A L’Aquila Febbre di Jonathan Bazzi: il libro che “fa fare coming out alle emozioni”

Febbre, il primo romanzo di Jonathan Bazzi, rompe schemi e tabù parlando di omosessualità, Hiv e rapporti genitoriali "distrutti". L'intervista del Capoluogo all'autore prima della presentazione all'Aquila.

“In Febbre parlo di Hiv come se fosse una caratteristica, perchè quando nel 2016 ho saputo di essere sieropositivo mi è piombata addosso una nuova identità”.

“Avevo finalmente una diagnosi per questa febbre che per l’appunti non andava via ma ovviamente non riuscivo a sentirla mia. Ero in dubbio, non riuscivo a capire che cosa significasse, non avevo vergogna, non ero solo traumatizzato ma sono stato riempito di una bolla fatta di dubbi”.

É Jonathan Bazzi che si racconta al Capoluogo, il giovane scrittore di Rozzano, periferia “difficile” dell’hinterland milanese, autore di “Febbre”, libro arrivato in finale al Premio Strega che, con un fiume di parole vere e crude, ha rotto non solo gli schemi sul passato, ma ha tolto veli e ipocrisie su argomenti come omosessualità e Hiv, facendo fare al lettore, “un coming put delle proprie emozioni”.

Jonathan Bazzi, l’eccentrico autore, laureato in filosofia e amante dei gatti, presenterà il libro all’Aquila nella cornice di Palazzo Pica Alfieri, mercoledì 26 agosto alle 19.

bazzi jonathan

L’intervista integrale del Capoluogo all’autore:

Tutti i personaggi del tuo libro si svelano davanti ai lori limiti, alla violenza che li “mangia”. Hai rotto schemi e i tabù, parlando di Hiv come una caratteristica, come se fossero “i tuoi occhi azzurri”. Perchè questa scelta?

“Non sapevo cosa aspettarmi, il 2016 è stato uno sorta di spartiacque. Dovevo capire cosa fare e come affrontare la cosa, alla fine go scelto la strada più semplice e diretta. Non volevo sottostare a quello che sentivo intorno a me, essere una specie di diktat di imposizione dall’esterno. Le persone sieropositive non parlano della loro malattia, come se la vergogna fosse una tradizione, le storie delle persone sieropositive restano sommerse e io non volevo che per me fosse così”.

Dalla malattia alla gloria di un importante premio nazionale: come è stato sapere che saresti arrivato in finale al premio Strega?

“La storia e l’evoluzione di Febbre è stata molto progressiva: siamo andati in ristampa nel giro di pochissimi giorni. I riconoscimenti degli ambienti editoriali sono invece arrivati poco alla volta e con un andamento ad ondate progressive. Ogni volta mi sono stupito perchè questo libro si muove e si colloca in modo molto libero, cerca anche un po’ di decidere autonomamente delle coordinate sia di linguaggio che di atmosfera. In ogni caso è stata una bellissima emozione vissuta con una certa quota di stupore e sorpresa”.

febbre Jonathan Bazzi

Nel 1959, 60 anni fa, il premio Strega lo vinse Giuseppe Tomasi da Lampedusa con il “Gattopardo”, un romanzo storico, “antico” anche per la sua epoca. Oggi in finale ci sei tu, con un libro che parla di omosessualità e di malattia, di rapporti frantumati con i genitori e di periferie degradate: pensi di essere il punto di rottura tra vecchio e nuovo?

“Spero di essere una spia positiva, un segnale di apertura maggiore nell’ambiente editoriale e nei confronti dei tempi contemporanei. Credo che la letteratura in genere, come forma espressiva sia ancora molto conservatrice tende a rimanere legata a vecchi presupposti, a schemi antichi. Continuare a rifarsi a quelle coordinate stilistiche del passato lo trovo eccessivamente limitante e spero che la mia ‘Febbre’ in tal senso possa segnare il passo”.

Nel Jonathan adulto tratteggiato nel libro e che fa i conti con la malattia c’è sempre “l’eco” di un bambino ferito, maltrattato, forse uno egli invisibili a cui è dedicato il libro: chi sono i bambini invisibili?

“I bambini invisibili, rispetto alla definizione sono quelli che non sono stati ‘visti’ da chi dovrebbe prendersene cura, come le loro figure affettive di riferimento. Possiamo estendere queste 2 parole a tutti i piccoli che non vengono riconosciuti nelle esigenze legate alla loro età e alla loro sensibilità, costretti dai contesti e dalle situazioni ad assistere o ad attraversare e sperimentare relazioni, rapporti ed episodi che non sono a misura di bambino”.

j bazzi

Racconti la sieropositività, l’omosessualità senza filtri e tabù, parli dell’emarginazione che può scaturire dal giudizio sociale come se fosse qualcosa di “normale”. In questo libro c’è tutto questo e anche molto di più. Dove hai imparato ad approcciare alla vita in maniera così diretta e semplice senza uscirne con le “ossa rotte”?

“Se dovessi identificare una tendenza di cui ho beneficiato è il fatto di aver difficilmente rinunciato alle cose che desideravo sia materiali che morali. La responsabilità è in buona parte da attribuire alla forza del mio desiderio e al fatto che anche nei momenti di confusione e turbolenza, negli alti e bassi, a un certo punto sono sempre ritornato sulla frequenza di ciò per cui stavo lottando. Questa fedeltà ai miei interessi mi ha aiutato moltissimo per andare avanti“.

Tra le tante persone che ti hanno deluso o chiuso la porta o privato di un abbraccio, c’è qualcuno che ricorderai per sempre che ha saputo invece tenerti per mano?

“La vita in generale mi ha disilluso, non credo nelle contrapposizioni bene/male o buoni e cattivi. Ci sono persone che in alcuni momenti hanno un ruolo positivo e di supporto o di ispirazione. Chiunque è entrato nella mia vita ha avuto un ruolo: da mia madre, giovanissima che seppur con le sue lacune ha avuto un ruolo fondamentale. Sicuramente il mio ragazzo, Marius, anche i miei gatti Mirtilla e Purè sono stati un fortissimo traino per responsabilizzarmi: è per loro che a un certo ho cominciato a lavorare seriamente assumendomi le responsabilità materiali della vita”.

“Non credo tanto negli aiutanti o nei salvatori ma penso che in generale, a seconda delle circostanze, ci siano dei rapporti che ci fanno bene o che ci fanno male e che in qualche modo possano cambiare”.

j Bazzi

“Febbre” affronta anche il tema della genitorialità, dei retaggi del luogo comune. I n qualche modo critichi i tuoi genitori senza mezzi termini: le compagne di papà, quelli di mamma. Dentro questo mixer ci sei tu, “il precipitato imprevisto di una storia durata niente”. Ti senti quasi di troppo o forse un dono che non era atteso. Questa, è la tua ferita o oggi vivi queste emozioni con più consapevolezza?

“Le cose che accadono intorno alla nostra nascita credo che ci imprimano una forma che può essere sicuramente smussata o rielaborata. È qualcosa di forte perchè appartiene ad un piano primitivo nel quale la distinzione tra noi e gli altri, in questo caso i genitori, non è proprio sviluppata. Quel tipo di dinamiche, di vissuti e di traumi uno inevitabilmente se li porta dietro. Se capita o se si ha voglia si può intervenire, portare consapevolezza, rileggere quelle ferite in modo da non lasciarle agire automaticamente, non lasciare che il campo sia del tutto loro”.

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“Ho una posizione a riguardo mediana. Siamo fortemente condizionati da ciò che è successo quando ancora non eravamo pienamente padroni della nostra vita, dall’altra parte non sono per un predeterminismo totale: tanti a causa del proprio vissuto non riescono a mettere insieme i pezzi, in molti altri casi si. Oggi i rapporti con mia madre sono assolutamente distesi,  vado a pranzo da lei a Rozzano, stiamo insieme. Mia nonna materna è contenta del libro e di come sono. Mio padre non lo sento da 2 anni, si è sposato 4 volte: va bene così!”.

Jonathan Bazzi

Febbre sarà anche un film, hai idea di chi potrà interpretare il tuo “te” cinematografico ?

“I diritti sono stati già acquisti da Cross production, casa di produzione di Roma, la stessa di Skam Italia e quindi ci sarà il film. Non sappiamo ancora chi potrà fare Jonathan, ce ne serviranno sicuramente 3: il piccolo me, l’adolescente e l’adulto. Per la versione più adulta mi piacerebbe dare spazio a giovani interpreti o anche esordienti, anche per rimanere in linea con il mio libro e con la mia storia”.

Febbre è stati proposto per il premio Strega da Teresa Ciabatti: “Febbre di Johnatan Bazzi è un romanzo che testimonia un presente che è già futuro prossimo. Questa è una storia del tempo nuovo: perché il fuoco è sorprendentemente altrove rispetto a dove è stato messo fin qui da letteratura e senso comune. Esula dai giudizi e sposta il baricentro sull’accettazione delle fragilità. Una lingua contaminata – la lingua di una periferia dove si parla un pidgin febbrile di milanese, napoletano, pugliese e siciliano – a tratti interrotta, a tratti fluida, distorce, denuncia, svela, innalza e abbassa la soglia della gioia. Così il protagonista, creatura in divenire, non cerca un’identità, o almeno non nelle categorie esistenti, ma ne inventa una sua personale in cui si ama su internet (“usatemi per studiare il cuore del nuovo millennio, quello che prima s’innamora e poi ti vede in faccia”), in cui si può essere tutto, felicemente tutto: colto, balbuziente, emotivo, gay, ironico e anche sieropositivo. L’Orlando di Virginia Woolf qui si condensa, e trova realizzazione in pochi anni. Non servono più secoli”.

L’evento legato alla presentazione del libro, che è stato organizzato dall’associazione culturale L’Aquila Young, rientra nel programma della Perdonanza Celestiniana e oltre a proporre una serie di appuntamenti, offrirà la possibilità di scoprire uno dei palazzi gentilizi più importanti della città, coi suoi ampi saloni affrescati, la corte e le scuderie, grazie alla disponibilità del maestro Fabrizio Pica Alfieri.