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Perdonanza 2020, l’omelia del Cardinale Petrocchi: “L’Aquila capitale del Perdono”

Perdonanza 2020, "se siamo occupati da noi stessi e intasati da dinamiche narcisistiche, il Signore che viene non trova posto. L'omelia del Cardinale Petrocchi.

Perdonanza 2020, l’omelia del Cardinale Giuseppe Petrocchi.

L’Esortazione dell’apostolo Paolo «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor 5, 20), costituisce il “cuore pulsante” della Perdonanza. Afferma papa Francesco che «la prima verità della Chiesa è l’amore di Cristo. Di questo amore, che giunge fino al perdono e al dono di sé, la Chiesa si fa serva e mediatrice presso gli uomini» (MV, n. 12). I credenti, perciò sono resi certi dal Vangelo che «la misericordia sarà sempre più grande di ogni peccato, e nessuno può porre un limite all’amore di Dio che perdona» (MV, n.3).

Dunque, l’atto iniziale e sorgivo che avvia il flusso del perdono consiste nello spalancare la porta del proprio cuore all’Amore salvifico del Padre celeste, che in Gesù – crocifisso e risorto – ci riscatta dal male e ci restituisce la capacità di essere figli di Dio (cfr. 1Gv 3,1-2).

Ricordiamolo: per avvalersi dei doni di Dio, occorre mettersi nella condizione di riceverli, e tra le premesse necessarie, per garantire il “libero accesso” della grazia nel nostro cuore, compaiono la prontezza a mettersi in discussione, la generosità verso il prossimo e la disponibilità alla conversione. Se siamo occupati da noi stessi e intasati da dinamiche narcisistiche, il Signore che viene non trova posto. Accade, così, che Gli vietiamo di prendere dimora nella nostra storia.

L’Onnipotente – lo sappiamo – rispetta la nostra libertà e si arresta di fronte alla indifferenza o al rigetto con cui Gli sbarriamo il passaggio: ma, se restiamo privi della Sua Verità e della Sua Vita, ci affanniamo invano, perché corriamo dietro a noi stessi e edifichiamo sulla sabbia (cfr. Mt 7,26-27). In questo quadro teologico ed esistenziale va posta la celebrazione della Perdonanza: che non deve diventare semplice ritualità tradizionale, ma esperienza personale e comunitaria di revisione di vita. Se no si corre il rischio di fare tante Perdonanze, ma di rimanere senza perdono: ricevuto e dato.

La Perdonanza ha valenza non solo ecclesiale, ma anche sociale.

Questa prospettiva spalanca orizzonti di grande attualità sull’ “anima celestiniana” di questa celebrazione. In tale panorama prende forte rilievo una riflessione di Papa Francesco, che così scrive: «Pietro del Morrone e Francesco d’Assisi conoscevano bene la società del loro tempo, con le sue grandi povertà. Erano molto vicini alla gente, al popolo. Avevano la stessa compassione di Gesù verso tante persone affaticate e oppresse; ma non si limitavano a dispensare buoni consigli, o pietose consolazioni. Loro per primi hanno fatto una scelta di vita controcorrente, hanno scelto di affidarsi alla Provvidenza del Padre, non solo come ascesi personale, ma come testimonianza profetica di una Paternità e di una fraternità, che sono il messaggio del Vangelo di Gesù Cristo».

Il perdono è una strategia intelligente ed efficace, anche sul piano umano. Un antidoto potente alla patologia del conflitto che, come si sa, è contagiosa ed epidemica. «Quanti dolori soffre l’umanità per non sapersi riconciliare, quali ritardi subisce per non saper perdonare! – ha affermato Giovanni Paolo II – La pace è la condizione dello sviluppo, ma una vera pace è resa possibile soltanto dal perdono». Per questo – continua il Santo Pontefice – «solo nella misura in cui si affermano un’etica e una cultura del perdono, si può anche sperare in una “politica del perdono”, espressa in atteggiamenti sociali ed istituti giuridici, nei quali la stessa giustizia assuma un volto più umano».

La recente dichiarazione dell’Unesco, che riconosce la Perdonanza come patrimonio immateriale dell’umanità, fa leva proprio su questo fulcro etico universale. Anche sul piano razionale e dei valori generali, la saggezza della riconciliazione costituisce un fattore di promozione integrale della persona e della comunità sociale.
Il perdono tiene alta la soglia della sana tolleranza e rappresenta un farmaco che immunizza dalla logica distruttiva della ostitlità e dello scontro

L’Aquila deve diventare “Scuola di incontro e di confronto”; laboratorio per attivare percorsi di riconciliazione. In sintesi: è chiamata a diventare, anche sul piano culturale e sociale, la “Capitale del Perdono”.

Va sottolineato che perdonare è un atto complesso: richiede l’intervento “coordinato” di molte virtù, tra cui la fortezza, la prudenza e la mitezza. Il Perdono non va scambiato con stili rinunciatari o con valutazioni distorte: perdonare non vuol dire far finta di niente, come se la cosa non fosse mai accaduta; né pretende di cancellare il passato dalla memoria. Perdonare presuppone il non restare imbrigliati nel rancore, per mantenere aperta o ripristinare la via dell’ascolto, della benevolenza, della speranza. Chi perdona prende “sul” serio ciò che è accaduto, ma lo supera. Non si lascia sopraffare dal male, ma vince il male con il bene.

Occorre, perciò, attivare le difese cognitive ed etiche, per identificare e respingere questi atteggiamenti nocivi, che rischiano di intossicare i nostri giudizi, i sentimenti e i comportamenti che li concretizzano, rendendoli disadattanti e dannosi. Perdonare è un gesto di libertà e un servizio alla verità: solo chi, dentro di sé, ha sciolto i nodi che lo legavano all’egoismo – e ha guadagnato robuste “dosi” di saggezza e di generosità evangelica – può perdonare.

Tra le attitudini necessarie per maturare un’autentica predisposizione al perdono, compare l’umiltà, che, per definizione, è la prima alleata della misericordia.
Va messo in risalto che l’“umiltà” è strettamente imparentata con la verità, perché comporta vedere sé stessi e gli altri alla luce della Parola: è questa Sapienza che ci consente di valutare noi e il prossimo con obiettività, senza tentativi di cosmesi interpretative e senza ricorrere ad anestetici dissimulanti. Perciò Sant’Agostino dichiara: per camminare nella vita secondo lo Spirito «il primo passo è l’umiltà; il secondo passo è ancora l’umiltà; il terzo ancora l’umiltà; e per quanto tu chieda, ti darò sempre la stessa risposta: l’umiltà» .

Un monaco dell’antichità cristiana scrive, con genialità teologica, che «l’umiltà è la porta di Dio»: infatti, passando attraverso questa essenziale espressione della carità, Dio entra nella nostra vita e permette a noi di entrare nella Comunione trinitaria.
L’esatto contrario dell’umiltà è l’orgoglio. Questo vizio è il primo fattore negativo, che entra in rotta di collisione con la disponibilità al perdono. L’orgoglio è allergico alla misericordia e refrattario alla comprensione benevola del prossimo. Per questo «alla superbia va attribuito una sorta di primato nella genealogia del male».

La superbia, a detta di S. Gregorio Magno, si manifesta con chiarezza: «quando si pensa che il bene derivi da noi stessi; quando si crede che, se ci viene dato dall’alto, è per i nostri meriti; quando ci si vanta di avere quello che non si ha; quando, disprezzando gli altri, si aspira ad apparire gli unici dotati di determinate qualità». Si tratta di un atteggiamento deviante, che conduce ad una sorta di culto di sé stessi: l’“io” diventa così “centro di gravitazione” di ogni evento.

L’eccesso di autostima genera, sul versante delle relazioni esterne, uno stile esoso e zeppo di pretese nei confronti degli altri. All’autoesaltazione fa da contrappunto la tendenza a spadroneggiare e a servirsi del prossimo. L’orgoglioso – si sa – è uno che ha sempre ragione, e anche quando è costretto ad ammettere di aver sbagliato precisa puntigliosamente che se ha mancato è per colpa degli altri. Subisce così, anche se inconsapevolmente, la distorsione percettiva provocata dall’effetto canocchiale.

Infatti, se il binocolo è usato nell’assetto normale, ingrandisce le immagini; se viene capovolto, e si guarda nella modalità opposta, rimpiccolisce le rappresentazioni. È quello che accade al superbo, che – quando si osserva con sguardo compiaciuto – ingigantisce il suo positivo; mentre, quando scruta gli altri, ne sminuisce sistematicamente le buone qualità. Il contrario avviene quando fissa l’attenzione sul negativo: minimizza il suo e dilata quello degli altri. Lasciamo di nuovo a S. Gregorio il compito di tracciare un caustico ritratto dell’orgoglioso: «Il superbo, chiusi gli occhi del cuore, perde ogni equità di giudizio. Gli dispiace tutto il bene fatto dagli altri e gli piace solo quello che fa lui stesso, anche se fatto male, perché tutto quello che fa pensa di farlo in maniera speciale; e tutto quello che ostenta per desiderio di gloria, lo giudica sempre in modo favorevole a sé stesso. Convinto di essere superiore agli altri in tutto, percorre da solo i vasti spazi dei suoi pensieri e proclama in silenzio le sue lodi» .

Il Vangelo che abbiamo ascoltato, ci racconta, nei particolari, il complotto orchestrato da Erodiade, che, con perfida astuzia, non esita a utilizzare l’avvenenza della figlia come “trappola emotiva”, per indurre Erode a decapitare Giovanni il Battista.
Vi propongo alcuni passaggi di una “valutazione comparata” che mi è venuta in mente confrontando Maria con Erodiade: due donne contemporanee ma, come figure spirituali ed etiche, agli antipodi.
Maria, madre della misericordia; Erodiade, donna dell’odio spietato.
Maria, totalmente consacrata alla Parola: ascoltata, vissuta e donata; Erodiade, sorda ad ogni richiamo della verità e rigidamente chiusa nel suo egoismo.
Maria, modello dei credenti; Erodiade, simbolo del “no” ad ogni mozione della grazia.
Maria, umile ancella del Signore, Erodiade superba sovrana, arroccata nella sua arrogante volontà di potenza.
Maria, dimora della pace; Erodiade, fomentatrice di dissidio e di conflitto.
Maria, sede della sapienza; Erodiade, figlia della menzogna: intrigante e manipolatrice.

Attraversiamo ancora il mare agitato della pandemia. Ricordiamo, nella preghiera, tutte le vittime del contagio e le loro famiglie, come anche il Personale sanitario che si prodiga per debellare questa calamità infettiva. Nella misura in cui siamo mobilitati nel combattere il male morale, che è la “peste dell’anima”, siamo pure attrezzati per affrontare la sfida del Covid19. Infatti, oltre al rispetto delle prescrizioni sanitarie e delle misure di sicurezza, ci viene chiesto l’esercizio fattivo della cittadinanza responsabile e la ricerca sinergica del bene comune.

Il testo del profeta Geremia proclama che Signore ci assiste, nell’impresa lieta e faticosa, di essere testimoni e promotori della cultura altruistica del perdono, in un mondo spesso dominato da interessi egoistici che suscitano il rigetto sprezzante del messaggio evangelico. Le parole ascoltate ci inducono a non lasciarci intimorire e a non arretrare mai: «dì loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti di fronte a loro. Ed ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti”» (Ger 1,17-19).

Celestino V, padre e maestro, ci accompagni in questa divina avventura.
Sono onorato di ricordare che proprio in questo anno ricorre il 700mo anniversario della fondazione del Monastero delle Monache Celestine. Contiamo anche sulla incessante preghiera di queste Sorelle consacrate per mantenere ardente, nella mente e nel cuore, il carisma di Pietro da Morrone.

La Perdonanza, nata e dimorante a L’Aquila, ma ormai Cittadina del mondo, ci aiuti ad essere testimoni coraggiosi di umiltà fraterna e perseverati costruttori di pace: ora e sempre. Amen!