Ieri Corda e Campana, oggi smartphone e tablet: giochi e passatempi scomparsi

Ieri nascondino, campana, cerchio, corda. Tantissimi giochi e passatempi: così le giornate passavano insieme, divertendosi all'aria aperta. Chi glielo spiega ai giovani di oggi che si può star bene anche senza un telefonino?

Ieri nascondino, campana, cerchio, corda. Tantissimi giochi e le giornate si passavano all’aperto, insieme, tra risate e qualche discussione. Senza perdere, mai, il sorriso sulle labbra. Dove sono finiti quei giochi di un tempo?

Giochi e passatempi…scomparsi. Il contributo della professoressa Luigina Salvi.

Chi, come me, ha un’età avanzata, oggi si trova ad osservare con una certa tristezza il cambiamento radicale dei giochi e dei passatempi dei nostri ragazzi. La maggior parte di essi ha sempre un telefonino, un IPad o un computer in mano; il piacere di scambiarsi messaggini o tic-toc a distanza soddisfa il senso di “amichevole” contatto tra coetanei.

Non parlo per nostalgia o per rammarico verso i “bei tempi andati”! Mi rendo conto che è molto cambiata la vita rispetto agli anni Cinquanta e Sessanta, quando il boom economico ha portato a vivere in città famiglie di operai, muratori, commercianti…

Vivere in città, in appartamenti, con le strade pericolose per il traffico, la paura degli incontri pericolosi ha fatto sì che le famiglie tendessero a tenere lontani i loro figli dalla vita sulla strada o nei cortili, senza essere assistiti. Anche i giocattoli che abbondano in ogni casa, spesso, passano in secondo ordine rispetto ai mass media.

Come vivevano e giocavano i ragazzini degli anni cinquanta e sessanta nei loro paesi intorno alla città?

Non c’era la televisione, pochi avevano la radio e tutti i ragazzi, usciti da scuola, si riversavano per le strade del paese, allora poco pericolose per la mancanza di traffico, a giocare nei modi più semplici e rumorosi, sempre in gruppo. 

Il gioco era diverso tra ragazzi e ragazze, che non venivano ammesse ai giochi maschili, spesso “canzonate”, prese in giro dai loro coetanei

I maschi amavano giochi di forza, come “la leppa”, in cui un bastoncino, appuntito in ambo i lati, doveva essere battuto e scagliato il più lontano possibile; il “salta la mula” poneva tre ragazzi curvi e un quarto doveva, correndo, saltare sulle schiene dei compagni; la “tirinzocchia” era un’altalena molto primitiva: su un mucchio di letame o di rena si poneva una lunga tavola e i due ragazzi si spingevano in alto, dondolando e sfidandosi su chi andava più in alto; il “cerchio” era un cerchio di botte che veniva fatto rotolare, con l’aiuto di un fil di ferro e, spesso, lungo le discese ripide dei nostri paesi si svolgevano corse disperate per stargli dietro. La “caccia ai nidi”, con sfida a rubare le uova, spesso si concludeva con cadute disastrose dagli alberi.

Il “battimuro” era una sfida a chi, battendo contro il muro dei tappi di metallo, colpiva quelli dei compagni e se ne impadroniva; molto più tardi arrivarono le biglie di coccio e poi di vetro, che venivano lanciate con un colpo di dito lungo i percorsi scavati nel terreno con curve e giravolte.

Quando si riusciva a creare un gomitolo di stracci, si tiravano calci violenti nelle piazzette per fare gol, ma spesso il groviglio si rompeva e la delusione era ben visibile! I primi palloni portati da qualche romano o “forestiero” resero il gioco molto più sicuro e piacevole. Le bambine e le ragazze erano ammesse a giocare con i maschi solo a “nascondino” e spesso finivano con il pianto di qualcuna per i dispetti dei ragazzi.

I giochi delle femmine erano molto diversi: “mosca cieca”, in cui una bambina veniva bendata e doveva cercare di prendere una tra le compagne, che le giravano intorno tra scherzi e risate; “la campana”, una serie di quadrati disegnati a terra con il gesso, che dovevano essere superati saltando e trascinando un sasso, dal primo verso l’ultimo numero; “ruba bandiera”, consisteva nel rubare la bandiera dalle mani di un compagno facendo finte e movimenti atti a distrarre l’avversario; “il girotondo” era un cerchio di bambine che ruotavano velocemente e concludevano con “tutti giù per terra”, gettandosi a gambe all’aria; “i quattro cantoni”, era un gioco a cinque, una al centro, le altre a formare un quadrato: bisognava cambiare velocemente posto per non fare occupare il proprio dalla ragazza in posizione centrale; “il batti -batti” consisteva in un cerchio di ragazze che doveva girare, una persona all’esterno doveva bussare sulla schiena di una compagna e una correva verso destra, l’altra verso sinistra, vinceva chi per prima occupava il post vuoto; “i bricci” un gioco da tavolo in cui si usavano cinque sassolini ben levigati e rotondi, si tirava in aria il primo prendendone uno, poi due e così via; “la corda” era la più simpatica perché si poteva giocare con quella lunga in gruppo, sfidandosi a chi non saltava di più o da sola, sempre contando chi resisteva più a lungo.

Una cosa che ricordo con tenerezza sono le bamboline fatte in casa: si prendevano dei pezzi di stoffa, non troppo voluminosi, si avvolgevano come tubolari, si piegava il tutto a metà. Poi, si metteva un bastoncino a qualche centimetro dalla testa, per formare le braccia, avendo cura di legarle per bene, i due pezzi che restavano a penzoloni erano le gambe. Ogni bambina disegnava, quindi, il viso della sua bambolina: faceva gli occhi, la bocca e metteva della lana o della stoppa per fare i capelli, divertendosi poi a creare vestitini.

Si comprende, da tutto questo ricco insieme di ricorsi, che sia i maschietti che le femminucce, usciti da scuola, dovevano sì aiutare in casa o nei campi i propri genitori, ma ogni minuto libero era occasione di gioco, sempre all’aria aperta, nei portoni o nei pagliai quando pioveva, intorno al caminetto durante l’inverno.

I ragazzi di oggi, ascoltando questi racconti, ci guardano come fossimo abitanti delle caverne…“Non avevate il telefono? Non c’era il termosifone? Non avevate la televisione e il telefonino? Ma come facevate a vivere?”

Come spiegare loro che non conoscevamo altro, ci bastava quello che avevamo e soprattutto eravamo sempre in compagnia dei nostri coetanei, liberi da paure e restrizioni!

Come raccontargli che ne inventavamo di tutti i colori e riuscivamo a divertirci con nulla?

Anche quando si litigava, qualunque fosse il motivo, il broncio durava poco e se si rientrava con qualche livido, non si rivelava mai la verità, soprattutto per non correre il rischio – dopo pomeriggi trascorsi in fuga nei campi – che i genitori lamentassero  mancanza di impegno, concludendo la giornata con qualche bel ceffone.