Giornalismo, Stefano Pallotta: L’informazione non può essere gratuita

Terremoti, incidenti, Covid, viabilità: vogliamo sapere tutto e subito, senza pagare dazio. Con un click. Giornali e giornalisti, però, non guadagnano con un click. E le istituzioni? Pallotta: "Urge una Legge regionale sull'Editoria"

L’informazione non è gratuita, ma tutti lo pensano. Anzi, nel 2020 tutti lo pretendono. Così la professione giornalistica viene dequalificata, mentre le istituzioni stanno a guardare.

Terremoti, attacchi terroristici, incidenti, aggiornamenti Covid, viabilità: vogliamo sapere tutto e subito, senza pagare dazio. Con un click. E se un giornale muore, pazienza, lo leggerò da un’altra parte. Su Facebook, come tutti erroneamente sostengono, non pensando che il famoso social non è un ‘produttore di contenuti’, ma solo un moltiplicatore.

È quasi un pensiero comune, ormai, immaginare che i giornali online percepiscano fondi, con il famigerato meccanismo dei click che in realtà non porta nulla, se non il traffico, nell’era della guerra dei nuovi mezzi di comunicazione e dei social media. Dietro ogni articolo che leggiamo, però, c’è un mondo e, soprattutto, c’è un lavoro che implica studio, impegno e dedizione e che va, quindi, rispettato.

In primis dalle istituzioni, chiamate a difendere il diritto al lavoro di chi ha fatto dell’informazione la sua professione.

“Partiamo da un presupposto – sottolinea Stefano Pallotta, presidente dell’Ordine dei Giornalisti d’Abruzzo, alla redazione del Capoluogo.itl’informazione è un bene immateriale, fondamentale per la vita civile e democratica del nostro paese. Detto questo, l’informazione di qualità ha dei costi, spesso anche elevati“.

Giornalismo, l’informazione a 100 all’ora: la qualità perduta, il precariato cronico, le responsabilità

Qui, sul fronte dei costi, si inceppa il meccanismo. Quello di una realtà che accompagna i cittadini 365 giorni all’anno, 24 ore su 24. Con quali costi?

Nuovi mezzi, nuovi costi. L’online ha abbattuto tutte le spese relative alla pubblicazione cartacea, risultando meno costosa, ma nessun lavoro può essere gratuito! Professionalità ed impegno presuppongono un costo, senza soffermarci su attrezzature e mezzi.

Se si considerano i giornali cartacei le vendite delle copie – sempre più basse – sono il sintomo che l’informazione si sia spostata sui nuovi dispositivi, su cui è cresciuto in modo esponenziale un giornalismo veloce ed immediato. 

“È abitudine ormai, da parte dell’opinione pubblica, considerare l’informazione gratuita, per la larga diffusione del Web e per la propagazione che assicurano i social network, in generale. Assistiamo sicuramente ad un bisogno crescente di informazione che, tuttavia, si scontra frequentemente con un tipo di informazione non di qualità. Quella, cioè, che non sottostà alle logiche di un’informazione fatta da professionisti”.

Ed ecco che l’informazione, troppo spesso, veicola false notizie. Le ben note Fake News che generano disordini, confusione e, a volte, anche allarmismi. Generalmente è colpa della velocità di lavorazione del web: della fantomatica corsa al click. Spessissimo ‘è colpa’, invece, della propaganda che si fa fatica a distinguere dalla reale informazione. Quest’ultima confusa, in questi casi, con la comunicazione.

Il giornalista è causa del suo male?

“Solo in parte. Sicuramente il ceto giornalistico non ha sempre saputo offrire risposte professionalmente qualificate, di fronte a un degrado generale dell’informazione. Degrado dovuto principalmente ai social. È altrettanto vero, però, che la qualificazione professionale dei giornalisti viene dallo studio e dalla pratica. Non si può gettare la croce su un giornalista che guadagna pochi euro al pezzo e che si trova costretto a dividersi tra altre mille attività per andare avanti”.

Dove vanno ricercate le responsabilità di questa crisi?

La responsabilità è sicuramente degli editori e delle istituzioni – chiarisce Stefano Pallotta – Dei primi perché, ormai, di fronte a moltissimi giornalisti che non trovano sbocchi professionali, propongono loro contratti atipici, in determinate circostanze quasi forme di schiavitù. Si comportano da imprenditori più che da editori. Nasce soprattutto da qui la dequalificazione. In Italia non abbiamo un’imprenditoria pura, abbiamo un’imprenditoria editoriale che è legata a meccanismi affaristici ben precisi. Si utilizzano, in pratica, i mezzi d’informazione come merce di scambio per questioni legate al core business imprenditoriale di turno. Di conseguenza, come si può pretendere da un giornalista, che guadagna 5 euro al pezzo, la qualità che, invece, comporterebbe un’attività giornalistica contrattualizzata, tutelata a livello normativo e salariale? Il risultato è che il giornalista, preparato e professionista del mestiere, sia sommerso da innumerevoli impegni e attività, pur di mettere insieme quel poco necessario ad un minimo mantenimento”.

E la politica?

Anche le istituzioni politiche hanno le proprie responsabilità. In Abruzzo, ad esempio, si continua a non intervenire con una Legge sull’Editoria, che vada a tutelare proprio quelle situazioni in cui i mezzi di informazione sono legati solo a introiti di tipo pubblicitario e commerciale. L’Ordine dei Giornalisti da anni si sta battendo per una Legge sull’Editoria, che consenta un intervento di sostegno pubblico, destinato ad un settore strategico qual è l’informazione. Se un’industria va in crisi, scatta quasi sempre un intervento immediato – sollecitato dalle attività sindacali – per tutelare quei posti di lavoro e assicurare la continuità produttiva di quella realtà. Ciò non accade per il giornalismo. Come se si potesse fare a meno dell’informazione. Non è affatto così, invece, lo dice la Costituzione. Basti considerare, ad esempio, il dettame che prevede di garantire un’informazione corretta all’opinione pubblica”.

Quanto manca l’informazione di qualità all’opinione pubblica italiana?

L’opinione pubblica andrà ad esprimere la classe dirigente di questo paese. Non è un caso, forse, se in questi ultimi dieci anni stiamo assistendo anche ad un degrado della rappresentanza della stessa classe dirigente, probabilmente in virtù del fatto che è mancata un’informazione consapevole. Se si vuole sopravvivere in una società democratica, è necessario intervenire pubblicamente e aiutare quelle aziende che producono un’informazione di qualità, per favorire un circolo virtuoso dell’informazione e spezzare la deriva dell’opinione pubblica“.