Covid19, Biondi: chiudere alle 18 non è la soluzione alla diffusione del contagio

Covid19 L'Aquila, il messaggio del sindaco Biondi. "La città ha ripreso in mano la sua vita, poi si è tornati a fare i conti con l'emergenza. Chiudere le attività alle 18 non risolverà la diffusione del contagio".

Covid19 L’Aquila, il messaggio del sindaco Biondi. “La città ha ripreso in mano la sua vita, poi si è tornati a fare i conti con l’emergenza. Ma perché privare il Paese della ‘Cura dell’Anima’?”

Guardando a questo anno che sta per chiudersi per un bilancio, vedo un territorio che all’ennesima prova, con grande dignità e consapevolezza, ha resistito all’urto.
Riprendersi la vita e andare avanti è stato inevitabile per L’Aquila. Salvo, poi, confrontarci, ancora una volta, con il riproporsi di una martellante e quotidiana elencazione di numeri su nuovi contagi, ricoveri, tamponi e, purtroppo, decessi legati al coronavirus.

Abbiamo sperato che questo virus fosse spento e invece ne stiamo sperimentando il rinvigorimento. Il Covid-19 non è scomparso sebbene, per ora, il tasso di letalità sia inferiore ai mesi scorsi, come testimoniato dai maggiori esperti di virologia.

La grande confusione, l’utilizzo frenetico delle definizioni spesso inappropriate e lanciate nel mare magnum del tentacolare sistema informativo, ha indubbiamente fatto presa nella popolazione aquilana, causandole un sentimento di autoisolamento, che ha svuotato piazze, strade, locali e attività commerciali.

Il momento, dunque, è realmente complesso: per la salute delle persone più fragili, per le paure intime che possono generare comportamenti irrazionali, per le nostre imprese e le nostre realtà culturali che vivono di socialità.

Ben vengano le misure per alleggerire il carico sui mezzi di trasporto e sul sistema scolastico. Ieri abbiamo disposto la didattica integrata per gli ultimi tre anni delle scuole superiori, proprio per far respirare le nostre strutture sanitarie, alle prese col tracciamento dei contatti, e maggiori controlli all’uscita di scuola. Ben venga la tutela delle fasce di popolazione più fragili: penso alla stretta sulle regole di ingresso del nostro Centro servizi anziani, alle nuove azioni di assistenza che stiamo programmando in questi giorni e all’implementazione del sito vincilvirus.it, per informare sulle attività che svolgono servizi a domicilio. Ben venga la scrupolosa osservanza della distanza interpersonale, dell’utilizzo della mascherina e dell’igiene personale.

Ma limitare in maniera così drastica le attività di somministrazione, bar e ristoranti con chiusure alle 18, vietare in maniera completa tutte quelle attività ritenute “non necessarie” – e su questo dissento categoricamente – come teatro, cinema o concerti, non è la soluzione alla diffusione del contagio. Soprattutto perché sia le prime che le seconde hanno dovuto fare i conti con una pesante rivoluzione nel modo di programmare e lavorare che, forse, è costata più che ad altri.

Una rivoluzione degli spazi, una rivoluzione dei servizi, persino una rivoluzione nelle rappresentazioni che consentono una fruizione composta e sicura. Di contro, si priva il nostro Paese di qualcosa che si chiama “cura dell’anima”, che non può essere considerata “superflua” e che, se non applicata, ci condurrà a un accartocciamento fisico e psichico, per i danni morali ed economici che saremo costretti a subire. E difficilmente a superare. Anche quando il coronavirus sarà finalmente debellato.