Dalla dea Atena alla Vergine Maria, i segreti dell’arte aquilana

Dalla mitologia alla religione, fino all'arte sacra aquilana. Il contributo di Mauro Rosati.

Dalla mitologia alla religione, fino all’arte sacra aquilana. Il contributo di Mauro Rosati (Archeoclub L’Aquila).

Prima parte – La dea Atena

È un’affermazione forse scontata ma giova sempre ripeterlo: la Storia, dalla Religione alle Arti e alla Cultura in generale, non è una sequenza di “compartimenti stagni”, non è una serie di fatti scollegati fra loro. Esistono date ed eventi particolari che vengono indicati come riferimenti, “spartiacque” tra un “prima” e un “dopo”, a volte semplicemente per una necessità di classificare le cose, di chiudere un capitolo di un libro e aprirne un altro; ma anche un “prima” e un “dopo” conservano sempre un filo che continua a legarli, e il “dopo” non è mai di fatto un cambiamento istantaneo; è una svolta, un cambio di direzione, ma sempre basato sulla provenienza da un “prima” che ha innescato quel movimento. Così come non si passa istantaneamente dal giorno alla notte o dalla notte al giorno, ma attraverso delle fasi – il crepuscolo e l’alba – durante le quali giorno e notte convivono e sfumano fra loro, nonostante il tramontare o il sorgere del sole siano riferimenti “netti”.

Per semplificare, potremmo pensare alla Storia (in tutti i suoi aspetti) anche come a un reticolo di strade: tante strade che a volte si diramano in due o più direzioni diverse, altre volte si incrociano e si uniscono per poi magari separarsi di nuovo (e viceversa), altre volte ancora corrono parallele senza toccarsi oppure si sfiorano e si sovrappongono leggermente; ad ogni incrocio o sfioramento però, queste strade si scambiano o condividono qualcosa. Se si preferisce, possiamo pensare alla storia anche come a un sistema di corsi d’acqua, con diverse dimensioni e direzioni.

E così, ecco che la Storia ci fornisce spunti di confronto e riflessione; e anche una breve contemplazione di un’opera d’arte può innescare un flusso di pensieri che possono spaziare in tanti campi diversi.

In questo caso, il flusso che descriverò – strettamente personale – parte dall’ammirazione di un dipinto, qualche mese fa.

Tra le tante bellezze che la ricostruzione della nostra città-territorio sta rivelando o rivalutando, c’è un luminoso dipinto che campeggia sulla volta di una stanza, in un palazzo che affaccia su Via Garibaldi; una via che potremmo anche considerare come il “terzo Corso” dell’Aquila, “terzo” in ordine gerarchico dopo il “primo Corso” (Vittorio Emanuele + Federico II, “longitudinale”) e il “secondo Corso” (Corso Principe Umberto, il corso “trasversale”).

Il dipinto in questione ne ricorda altri che arricchiscono le stanze di molti palazzi aquilani. A prima vista sembrerebbe risalire a un periodo compreso fra l’Ottocento e il Novecento, non sembra un affresco ma più probabilmente (considerata anche l’epoca) un dipinto realizzato con tecnica “a secco”, forse a tempera sull’intonaco già asciutto del soffitto. Il tema è mitologico.

Dentro un grande “disco” centrale – incorniciato da una composizione di rombi, triangoli e rettangoli finemente decorati – riconosciamo una figura femminile, robusta, sospesa su una nuvola fuori dallo spazio e dal tempo, con il volto di profilo e lo sguardo che mira lontano. È la dea Atena (associata a Minerva dai Romani antichi), riconoscibile da alcuni dei suoi attributi più classici: la lancia nella mano destra, lo scudo con la testa di Medusa (“gorgone”) nella mano sinistra, la civetta dallo sguardo vispo accanto a lei, un elmo piumato sulla testa. Concentriamoci su alcuni dettagli:

– la lancia e lo scudo. Tra gli attributi di Atena vi è quello della dea guerriera, una guerriera che non combatte però con la furia irrazionale e con la forza delle armi convenzionali ma con le armi della mente, l’intelligenza e quindi anche l’astuzia, la strategia. Non a caso, come ci insegnano i grandi poemi omerici – l’Iliade e l’Odissea – Atena è la dea protettrice di Ulisse, la sua guida (un tutor si direbbe oggi), una sorta di angelo custode che gli si manifesta sotto varie forme e gli illumina la mente nei momenti decisivi. Non a caso Ulisse, nonostante si faccia valere anche con le armi, risolve la guerra di Troia con l’uso dell’astuzia, dopo dieci anni di stragi e una situazione di stallo che sembrava non vedere soluzione a favore di nessuna delle due parti in guerra. Un “semplice” cavallo di legno risolve quello che le armi convenzionali e la furia non avevano risolto per lungo tempo; Troia viene espugnata e distrutta. Sempre l’astuzia e l’aiuto di Atena, che si “assenta” apparentemente solo per una parte del racconto, permetteranno a Ulisse di sopravvivere alle disavventure e alle trappole in cui si imbatterà nel viaggio di ritorno a Itaca, che sarebbe durato altri dieci anni con varie “soste” lungo il percorso.

“Astuzia”, certo si potrebbe definire anche “inganno” o, come si direbbe oggi, “furbizia”, termine dalle sfumature ambigue; ad esempio, Dante Alighieri, nella sua Commedia, ritiene che Ulisse sia colpevole di inganno e per questo lo “condanna” all’Inferno nella bolgia dei consiglieri fraudolenti, cioè degli “imbroglioni e truffatori”. Proprio lo stesso personaggio che nei poemi omerici era lodato per la sua costanza e per la sua prontezza di pensiero? Sì! Sulla materia ognuno ha i suoi punti di vista!

L’elmo con la testa di Medusa (più genericamente la “gorgone”) ci ricorda un’altra battaglia vinta con l’astuzia e grazie all’aiuto della dea Atena. Secondo la mitologia classica, Medusa era un personaggio mostruoso con i serpenti al posto dei capelli e chiunque la guardasse negli occhi rimaneva pietrificato. Quando Perseo fu inviato ad ucciderla doveva vederla ma allo stesso tempo non guardarla direttamente. Soluzione! Perseo uccise Medusa guardando la sua immagine riflessa nello scudo, quindi senza fissarla direttamente.

– La civetta. Atena era anche la dea della saggezza, come in parte abbiamo già visto, della sapienza (nell’accezione più ampia del termine, una sapienza “a tutto tondo” fatta di conoscenza e di esperienza), e quindi anche delle arti. Nella cultura greca antica la civetta simboleggiava proprio la saggezza, intesa come capacità di guardare le cose in profondità oltre lo sguardo superficiale della maggior parte. La civetta, infatti, come altri animali notturni, è dotata di occhi capaci di vedere in condizioni di scarsissima luminosità, praticamente al buio; se per “buio” intendiamo la metafora di “ignoranza” e “superficialità” ecco che si spiega facilmente questa associazione della civetta con la saggezza e quindi con la dea Atena.

La civetta, inoltre, non a caso, compare fin dall’antichità come simbolo della città di Atene, il cui nome è associato proprio alla dea Atena; la civetta di Atena veniva raffigurata sulle antiche monete ateniesi. Ai nostri tempi ritroviamo la civetta della Grecia antica sulla moneta da 1 euro coniata nella Grecia contemporanea; un filo che si riallaccia al passato.

È soltanto nei secoli successivi all’età greca e poi romana, che la civetta diventa, per varie ragioni, un animale associato a caratteristiche negative: come molti altri animali che si muovono di notte, come il gatto e il gufo, viene considerata una creatura demoniaca e portatrice di sventure. Questa associazione è arrivata fino ai nostri giorni anche attraverso la letteratura e poi il cinema; si usa spesso l’espressione “gufare”, spesso in tono scherzoso, riferita a qualcuno che augura cattiva sorte anche per un semplice evento sportivo. Però dobbiamo anche dire che da un po’ di anni la civetta (e i suoi simili) sta conoscendo una rivalutazione dopo secoli di diffidenza! Già il “gufo Anacleto”, personaggio di un famoso film animato (1963-1964), saggio e istruito, richiamava in qualche modo la tradizione antica che vedeva questo animale sotto un’ottica positiva.

La nascita di Atena avviene in modo particolare: in sostanza viene “partorita” direttamente dalla testa di Zeus e nasce già adulta.

Atena è identificata con molti appellativi che le sono stati attribuiti nel tempo e per ragioni differenti, che a volte hanno origine nella mitologia più antica anche con spiegazioni diverse.

Senza dilungarci in troppi dettagli, ricordiamo alcuni di questi appellativi: Atena è Vergine (Parthenos; da cui il nome del Partenone di Atene a lei dedicato), Atena è protettrice delle città (Polias).

Ad Atena come protettrice delle città è legato il mito del Palladio, una statua (di legno in origine) che ritraeva la dea Atena corazzata ed armata, e alla quale veniva attribuito il potere di difendere una città; una difesa dalle aggressioni militari ma anche, probabilmente, una difesa da eventi naturali avversi. L’importanza del Palladio nella cultura greca antica, si comprende già dai racconti omerici: la città di Troia ospitava il Palladio in un tempio dedicato; quando Troia fu espugnata, durante il saccheggio, Aiace di Oileo – uno dei principali guerrieri achei – abusò della sacerdotessa Cassandra, figlia di Priamo, proprio nel tempio sacro ad Atena. Per la gravità di questa profanazione, Atena – nonostante fosse “schierata” a favore degli Achei – punì il sacrilegio commesso da Aiace di Oileo facendo in modo che le sue navi naufragassero durante il viaggio di ritorno, come ci racconta l’Odissea.

Nell’antichità greca e romana abbiamo notizie della presenza di un Palladio in diverse città dalle origini antiche: Atene, Roma, Napoli, Firenze; anche se va precisato che il Palladio non coincise sempre con la figura di Atena ma per estensione indicò anche altre rappresentazioni di valore sacro, alle quali si attribuiva il potere di proteggere la città (come ad esempio nei casi di Napoli e Firenze).

 

Seconda parte – La Vergine Maria

Adesso facciamo un salto in avanti lungo i secoli e arriviamo alla cultura cristiana, più precisamente alla figura della Vergine Maria.

Non intendo effettuare paragoni troppo semplicistici né addentrarmi in complessi argomenti teologici che non si possono certo approfondire nello spazio di un articolo.

Limitiamoci soltanto ad osservare alcuni elementi, e uno in particolare, che ritroviamo sia nella figura della Madonna sia in quella di Atena: l’appellativo di Vergine; la Madonna come Sedes Sapientiae (Sede della Sapienza) e il ruolo di protezione delle città (città intese come comunità, a prescindere dalle dimensioni).

Per quanto riguarda il discorso della Sedes Sapientiae, nel caso di Maria dobbiamo intenderla come colei che porta in grembo la Somma Sapienza (ricordiamo Dante Alighieri), ossia la Sapienza di Dio; la Madonna è infatti Madre di Gesù, figlio di Dio, e quindi porta in grembo e poi genera il Figlio di Dio. Il Figlio di Dio, però, è una delle tre forme in cui si manifesta Dio stesso (la Trinità) e quindi Maria Vergine è figlia e madre di Dio allo stesso tempo, e quindi della Sapienza per eccellenza; Gesù, il Figlio di Dio è la manifestazione di questa Sapienza in carne ed ossa, è la Parola che prende forma. Più in generale, poi – secondo alcuni pareri – non si tratta di una sapienza esclusivamente intellettuale ma di una sapienza “a tutto tondo” (come avevamo già osservato a proposito di Atena) che comprende anche una conoscenza (un’intelligenza) della vita e del mondo, oltre appunto alla Sapienza Divina.

Ora, però, concentriamoci sul ruolo di protettrice delle città. Nella cultura cristiana alla Vergine Maria viene affidata la protezione dell’intera comunità, e non è un caso se molte “chiese madri” (o “chiese matrici”), dalle Cattedrali alle sedi delle Parrocchie, sono state intitolate a Maria con titoli diversi, e nonostante la presenza di altri Santi patroni. La Vergine Maria non è una dea, poiché la religione cristiana riconosce un solo Dio; Maria è una donna, un essere umano, prescelta però per dare alla luce la manifestazione di Dio nella figura del Figlio. Inoltre, Maria, pur essendo un essere umano, lascia questo mondo con anima e corpo che ascendono al Cielo dopo la Dormizione, per essere quindi Assunta in Cielo e Incoronata dal suo stesso Figlio. In questo senso la Madonna ci appare come una figura “semidivina”, che diventa Avvocata, Mediatrice, degli uomini presso Dio mediante suo Figlio (“Santa Maria Mediatrice” è un altro dei titoli che troviamo di frequente nelle chiese) e, non dimentichiamo, Madre dell’Umanità. Lo vediamo in tante rappresentazioni artistiche. Quindi, in un certo senso, Maria ha un “canale di comunicazione” più diretto verso Dio rispetto alle altre figure di Santi e quindi diventa “tramite” e “garante” tra i Santi Patroni e il Padre Eterno.

Rende forse bene l’idea di queste “gerarchie” un’opera d’arte molto nota al popolo aquilano: il gonfalone della Città di Aquila dipinto da Giovanni Paolo Cardone (1579). Nel gonfalone vediamo i quattro Santi patroni (Massimo, Celestino V, Bernardino, Equizio) che sorreggono la città rivolgendo lo sguardo verso l’alto, in direzione della figura di Cristo, in alto al centro; a sinistra si vede la Vergine Maria che guardando suo Figlio Gesù, rivolge la mano destra verso il basso, in direzione della città e dei suoi Santi patroni, in un atteggiamento premuroso e, appunto, mediatore.

Facciamo adesso qualche esempio di intitolazioni alla Madonna, iniziando da tre grandi e famose cattedrali europee:

– il Duomo di Milano attuale, costruito a partire dal Trecento, è intitolato a Santa Maria Nascente e sulla sua guglia più alta ospita la famosa statua settecentesca della “Madonnina”, uno dei principali simboli di Milano; il primo patrono di Milano è Sant’Ambrogio di Treviri.

– Il Duomo di Napoli è intitolato a Santa Maria Assunta; il primo patrono di Napoli è San Gennaro, la cui cappella è proprio all’interno della Cattedrale partenopea (Real Cappella del Tesoro di San Gennaro).

– La Cattedrale di Parigi è intitolata a Notre-Dame (Nostra Signora) cioè la Madonna (da Mea Domina, appunto “Mia Signora”), per l’esattezza Notre-Dame de Paris poiché nel mondo abbiamo molte Notre-Dame e molte Nuestra Señora; la prima patrona di Parigi è Sainte Geneviève (Santa Genoveffa).

Ci fermiamo qui con i grandi esempi ma, come abbiamo ricordato, anche nei paesi è frequente l’intitolazione della “chiesa madre” (o “chiesa matrice”) alla Madonna con appellativi diversi; tra i più frequenti, come per le Cattedrali, troviamo il titolo di Santa Maria Assunta. Ci bastano pochi esempi molto vicini, proprio nel contado della nostra città:

– la chiesa madre di Paganica è intitolata a Santa Maria Assunta, anche se oggi unisce i titoli di “Santa Maria Assunta e Santa Croce” dal nome di una chiesa vicina scomparsa nel XX secolo; per non parlare della chiesa madre di Santa Maria Assunta nel vicino borgo di Assergi che aveva in città la sua chiesa omonima, poi ridenominata Santa Maria del Carmine, come la conosciamo oggi.

– A Gignano abbiamo la chiesa parrocchiale intitolata a Santa Maria Assunta. Oggi tendiamo a concepire Gignano soltanto come un quartiere residenziale della città, ma questo è riduttivo: Gignano, infatti, è innanzitutto un borgo con una sua origine autonoma e un suo stemma storico, e fa parte dei castelli del Contado che contribuirono alla fondazione dell’Aquila; per questo possiamo considerarlo come un centro abitato autonomo, che fino a pochi decenni fa aveva la caratteristica tipica di una comunità rurale, con le case raccolte intorno alla sua chiesa parrocchiale. Purtroppo la parrocchiale che compare nelle foto d’epoca non è più esistente a seguito del sisma del 2009; la chiesa era rimasta in piedi dopo il terremoto ma è stata demolita completamente a poche settimane dal sisma e poi sostituita dalla nuova chiesa negli anni recenti. Si trattava di un bell’edificio rustico con i tratti della chiesa di campagna ma anche con una grande spazialità all’interno, abbastanza sviluppata in altezza, e con un altare edicola – come si vede da diverse foto -; inoltre, sopra il portale di questa chiesa demolita era dipinta un’immagine della Madonna, dal forte valore popolare, che ricordava l’intitolazione della parrocchiale.

Nota. Le origini agricole di Gignano sono ricordate anche dalla specificazione del nome di alcune strade: la prima che viene in mente è la Strada Vicinale dei Cappuccini, un nome da conservare come tutte le altre “strade vicinali” che troviamo nel nostro territorio comunale; la specificazione di “Strada Vicinale” infatti, ci ricorda che quella strada era nata in un contesto agricolo come via di servizio, generalmente privata, per l’accesso a terreni e ad abitazioni specifiche – e poi – con il passare del tempo è divenuta una strada di utilità pubblica. È ancora più importante conservare questi nomi caratteristici in quei contesti – come Gignano ma non solo – che hanno conosciuto un certo sviluppo residenziale. Significa mantenere la memoria del passato agro-pastorale dei nostri territori.

A questi esempi aggiungiamo, a titolo di ulteriore curiosità, che Santa Maria Assunta è patrona del borgo di Bagno Piccolo dove sorge la chiesa omonima.

In generale, il culto dell’Assunta è molto antico anche se è stato proclamato come dogma soltanto nel 1950 da papa Pio XII, e le intitolazioni a Maria Assunta sono molto frequenti.

Tornando alle Cattedrali, ovviamente ci sono anche città in cui il Duomo è intitolato al Santo patrono. Ne abbiamo un esempio proprio a L’Aquila: la nostra Cattedrale, infatti, è intitolata a San Massimo e San Giorgio. Anche da noi però, se andiamo a cercare, troviamo una chiesa molto importante della città nella quale è presente una dedica specifica alla Madonna ma che generalmente ci sfugge. Non mi riferisco a Santa Maria Paganica, grande e importante chiesa Capoquarto, costruita dagli abitanti di Paganica in città riportando – dentro le mura – la stessa intitolazione della chiesa madre di Paganica, di cui abbiamo già parlato. Non mi riferisco neanche alla grande Basilica di Santa Maria Assunta in Collemaggio la cui intitolazione si lega al racconto della Madonna che appare in sogno a Pietro Angelerio (o Angeleri; futuro papa Celestino V) mentre riposava in quel luogo. E non mi riferisco ad altre chiese che riportano il titolo di Santa Maria per ragioni diverse e con appellativi diversi (ad esempio Santa Maria del Suffragio, intitolata alla Madonna che intercede per le anime del Purgatorio).

La chiesa a cui mi riferisco è invece la Basilica di San Bernardino, fondata proprio per ospitare degnamente il sepolcro del famoso Santo dell’Osservanza francescana. Fermiamoci davanti alla facciata della Basilica e guardiamola attentamente: una grande iscrizione in alto ci ricorda che la chiesa è intitolata al patrono San Bernardino, il più “giovane” dei quattro Patroni dell’Aquila (lo precedono – in ordine cronologico – San Massimo d’Aveja, Sant’Equizio, San Celestino V).

Ora, avviciniamoci ancora fino ad arrivare davanti al portale centrale, realizzato diversi anni dopo il completamento della facciata; un’iscrizione nella lunetta del portale – in un latino non del tutto “classico” – ci dice che la chiesa è consacrata alla Vergine Madre del Dio Vivente e a San Bernardino (il Dio Vivente è Gesù, ossia Dio che si è fatto uomo e quindi vivente). Le figure scolpite a rilievo nella lunetta ci chiariscono ulteriormente i dubbi: al centro della composizione vediamo la Madonna seduta con il Bambino Gesù; a sinistra, San Francesco d’Assisi ci ricorda che entriamo in una chiesa francescana, mentre a destra è ritratto San Bernardino da Siena (lo riconosciamo perché indica il famoso trigramma del “Nome di Gesù”) che poggia la mano sulla spalla di un uomo in genuflessione. Sotto la figura di quest’uomo leggiamo un nome: “Hieronimus de Nurcia”, Geronimo (o Gerolamo) da Norcia, procuratore della fabbrica della Basilica tra il 1558 e il 1562.

La nostra camminata si conclude qui: siamo partiti da un dipinto della dea Atena sulla volta di una stanza in Via Garibaldi, abbiamo percorso un breve tragitto di alcune centinaia di metri tra le vie della nostra città, e siamo arrivati davanti al portale centrale della Basilica di San Bernardino. Durante questa passeggiata, però, un flusso di pensieri ci ha portato a conoscere un po’ meglio la dea Atena, accennando anche ad Ulisse e a Perseo; poi ci siamo spostati nei secoli e siamo arrivati alla cultura cristiana e quindi alla figura della Vergine Maria. Nel discorso ci siamo spostati a Milano, Napoli e Parigi, per poi avvicinarci al nostro Contado citando Paganica, Assergi, Gignano e Bagno Piccolo. Quindi siamo rientrati a L’Aquila e, davanti all’ingresso della Basilica di San Bernardino, il nostro pensiero si è riunito al nostro tragitto.

L’articolo ha voluto fornire alcuni spunti di approfondimento su argomenti molto dibattuti e complessi.

Ringrazio la dott.ssa Maura Iannucci, il prof. Giulio Pacifico e il sig. Fernando Rossi per gli utili suggerimenti e informazioni necessari alla stesura di questo articolo.

Mauro Rosati
Archeoclub d’Italia – Sede L’Aquila