Le nuove stanze della poesia, Alessandro Dommarco

Il ritratto del poeta di Ortona Alessandro Dommarco, figlio dell'autore del celebre "Vola Vola", per l'appuntamento con la rubrica Le nuove stanze della poesia.

Il ritratto di Alessandro Dommarco per l’appuntamento con la rubrica le nuove stanze della poesia a cura di Valter Marcone.

Per Tullio De Mauro: “l’abruzzese Alessandro Dommarco, domina non solo la poesia abruzzese, ma di tutta l’immensa, disperata provincia meridionale, una produzione vasta, da esplorare”. (1)

Enrico Giachery lo definisce un custode attento della tradizione: « in raccoglimento non esente da malinconia, persevera attraverso gli anni nella sua vocazione di custode attento di memorie regionali e familiari e di squisito poeta sottovoce.» (2)

Alessandro Dommarco era però figlio d’arte , suo padre Luigi con il suo “Vola vola”, celebre composizione musicata, aveva rappresentato e rappresenta nella storia della poesia dialettale un punto fermo di riferimento per le generazioni

La curatrice della sua opera Antonella Del Ciotto, scrive: “Alessandro Dommarco giunge al dialetto, non senza averlo sperimentato, dopo un lungo tirocinio in lingua. La parlata ortonese infatti gli permette di dissolvere ogni residuo di eccessiva letterarietà e di classicità che si stava insinuando nella sua produzione in italiano, gli assicura inoltre il consapevole riappropriarsi dei più saldi nuclei ispirativi della sua lirica e la corrispondenza tra significato e suono, tra contenuto e forma”.

“Il ricorso a questo nuovo o se vogliamo ancora scarsamente esplorato mezzo espressivo nasce anche da una suggestione sua propria, forse quella di rendere poetico un linguaggio che non gli offriva altro che materiali grezzi o comunque poco sfruttati, capaci però di provocare lo straniamento delle cose, di caricarsi di allusioni, di diventare simbolo. Il suo dialetto, nient’affatto cedevole all’immediatezza delle occasioni aneddotiche e campanilistiche, diventa una lingua ricercata, quella, appunto, assoluta e universale della poesia”.

Alessandro Dommarco era nato il 4 marzo 1912 a Ortona e morto a Roma il 25 marzo 1997.

La formazione ricevuta dal padre lo avviò precocemente agli studi sulla poesia tanto che durante l’ultimo anno di scuola, nel 1931, pubblicò “Dora”, traduzione dall’inglese di un poemetto di sole dodici pagine in endecasillabi sciolti, opera del poeta Alfred Tennyson.

Carlo Maria D’Este scrive nella biografia del poeta: “Al marzo dello stesso anno risalgono quattro canzoni in dialetto ortonese, evidentemente nate per imitazione dell’attività del padre e rispondenti al clima delle Maggiolate di Ortona scritte a mano in uno scartafaccio, da dirsi più propriamente grosso libro, di pesante ottima carta, che desiderai – scrisse lo stesso autore – avere per poter tenere insieme raccolti quei componimenti che avevo in animo di trascrivervi di volta in volta così come sarebbero venuti alla luce».Ancora oggi quello scartafaccio ospita ben 158 componimenti tra esercitazioni di metrica, di rima, di composizione e valide poesie che, per la ritrosia dell’artista alla pubblicazione, non sono state ancora date alla stampa, salvo rare eccezioni.Del dicembre 1933 è un’opera drammatica in un atto, anch’essa in dialetto ortonese, dal titolo Za Filumene, pubblicata postuma nel 2002. Queste prime opere dialettali resteranno, per molti anni, casi isolati; si potrà infatti parlare di una ripresa della sua attività dialettale solo nel 1970, anno della pubblicazione di Tembe storte”.

Dopo essersi laureato a Roma in Scienze politiche si dedicò all’insegnamento per poi assumere un incarico dirigenziale al Ministero dell’industria,commercio e artigianato.

Collaboratore di vari periodici, Dommarco nel 1957 fondò la rivista Marsia.

Specialista di letteratura francese, pubblicò traduzioni di Stéphane Mallarmé e Jean Cassou, ma anche di Alfred Tennyson e Nosside [2]. La sua prima opera in dialetto ortonese, Tèmbe stórte (Roma, Quaderni di Marsia, 1970) venne poi inclusa con altre poesie in Da mó ve diche addìje (Roma, Bulzoni, 1980), con prefazione di Tullio de Mauro e saggio introduttivo di Emerico Giachery [2]. Pubblicò poi Passeggiate Ortonesi (Roma, T.E.R., 1991). Tradusse in dialetto i lirici greci (Saffo, Alceo, Anacreonte, Archiloco), e curò la pubblicazione di un’antologia della migliore produzione poetica di suo padre: Luigi Dommarco, Poesie scelte (Roma, Ed. Dell’Urbe, 1984). Nel 1996 l’editore Scheiwiller pubblicò il compendio poetico di Alessandro: Poesie in dialetto, a cura della studiosa Antonella Del Ciotto.

Scrive ancora Carlo Maria D’Este: “Uno dei suoi interessi principali è stata la letteratura francese; nel 1955 dà vita al Fauno, una traduzione e interpretazione del Monologue d’un faune e di L’Apres-Midi d’un faune di Stephane Mallarmé, con note e commenti.A tutt’oggi è nota la grande difficoltà interpretativa dell’autore francese che dà luogo nelle sue opere a numerosi significati e a soluzioni contrastanti eppure equivalenti o a vere oscurità irresolubili”.

Le molte note presenti nella traduzione del Dommarco si discostano, talora in modo rilevante, da quelle correntemente accettate dalla critica precedente; ciò nonostante il suo Fauno è oggi un punto fermo nella storia della critica mallarmeana e in quella dell’assorbimento della sua difficile poesia nel vivo tessuto della nostra tradizione poetica.

Il contatto con l’opera del Mallarmé, in cui nulla nasce da incontri fortuiti ma tutto è determinato da una lucida coscienza e da una ricerca razionalmente posta, e in cui vige l’ideale di perfezione stilistica, svolse un’importante funzione formativa nell’espressione del poeta ortonese.

Dommarco el 1970 riprende la produzione dialettale con “Tembe storte”, una suite di ventuno liriche in cui la parlata ortonese, che nella esecuzione paterna appariva come depotenziata e levigata, viene recuperata nella sua autenticità grafica e fonica.Molte delle opere qui contenute rifluiranno dieci anni più tardi in quello che può essere considerato l’unus liber dell’autore, si tratta appunto di “Da mo’ ve diche addije”.

La raccolta, definita da Emerico Giachery un libro-arca, riconferma l’interesse per la lirica dialettale e mostra il massimo rigore e la consapevolezza scientifica nell’adozione di un lessico arcaico, quasi del tutto scomparso.

Dommarco restituisce alla parola la sua originaria flessione fonica e arricchisce il testo con espressioni di particolare valore storico-linguistico, che possono considerarsi minimi saggi etimologici ed etnologici.Il metro esclusivo di queste poesie è l’endecasillabo sciolto, a cui gli enjambements molto frequenti conferiscono una fluente flessibilità narrativa.

Nel 1991 esce “Passeggiate ortonesi”, altra opera in dialetto, in cui il poeta conduce quasi per mano il lettore a esplorare la sua città natale, la sua Ortona che con il suo paesaggio, la sua atmosfera, le sue strade, le sue piazze, i suoi angoli, fa da sfondo topografico e lirico alle vicende umane.

Primavera
Sulla facciata bianca della casa
stampa il sole
l’ombra viva
d’una gabbietta di canarini inquieti.
Sull’attorta corteccia arida e bruna
del centenario glicine
le gemme
gonfiano ad una ad una
di un prodigio di vitalità.
Dal trasparente velo
della sua azzurra luminosità
alla veniente primavera bella
gioisce il cielo.
Con voce piana
una colomba snella
languidamente tuba.

Cara ‘Ndunèlle, cíttel’aggraziète, /
me lefié ‘nu piacére? ‘Stu diségne /
che m’ha dète Marchini, lu puete /
dell’èrbere, l’artiste de le fiure, /
hè pe’ la mamma tè, che, ‘nziéme a pèttete, /
ha minute a vvedérme fine a Scanne. /
E jí, gni ‘nu‘mbapite scustumète, / l
e so fatte arií miéndre vuléve /
tenérve tutt’aunite pe’ la céne. / (…).

(1)Tullio de Mauro, L’Italia delle Italie)
(2)Emerico Giachery, Dialetti in Parnaso, Giardini, 1992)