Le nuove stanze della poesia, Mario Narducci

Il profilo del giornalista, vaticanista e scrittore aquilano Mario Narducci per la rubrica "Le nuove stanze della Poesia".

Mario Narducci, il profilo del giornalista, vaticanista e scrittore aquilano per la rubrica “Le nuove stanze della Poesia”.

In occasione del quarantesimo anniversario della visita di Giovanni Paolo II a Roio lo scorso 30 agosto 2020 sono state organizzate delle manifestazioni per ricordare quell’evento. Tra queste la presentazione del volume “I giorni che sconvolsero l’Europa dell’Est – Il primo viaggio di Wojtyla in Polonia”  il libro del giornalista, vaticanista de “Il Popolo” e scrittore aquilano Mario Narducci. L’autore, che aveva già seguito gli ultimi anni di Paolo VI, è stato poi testimone diretto per un decennio delle visite apostoliche di Papa Wojtyla in tutto il mondo. Il libro è stato presentato per Il Giardino Letterario, incontro organizzato dall’Associazione culturale San Pietro della Ienca, il luogo che ospita  il primo Santuario dedicato a San Giovanni Paolo II. In quella chiesa il Papa polacco si recò a pregare , al cospetto di Dio che forse abita  quella montagna che è il Gran Sasso o, montagna che egli molto amava, forse perché gli ricordava i Monti Tatra.

Abbiamo ricordato, prendendolo dalla cronaca locale e usando in parte gli stessi accenti e le stesse parole, questo evento significativo sia nella storia del territorio di L’Aquila che della storia personale e professionale di Mario Narducci che, alla sua attività di giornalista vaticanista, ha affiancato nel tempo molte altre attività tra cui quella di editore.

Stiamo ricordando in questi ultimi appuntamenti de Le nuove stanze della poesia le figure di alcuni editori aquilani e non che  mettono assieme all’attività, per così dire aziendale,  anche  il ruolo di letterati. Mario Narducci è uno di loro.  Li presentiamo perché ritengo che il prodotto del loro lavoro, il libro o la  trasmissione tv,  che è per entrambe le cose attività significativa di Narducci è frutto di una cura diversa da quella che mettono comunque editori che vedono nel loro impegno solo l’attività  imprenditoriale.

Mario Narducci dunque, ha una bio bibliografia ampissima e forse difficile da riassumere per lo spazio che abbiamo perché da decenni rappresenta il punto di riferimento, la voce e l’operatività concreta, di un mondo che si alimenta e alimenta la vita delle persone perché fa delle storie tradotte in narrazione, poesia, trasmissioni televisivi e condivisioni virtuali sui social, il punto focale di un incontro. Incontri  fondamentali per aiutare a capirsi e a capire il mondo che ci circonda interpretando sensazioni, emozioni,  idee,  opinioni. Un mondo nel mondo perché ci piace  pensare che la sua interpretazione del mondo, grande vasto e complesso passi attraverso il mondo locale, il microcosmo delle cose di ogni giorno e della gente qualunque. Una perfetta coerente  concretizzazione non del riduttivo  quale potrebbe sembrare essere il locale, il quotidiano, il minimale, ma dell’universale. Ricondotto alla sua iniziale affermazione e promozione della vita sociale, culturale e comunitaria  dei nostri territorio.

Oltre alla sua attività dunque di giornalista Mario Narducci mette insieme l’attività di curatore, animatore ed editore per l’Istituto di abruzzesistica e dialettologia che organizza ogni anno il concorso dello Zirè d’oro e la cura e l’edizione della rivista di lettere, arti e Presenza Culturale  “Novanta9” per la tivvu locale.

Tra tutte le sue opere ci piace  ricordare i suoi  “Racconti in quarantena“ pubblicati sul profilo Fb ma anche su IlCapoluogo.it e su altre riviste online. E il suo ruolo di Presidente di giuria insieme a Liliana Biondi, scrittrice, docente universitaria, donna di cultura di grande spessore e operatrice in significative iniziative culturali che trattano la figura femminile nel mondo dell’espressione letteraria, Goffredo Palmerini scrittore e giornalista noto a livello internazionale (reduce dai successi del suo ultimo libro Italia ante Covid) e la pluripremiata poetessa Clara Di Stefano, del premio  IL POETA EBBRO, fondato dalla scrittrice romana Anna Manna. Quest’anno ala sua terza edizione tenutasi a In piena atmosfera Festival dei due Mondi, nella splendida cornice dell’Hotel dei Duchi,  sabato 29 agosto a Spoleto (Perugia).

Scegliere che cosa proporre ai lettori de IlCapoluogo.it è sicuramente difficile nella produzione di Mario Narducci ma abbiamo preferito, in coerenza con questa rubrica pubblicare delle poesie che abbiamo tratte da varie fonti, perché alla poesia noi affidiamo un grande compito e le poesie di Mario Narducci lo assolvono in pieno. Hanno dentro le emozioni di un uomo che sa fare della fragilità  “Fragilità mi coglie /canna sbattuta/ nello stagno/E vorrei chiudere gli occhi / Ma non posso”  sulla quale non può chiudere gli occhi con una consapevolezza tutta umana ,un punto di forza ,perché è radicata alla terra. Quella terra che è l’elemento  sostanziale e vitale per essere “tra l’altezza e la profondità”; dove si sta con leggerezza perché “i passi  sfiorano la terra / leggeri come nuvola bianca“ , con il calore del cuore dove la parola è silenzio che prende volto,  il volto di un silenzio che canta nell’anima.

 

BALLATA A SERA

Liberami a sera
Dall’ansia che mi opprime
Ogni stella un sospiro
Ogni nuvola è pianto
che sta dietro la luna
E se il vento respira
Fosse pure lieve
Come fiato di bimbo
Fragilità mi coglie
Canna sbattuta
Nello stagno
E vorrei chiudere gli occhi
Ma non posso
Ché la pena è più forte
Della quiete sperata.

Sradicami se puoi
Questo tremore dall’anima
Attraversai un giorno
Da acque inquiete
E quando credetti
Di toccare il porto
La bussola impazzita
Mi respinse al largo
Non sono marinaio
La terra è il mio elemento
Mi risucchia nel nulla
Delle acque il lividore
Le asprezze dei sassi
Sono miele addensato
Non ho fluido cuore
Voglio certezza d’amore.

Si perde ora la sera
Nella notte piena
L’uscio scosso dal vento
Moltiplica il tormento
Il solaio si colma
Di voci che appartengono
A un passato remoto
Pietrificato il corpo
Urla parole sorde
Sono robuste corde
I raggi della luna
Che mi legano al letto
Venisse almeno l’alba
Col suo chiarore pallido
A diluirmi il cuore
E l’alba viene
Con il tuo volto chiaro
Anche se sa di amaro
Anche se non disperde
Del tutto le mie pene.

 

RISVEGLI A SETTEMBRE

La luce che tarda al mattino
il torpore che insiste
la casa che priva di suoni
non ha fiato
per invocare il giorno.

Anche se il gallo
non canta
un sole malato
come in questo settembre
filtrerà ugualmente tra i vetri
a destarci l’anima.

C’è un tempo per dormire
ed uno per vegliare
un tempo per il riposo
e uno per la fatica
non pone il Qoelet
alternative di sorta
e il giorno a questa chiama.

Le stagioni
non tornano indietro
e se la memoria indugia
è per chiamare il futuro.

 

IMPROVVISA LA LUNA

Venne la luna all’improvviso
Scostando lieve le nubi
Discreto il suo chiarore
Diradò la notte
E apparvero angeli tra i rami
Del ciliegio ormai nudo
Ma io vedevo le loro chiome bionde
Là dov’erano i frutti ancora acerbi
E parevano danzare in coppia
Come a primavera.
La notte, fascinosa
Ha il passo degli angeli
Perché essa vola sulle alture
Dove volano gli angeli
E dove non giunge lo sguardo
Giunge il sogno
E dove non tocca la parola
Affoga l’anima
Tanto è alto il cielo
Da sembrare abisso di mare.

E tra l’altezza e la profondità
Prese volto il silenzio
Ché la parola è silenzio
Se canta nell’anima
E se le pietre diventano cera
Al calore del cuore
E se i passi sfiorano la terra
Leggeri come nuvola bianca
E se le braccia si stendono
Nel vuoto ma sentono corpi
Com’era il tuo
Nel tempo dell’interezza
Quando eravamo un filo di lana
Tensile all’infinito
O un filo di seta
Invisibile ad altri occhi
Ma saldo come acciaio.

Quando questa è la luna
E quando questa è la notte
La casa diventa un giardino
E io mi accingo a dormirvi
Senza letto e senza pareti
Sull’erba nuda che si irrora
Quando il buio si inoltra
E mi pervade la frescura
Come bagno di aloe
Odoroso come abbraccio di nardo
Tenace come questo amore
Che non ha fine e non ebbe principio
Se è vero che ci amammo
Dall’eternità.

 

VIOLA D’AMORE

Il tuo amore
un rovescio di pioggia
improvviso
di sera
e mi lacrima il viso
perché la pioggia
rigenera
come una preghiera.

E’ un mistero fitto
l’anima che ti porto
ogni giorno in dono
e se ti chiedo
perdono
è solo per la frenesia
del mio trasporto
che trova sempre la via
per giungere a te
nel groviglio
dei binari
perché è quello che voglio
e così sia.

Amore che da lontano
mi portasti il sole
che sciogliesti note
d’arpa e chiarina
amore che ogni mattina
mi sorprendi ancora
col rosa dell’aurora
amore che la mano
mi tendi ed è illusione
che mi fa vivere ogni ora
amore intemerato
delicato fuoco
che nel giuoco
divampa
tienimi in mano il cuore
che non fugga l’amore.

Sono sempre ai tuoi piedi
in estasi ma in piedi
come la notte dell’angelo
che segnava le porte
pronto al viaggio
che conduce al deserto
e supera il mare aperto
e corre
per altra terra
dove esisti tu sola
parola della Parola
amore che mi sgomenta
sgomento che mi impaura
paura che esalta l’estasi
in continua guerra
amore immenso
delicato profumo
di viola.