Smart working, la guerra della Cgil per difendere i diritti dei lavoratori pubblici

Diritto alla disconnessione, buoni pasto e bonus giornalieri per l'utilizzo della propria strumentazione informatica: le richieste della Cgil per lo smart working

Smart working, la Cigl inizia la battaglia per i diritti dei dipendenti pubblici obbligati allo Smart working.

Fino al 50% dei dipendenti pubblici potrà andare in smart working: è quanto stabilisce l’ultimo dpcm che va nella direzione di incrementare ancora di più il lavoro agile. Per le altre attività professionali, viene espressa una “forte raccomandazione”. E in questo contesto entrano in gioco le richieste della Cgil.

Diritto al distacco, comunicazione dell’orario di lavoro a fine turno sono solo due dei punti salienti di questa anacronistica battaglia.

Dipendenti pubblici e dipendenti privati: lo specchio di un’Italia a due facce. La crisi da Covid19 ha due volti diversi. Da un lato le tutele della categoria, dall’altro l’incertezza dello stipendio. Di faccia, però, c’è n’è anche una terza, quella battagliera della Cgil, con la sua nuova lotta che parte dall’Aquila, per reclamare i diritti dei dipendenti pubblici in smart working.

Il mondo produttivo che arranca è una realtà, ma nessuno fa niente.

L’emergenza economica non è uguale per tutti e, allora, succede che a fronte di privati che perdono fette di mercato e stipendi, c’è l’universo dei dipendenti pubblici che, Covid a parte, almeno hanno la sicurezza dello stipendio. E si badi bene, non è una colpa.

A gamba tesa, nel mezzo di una crisi, forse senza precedenti, però, la Cgil dice che le tutele non bastano. Perché lo smart working va regolamentato.

Come? Con il diritto alla disconnessione, con rimborsi per l’utilizzo della propria strumentazione informatica e, soprattutto, con il diritto a poter svolgere il proprio turno di lavoro in “libertà“.

Covid e smart working per i dipendenti pubblici: la battaglia anacronistica della Cgil

Nel documento proposto alle amministrazioni pubbliche si sottolinea la volontà di: “Introdurre nuove modalità di organizzazione del lavoro, basate sulla flessibilità, anche alla luce delle esigenze di conciliazione di vita e di lavoro”.

Quella della Cgil è la proposta di una “regolamentazione transitoria”. L’obiettivo è “mantenere, anche dopo il superamento dell’emergenza, una percentuale elevata di personale che possa scegliere la modalità del lavoro agile o il telelavoro come strumento di conciliazione”.

Tra le richieste della Cgil il diritto alla disconnessione:

-L’amministrazione riconosce il diritto del lavoratore agile di non leggere e non rispondere a e-mail, telefonate e messaggi lavorativi e viceversa (non telefonare, non inviare mail e messaggi di qualsiasi tipo), nel periodo di disconnessione, cioè fuori dall’orario di lavoro.

In sintesi può capitare questo: se il datore di lavoro chiama subito dopo la fine del turno, il dipendente ha diritto e facoltà di non rispondere. La comunicazione dell’orario di lavoro avverrà solo in un secondo momento. Difficile, così controllare, quando la richiesta dell’associazione sembra essere quasi quella di ‘un lavoro a fiducia’.

Sei politico per tutti?

Non solo la disconessione. Queste alcune delle altre richieste della Cgil:
-Ai dipendenti che usano la propria strumentazione informatica, l’amministrazione, anche in considerazione dell’obbligo di diligenza aggravata e di costi sostenuti, riconosce, a titolo di parziale ristoro, la somma di 5,00 euro, per ogni giorno di lavoro agile effettuato;

-Nelle giornate di attività svolte in smart working, anche con modalità frazionata, si ha diritto all’erogazione del buono pasto, relativo alla fascia di età standard 08:00/14:00; 14:30/17:30.

Se la battaglia della Cgil dovesse avere un lieto fine, allora, potremo dire che l’emergenza economica non sarà uguale per tutti, ma neppure lo smart working.