Fit and Go a Conte: modifichi il DPCM, sbagliato fare di tutta l’erba un fascio

Nuovo Dpcm, l'appello di Fit and Go: "Conte modifichi il provedimento, è un errore chiudere chi rispetta le regole. Non si faccia di tutta l'erba un fascio".

Nuovo appello di Fit and Go: “Conte modifichi il DPCM, è un errore chiudere chi rispetta le regole”. Dal fast fitness un appello al governo per non colpire indistintamente un intero comparto.

Misure dure e difficili quelle prese dal governo con l’ultimo DPCM che dispone la sospensione delle attività per “palestre,  piscine,  centri natatori, centri  benessere,  centri  termali”, e assimilati. “Risulta necessario tornare sulle decisioni prese e modificare i DPCM attualmente in vigore e, proprio per porre l’accento sulla specificità di alcuni spazi fitness, abbiamo lanciato la campagna con l’hashtag #nonchiamatelapalestra, per evidenziare la diversità totale degli studi di personal training con EMS che, pur essendo assimilati a quello delle palestre a livello legale/burocratico, non ha nulla a che vedere con simili impianti, né per struttura e dimensioni, né per numero di persone in co-presenza o per la possibilità di rispettare tutte le misure di sicurezza”. Così in una nota Marco Campagnano, CEO e Founder di Fit and Go, realtà leader del fitness hi-tech sempre più capillare sul territorio nazionale. Sono infatti oltre 80 i centri in tutto il paese più di 500 i dipendenti al lavoro e una platea da quasi 200mila clienti annui.

A garantire la piena osservanza delle norme anti-Coronavirus sono il format stesso basato su allenamenti personali esclusivamente su appuntamento; i particolari macchinari ad alta tecnologia che permettono di allenarsi senza l’ausilio di attrezzatura condivisa; gli spazi ridotti con numero limitatissimo di presenti (mai più di 3 fra personal trainer e clienti); la possibilità di utilizzare spogliatoi singoli; le procedure di sanificazione continue ed efficaci, certificate fra l’altro da una recente ispezione delle autorità NAS conclusasi con una brillante luce verde.

“Importante che non si faccia di tutta l’erba un fascio”, continua Campagnano, “e siano imposte le chiusure solo alle strutture che non possono realmente dare la garanzia del pieno rispetto delle misure anti-epidemia. Non colpiamo indiscriminatamente tutti gli operatori di un comparto già abbastanza in affanno e che nel 2019 in Italia vedeva più di 5 milioni di iscritti e un giro d’affari annuo di oltre 2,3 miliardi di euro”. Con il Coronavirus il mondo del fitness si è ritrovato a fronteggiare un crollo di fatturato che già in aprile, secondo i dati forniti dall’International Fitness Observatory, era stimato a circa un miliardo di euro con oltre 200 mila posti di lavoro a rischio, e da qui l’appello a non danneggiare anche quelle realtà che resistono con energia e che possono aderire a tutte le regole in atto adesso”.