Archi di Santa Chiara, i gioielli perduti

Tra le bellezze dell'Aquila, anche preziose testimonianze di architettura medievale che però non esistono più: gli Archi di Santa Chiara. #laquilabellame

Tra le bellezze dell’Aquila, anche preziose testimonianze di architettura medievale che però non esistono più: gli Archi di Santa Chiara.

Degli scomparsi archi medievali che sormontavano via dell’Annunziata e collegavano il Monastero di Santa Chiara Povera con l’Ospedale, demoliti nel 1911 forse contestualmente ai lavori per la realizzazione di Via Sallustio, restano oggi solo poche fotografie in bianco e nero che raccontano di quell’angolo dell’Aquila medievale, cancellato dal piano di ammodernamento edilizio iniziato dopo il terremoto del 1915. Per dirla con le parole di Cesare Rivera in Problemi Aquilani, la Sistemazione edilizia, L’Aquila 1916: sono state abbattute quelle “casette gotiche che si bene ingemmavano le nostre minori strade […] per dar luogo a banali e incomode casucce da villaggio […] le demolizioni nelle strade medievali hanno ceduto il posto a spazi inutili e irrazionali oltre che inestetici […] ma non si comprende come per raggiungere lo scopo sia necessario ricorrere in una città come l’Aquila, dove lo spazio disponibile è persino in sovrabbondanza, nientemeno che allo sventramento”. La speranza è che con la ricostruzione del quartiere adiacente a via Sallustio, ancora incompleta, si riesca a valorizzare quanto ancora resta del passato di una città così ricca di storia.

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Via Sallustio (il “Vicolaccio”) e altri sventramenti

Santa Chiara o Santa Caterina? Due nomi per gli Archi medievali.

Delle testimonianze fotografiche delle meravigliose architetture medievali, una è l’immagine di una cartolina con la didascalia Aquila – strada medievale, utilizzata dal CAI di Roma a ricordo della gita turistico alpina svoltasi dal 17 al 20 luglio 1913 nella città dell’Aquila e tra le vette del Gran Sasso (Maria Pia Renzetti – Luigi Marra – Franco Capaldi, Aquila in cartolina, viaggio nella storia della città dal 1895 al 1945, One Group Edizioni). La foto mostra un tratto di processione che procede lungo una strada, giunta sotto un arco a tutto sesto, mentre subito in successione posteriormente si scorgono due archi a sesto acuto. Nel testo si riporta come didascalia della foto la dicitura Archi di Santa Chiara.

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La chiesa di Santa Chiara Povera venne realizzata per volere del ricco mercante Giacomo di Tommaso, soprannominato Gaglioffo da cui poi il nome della famiglia, nativo di San Vittorino e insediatosi in città nel locale di riferimento nel quarto di San Pietro, lungo il declivio di via Sassa che da piazza Duomo procede verso occidente. Nel suo testamento, datato al 1335, aveva espressamente richiesto l’edificazione di una chiesa, di un ospedale e di una mensa per i bisognosi. Il complesso venne fondato il 21 agosto 1349 con il nome di Monastero dell’Eucaristia. L’edificio è inglobato nella vasta proprietà della famiglia Gaglioffi, poi lottizzata, in cui trovavano posto ad oriente — nella porzione più elevata affacciata sull’attuale piazza San Biagio — le abitazioni principali della famiglia e, seguendo, il declivio, dapprima l’ospedale in un primo palazzo a corte (noto come palazzo Gaglioffi, nel XX secolo sede del conservatorio Alfredo Casella) e a seguire il monastero, ricavato dagli ambienti di un ulteriore palazzo con chiostro. I due edifici erano separati dalla via dell’Annunziata ma collegati, sotto la quota della strada, da alcuni passaggi; a oggi sono ancora visibili sulla strada i resti delle aperture, parzialmente interrate. Successivamente venne creato un cavalcavia con arco a tutto sesto, per agevolare alle clarisse l’accesso all’Ospedale, e una sequenza di archi ogivali gotici di contenimento, demoliti nel 1911. Il 2 giugno 1447, per volere di Giovanni da Capestrano e con l’aiuto del vescovo Amico Agnifili e di Pietro Lalle Camponeschi, il complesso venne concesso alla clarissa Antonia da Firenze che ne prese possesso insieme a un cospicuo numero di consorelle. Per le regole della clausura, la chiesa venne suddivisa in un ambiente aperto al pubblico e in un altro riservato alle religiose. Contemporaneamente l’ospedale venne trasferito nella nuova sede a lato della basilica osservante di San Bernardino. Grazie alla gestione francescana e alla vastità di spazi, il monastero divenne in breve tempo il più popoloso e importante della città. Dopo la morte della badessa, il 29 febbraio 1472, nonostante il suo culto come beata fu autorizzato solo nel 1848 da Papa Pio IX, l’intero complesso le venne intitolato con il nome che si ricorda ancora oggi, Chiesa della Beata Antonia.

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Archi medievali, “La versione di Ashby”.

Altra testimonianza è una foto del celebre archeologo topografo Thomas Ashby, che realizzò una vasta, per l’epoca, documentazione fotografica dell’Abruzzo minore che ebbe modo di visitare in sei viaggi tra il 1901 e il 1923. Questo prezioso scatto, raccolto durante il viaggio del 1901 che portò Ashby a esplorare il territorio attorno all’antica colonia latina di Carsioli giungendo fino a L’Aquila, mostra una strada lastricata di grosse basole, una successione di due archi ogivali e sullo sfondo un camminamento poggiante su arco a tutto sesto. L’immagine viene indicata come Archi di Santa Caterina. Le due foto sono quindi la testimonianza dello stesso tratto di strada, ma ripreso dalle due direttrici opposte. Questo potrebbe forse spiegare anche la differenza di nomenclatura associata alle foto, la prima scattata appunto dal Monastero di Santa Chiara Povera – sorto sulla proprietà della famiglia Gaglioffi – la seconda dalla chiesa di Santa Caterina Martire posta all’inizio della discendente via Gaglioffi.

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La chiesa di Santa Caterina Martire è situata in piazza San Biagio, nel locale di Amiterno, all’interno del quarto di San Pietro. L’attuale costruzione fu edificata tra il 1747 e il 1752 su progetto di Ferdinando Fuga, recuperando la superstite porzione del tardo cinquecentesco oratorio di San Girolamo, facente capo alla confederazione dell’oratorio di San Filippo. San Girolamo costituiva l’estremità occidentale del complesso aquilano dei filippini — che si andò a completare nel corso del XVII secolo con l’edificazione della chiesa di San Filippo e dell’annesso convento — ed era collegato al San Filippo mediante un passaggio sopraelevato. Distrutto nel terremoto dell’Aquila del 1703, il sito fu venduto alle monache di Santa Caterina che avevano la propria sede nell’antica chiesa di Santa Caterina da Siena in via Sassa, danneggiata dal sisma e restaurata poco dopo; l’ordine decise comunque di edificare una nuova chiesa su modello dei nuovi oratori barocchi, affidando il progetto a uno degli architetti di maggior prestigio dell’epoca, Ferdinando Fuga, già attivo in città nella ricostruzione di Sant’Agostino.