passaggio da zona arancione a rossa, soprattutto. I locali sono chiusi, chi può si è organizzato con asporto e domicilio ma non basta.

Una situazione che per molti non solo è paragonabile, ma è quasi peggio del post sisma. “All’epoca ci era crollato in testa letteralmente un mondo di certezza. Oggi, 11 anni dopo, ci siamo rimessi in piedi a fatica e rischiamo di cadere di nuovo”, dice al Capoluogo il titolare di un ristorante.

“Con 3/4 ordinazioni al giorno ci pago al massimo le bollette – aggiunge un altro ristoratore aquilano -. Senza contare l’affitto ogni mese. È vero, abbiamo lavorato in estate ma è servito per mettere una pezza alle chiusure di marzo e ora le casse piangono di nuovo. Quanto arrivato dal Governo è appena sufficiente, non possiamo andare avanti così”.

Diversi ristoratori aquilani, durante il lockdown di marzo si sono organizzati con un direttivo, i RAVV (ristoratori aquilani versus virus) proprio per far sentire la loro voce e il disagio di questo periodo.

Ristoratori, protesta a Piazza Duomo: Dpcm celebra il funerale della categoria

Ci sono state manifestazioni, l’ultima di poche settimane fa in Piazza Duomo dove hanno celebrato “le esequie della categoria”.

Nel direttivo dei RAVV c’è Luca Taralli, titolare del ristorante La cartiera del Vetoio che tra tutti sta risentendo moltissimo del prolungamento delle chiusure.

Il suo è un locale che lavora soprattutto con banchetti e cerimonie, per cui è praticamente fermo da mesi.

“A oggi – spiega Luca al Capoluogo – posso dire di trovarmi a -95% del lavoro rispetto allo scorso anno. Il 2020 si chiude. Posso sperare solo nell’anno nuovo. Ho già tante prenotazioni per il 2021 e sento comunque sulla testa una spada di Damocle per paura che ci sia una terza ondata da febbraio in poi”.

“Con tutte le cerimonie saltate e posticipate siamo riusciti a fare qualcosa a settembre, poi basta. La mia non è una cucina che può adattarsi al domicilio o all’asporto e viviamo un momento di grande confusione”.

Per quanto riguarda la categoria, siamo in grossa difficoltà. Lo Stato è vero che ha dato un sostegno ma non copre tutto il pacchetto delle tasse o i contributi che sono comunque ‘pieni’. Si lavora almeno all’80 per cento in meno, moltissime attività stanno facendo asporto e domicilio riconvertendosi in quella direzione, il bacino però è sempre lo stesso e si rischia a breve di frammentare ulteriormente la situazione”.

Molti colleghi scelgono di lavorare per andare a ‘tappare dei buchi’ con le scadenze anche se la forbice e i debiti si allargano. Quel poco che entra serve per le spese fisse, fondamentalmente sono soldi che nessuno vede e non c’è ancora un accordo per la sospensione delle utenze e dei canoni”.

“Parlano di farci lavorare durante le feste per stimolare i consumi, il timore generale è che una riapertura porti poi a una terza ondata. Già siamo stati tacciati come untori, nonostante non ci siano chiari segni di contagi nei nostri bar e ristoranti e con l’ennesima chiusura rischiano di spezzarci le gambe”.

“È normale avere paura: per lavorare a dicembre bisognerà sostenere ulteriori spese, come accaduto a maggio e non si sa quanta gente girerà effettivamente visto che giustamente in molti hanno paura”.

“Il mio invito agli aquilani è di aiutare i colleghi ordinando anche solo ogni tanto qualcosa d’asporto. Sappiamo cucinare tutti a casa, noi abruzzesi la buona tavola l’abbiamo nel dna, come ci hanno insegnato le nonne, ma un panino o una piazza comprati possono aiutare uno di noi a pagare una bolletta o saldare una rata con un fornitore”, conclude.

Locali chiusi e ristorazione a domicilio: “Un vuoto a perdere”

“La ristorazione non può sopravvivere con il domicilio, quantomeno non per tutti. Ci sono locali che hanno una tradizione in cucina che non consente di fare cibi adatti all’asporto: quando mai si è visto che qualcuno si porti a casa una fettuccina o una carbonara della classica trattoria?”, dice al Capoluogo il titolare dei un’attività che, a fatica, sta tenendo “su la baracca” con qualche ordinazione.

“Non tutti possono rimodulare e nemmeno possiamo riconvertirci in pizzaioli e paninari: innanzitutto non è giusto per i colleghi che hanno investito in un determinati settore con impegno, conoscenze e denaro e poi, non dimentichiamo che la cucina di un ristorante non ha spesso il forno idoneo per fare anche la pizza, le focacce, le pinse. Ognuno deve saper fare il suo e tutti abbiamo diritto di lavorare”.

“Siamo di fronte a un lockdown ridicolo: si può uscire per i più disparati motivi ma noi dobbiamo stare chiusi. Poter fare l’asporto è solo un palliativo ma non può durare in eterno”.

“C’era chi aveva fatto degli investimenti sul Natale. Personalmente aspetto un altro po’, poi chiudo bottega e attendo la riapertura: sempre se non ci fanno scapicollare prima con tutto quello che dobbiamo pagare”.

“Per aiutarci seriamente, se non vogliono farci riaprire subito devono sospendere i canoni e le bollette, annullarle del tutto, insieme a tutti gli F24. Lo Stato deve assisterci non ‘ristorarci’, dal momento che è vero che c’è una pandemia ma non possiamo rimetterci proprio noi, soprattutto a L’Aquila dopo che già c’è passato sopra un terremoto”, conclude.