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Romania L’Aquila in auto, l’odissea degli operai abruzzesi bloccati dal Covid

Operai aquilani bloccati da 3 mesi in Romania. Di fronte a un'Italia completamente isolata, 10 giorni fa, due di loro hanno scelto di tornare in auto. "Un viaggio lunghissimo, ma un solo controllo alla frontiera"

Sono partiti il 22 febbraio, da Roma Ciampino destinazione Timisoara, in Romania. 24 giorni e sarebbero tornati in Italia, dalle proprie famiglie. Poi il coronavirus ha cambiato i piani. Qualcuno, però, ha deciso di tornare: in macchina.

Ha quasi dell’incredibile la storia dei tanti italiani rimasti per mesi interi bloccati all’estero, mentre l’Italia era chiusa in casa, attraversando il suo periodo più buio. Quello del lockdown. Tra di loro anche alcuni aquilani.

I mesi in Romania, tra il cantiere e l’alloggio, sono sembrati un’eternità, spezzata solo dai ritmi del lavoro. Quel lavoro di minatori moderni, in cui neanche le profonde gallerie sotterranee oltreconfine sono rimaste sorde all’emergenza italiana.

Mesi lontani, prima per dovere lavorativo, poi per l’impossibilità di tornare. Solo dieci giorni fa due di loro hanno deciso di tornare: rischiando. Senza voli, né possibilità di viaggi via mare, alcuni operai hanno scelto di rientrare in automobile.

«Qualche volo speciale, da quanto letto sul web c’è anche stato, privato. Solo da Bucarest, però: posti pochi, ridotti. Due voli in particolare annunciati per il 24 aprile e rimasti inaccessibili forse a tutti a Timisoara. Di sicuro a tutti noi e ai lavoratori di un’altra azienda vicina che ha il suo cantiere adiacente al nostro», ci spiegano.

«I vari siti di prenotazione voli sul web offrivano alcune linee. Sembrava semplice prenotare, ma al momento dell’inoltro della richiesta la data veniva sistematicamente posticipata. Sembrava impossibile tornare. Noi alla fine abbiamo scelto di provare a viaggiare in automobile».

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Un viaggio lungo 1600 chilometri e ore ed ore alla guida su autostrade semi deserte. 

viaggio Romania Italia

Operai bloccati in Romania, l’odissea del ritorno

Tre mesi. Tanto tempo sono rimasti bloccati in Romania gli operai di una ditta di costruzioni di grandi opere, con sede nell’Italia meridionale. Tra loro diversi aquilani, che hanno vissuto l’emergenza italiana dal telegiornale di Rai1 – l’unica rete visibile nel loro alloggio a Timisoara – e dalle notizie pubblicate sulle testate web.

Nessuno poteva sapere. Né l’azienda, né i lavoratori partiti da tutta Italia, Abruzzo compreso. Quando sono partiti, quel 22 febbraio, l’attuale pandemia era poco più che una semplice influenza. È stata solo questione di giorni, invece, e anche a Timisoara sono rimbalzate le parole di Giuseppe Conte che chiudeva in casa un paese, per il bene della sua gente. Moltissimi gli italiani rimasti bloccati all’estero, «dalla Farnesina eravamo stati messi in lista per un volo di ritorno, ma sono passate settimane e nulla si è più concretizzato», scrivono alla redazione del Capoluogo.

Nessun viaggio consentito, solo lavoro. Così sono passati compleanni, festività pasquali, per alcuni di loro anche lutti. Affetti che non hanno potuto salutare per un’ultima volta.

Dieci giorni fa il ritorno, quando l’Italia era appena entrata nella sua Fase 2.

Un viaggio lungo, faticoso e difficile per alcuni operai aquilani. Tornare dalla Romania ha significato «attraversare il confine tra Romania e Ungheria, per raggiungere a 103 chilometri di distanza il valico di Nadlac, poi altri 470 chilometri per arrivare al valico di Pince, al confine sloveno. Altri 293 chilometri prima di giungere, finalmente, al Valico di Fernetti, per raggiungere poi Trieste. Controlli? Davvero pochi, solo le Forze dell’ordine alle rispettive frontiere. A Trieste, quando ormai eravamo entrati in territorio italiano – continuano – la Polizia ci ha rilasciato un permesso in cui abbiamo spiegato le necessità legate al viaggio. Così ci hanno lasciato passare e siamo tornati a casa».

Intorno a loro lo sfondo di corsie autostradali vuote e tanta strada da fare. All’arrivo in Abruzzo, previe opportune segnalazioni alla Asl1 regionale e agli enti comunali, il rientro a casa. In isolamento domiciliare, per 14 giorni. Perché l’epidemia è stata anche questo, superare la distanza geografica non è servito a superare il distanziamento sociale. «La cosa importante, però, è che stiamo tutti bene e finalmente siamo a casa».

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