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Interrogatorio affollato, dimenticati i protocolli Covid

Giudice e cancelliere collegati da remoto, imputato, avvocati e carabinieri accalcati in una stanzetta. Interrogatori senza protocollo Covid all'Aquila.

Nonostante la Fase 2 sia appena iniziata e la giustizia stia riprendendo il suo corso ordinario, i protocolli anti Covid, almeno all’Aquila, stentano ad essere applicati.

La notizia arriva alla redazione del Capoluogo da un avvocato aquilano, Vincenzo Calderoni, che proprio in questi giorni ha assistito all’interrogatorio di un suo assistito in una situazione di “sovraffollamento”, senza tutte le necessarie cautele per evitare la diffusione del Covid.

All’Aquila quindi il protocollo anti Covid sembrerebbe ancora in una fase di rodaggio, stando almeno alla testimonianza dell’avvocato Calderoni che assiste un uomo sotto processo per maltrattamenti.

L’uomo, un aquilano residente a San Giacomo, è stato arrestato lo scorso 30 aprile, in piena emergenza Covid, dopo la denuncia della moglie e sottoposto ai domiciliari, revocati il 16 maggio. La misura cautelare è stata convertita in un divieto di avvicinamento alla moglie.

L’uomo, accompagnato dal suo legale, è stato sottoposto a interrogatorio martedì 19 maggio presso la Caserma dei Carabinieri dell’Aquila, in via Beato Cesidio, oltre il termine di legge, per via dell’emergenza Covid.

Il giudice che ha interrogato l’indagato, il dottor Stefano Iannaccone, ha svolto l’interrogatorio a distanza, come vuole il protocollo Covid per evitare la diffusione del contagio.

Mentre il giudice e il cancelliere erano collegati dal Palazzo di giustizia dell’Aquila da due stanze separate, all’interno della caserma dei Carabinieri, in un piccolo ambiente erano stipati l’indagato, l’avvocato e 2 carabinieri, in una situazione di “evidente sovraffollamento”, come riferisce al Capoluogo l’avvocato Calderoni.

L’interrogatorio si è svolto in modalità emergenziali – spiega l’avvocato – il Giudice ed il Cancelliere si sono collegati ad un tablet di pessima qualità, in equilibrio precario, sorretto da un sostegno raffazzonato, appoggiato su una scrivania all’interno di una stanza della caserma”.

“Nella stanza, non più grande di 15 mq, eravamo in 4. Sia io che il mio assistito dovevamo essere inquadrati in contemporanea dalla microcamera del tablet per poter interloquire con il Giudice in videoconferenza. Una situazione che ha impedito di mantenere le distanze di sicurezza necessarie a evitare la diffusione del Covid”.

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Chiarisce ancora l’avvocato: “La mia presenza fisica non era obbligatoria. Avrei potuto collegarmi anche io da remoto, ha prevalso il senso del dovere e la volontà di non lasciare solo il mio assistito che si trovava a vivere una situazione difficile e per lui assolutamente nuova. Ciò non toglie che tutti noi, compresi i carabinieri, avremmo avuto il diritto a lavorare in serenità”.

In tale contesto quindi la domanda che si pone è spontanea: il Covid dov’è finito?

“Potrebbe sembrare che la necessità di evitare il contagio – prosegue l’avvocato – valga soltanto per il Giudice e per il Cancelliere, non per gli agenti della Polizia Giudiziaria, né per il difensore e l’indagato, costretti in uno spazio angusto per oltre un’ora, in condizioni palesemente non rispondenti alle attuali misure sanitarie, senza alcun controllo in ingresso, senza l’autocertificazione che facesse attestare agli intervenuti il loro teorico stato di buona salute, com’è in uso da quando è cominciata la diffusione del Covid, in ogni altro luogo istituzionale dove accede il pubblico”.

Secondo l’avvocato quindi, “sarebbe stato più semplice e sicuro celebrare l’interrogatorio in un’aula di giustizia, ovviamente a porte chiuse, dove gli spazi utili per applicare il distanziamento sanitario sono anche sovrabbondanti. Sono certo che sarebbe stato meglio, meno rischioso per tutti e molto più dignitoso, soprattutto per il sistema giustizia!”. 

Per quanto riguarda il procedimento a carico dell’uomo, trattandosi di maltrattamenti è stato iscritto come Codice Rosso e l’indagato è stato arrestato sulla scorta di un teorema accusatorio basato sulla veridicità della denuncia della donna (persona offesa).

“Le indagini svolte dalla difesa hanno messo in discussione tutto il teorema accusatorio ed anche per questo la misura cautelare degli arresti domiciliari è stata revocata. Il processo è alle prime battute, abbiamo tutto il tempo e le possibilità per dimostrare l’assoluta infondatezza delle accuse rivolte al mio assistito”,  conclude il legale.

La persona offesa è difesa dall’avvocato Maria Leone, del foro dell’Aquila.

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