La favola di Don Gaetano Tantalo, quando un paese nascose una famiglia ebrea

Don Gaetano Tantalo, esempio di coraggio e umanità. Viaggio tra una pagina di storia del 1943: quella famiglia ebrea nascosta e salvata.

C’era una volta Don Gaetano Tantalo, protettore, con la comunità di Tagliacozzo, di una famiglia di ebrei perseguitata.

Nel giorno della Liberazione sul libro dei ricordi spunta una pagina di grandezza umana, nel mezzo di drammi e racconti atroci che puzzano di morte. Da Auschwitz a Dachau, da Majdanek a Chelmno, perché: “Chi è stato lì e ha sentito l’odore di carne bruciata, non se lo toglie più di dosso“. La ‘favola’ porta il nome di Don Gaetano Tantalo, il parroco originario di Villavallelonga, incardinato a Tagliacozzo.

Don Gaetano Tantalo

Oltre quel filo spinato, quei muri alti, quelle docce assassine, quelle catene, c’era l’amore per la vita umana. E non potrebbe essere altro che una storia d’amore quella di tutti gli uomini, come Don Gaetano, che non si piegarono al regime. Seppur senza sfidarlo, restando nell’ombra del silenzio.

Il solo rumore che Don Gaetano poteva concedersi doveva restare sordo ai tedeschi stanziati a Tagliacozzo. Pena l’esecuzione: per lui e per i nove ebrei ospitati. Quel rumore sordo, allora, fu aprire la porta di casa per dare ricovero alla famiglia Orvieto-Pacifici.

famiglia orvieto Don Gaetano Tantalo

Per nove mesi i membri della facoltosa famiglia, che viveva a Roma, furono ospiti della casa parrocchiale di Altolaterra, lo scorcio più antico di Tagliacozzo. Fu quello il riparo per chi una casa, all’improvviso, non l’aveva più e aveva perso per legge anche il diritto alla vita.

Dai giornali, dalle radio, dai balconi, le nuove leggi razziali venivano urlate al mondo intero, o almeno ad un’Europa in cui la bussola dei valori umani era andata persa, assieme al buon senso. La loro razza non andava bene. Urgeva una Soluzione Finale: sterminarli tutti. 

cartolina processo di Norimberga Don Gaetano Tantalo

La storia

Don Gaetano nacque nel 1905, a Villavallelonga. Studiò al Seminario diocesano di Avezzano prima e poi a Chieti, al Seminario regionale. Divenne sacerdote nel 1930 e fu nominato prima parroco di Antrosano e poi di Altolaterra.

parrocchia Altolaterra

In quegli stessi anni, su un altro fronte della Marsica, la famiglia Orvieto-Pacifici si recava frequentemente a Magliano de’ Marsi, dove aveva una residenza per trascorrere le vacanze estive. Qui avevano avuto modo di conoscere i cittadini del posto, compreso il parroco, don Augusto. Era stato lui a presentare loro Don Gaetano.

Nessuno sapeva fossero ebrei, almeno fino a un giorno, come tanti. I tre bambini degli Orvieto giocavano in paese con altri bambini. Quando una collaboratrice di padre Augusto offrì loro la merenda da parte del sacerdote: pane e prosciutto. I piccoli ringraziarono, ma rifiutarono pur se affamati. Risposero soltanto poche parole. Bastarono a far capire alla comunità che fossero ebrei: “Dio ci vede”.

Tutto cambiò all’improvviso e iniziò la lotta per la sopravvivenza. Mario Pacifici, sua moglie Gilda, Enrico Orvieto, sua moglie Giuditta e i loro tre figli – Gualtiero, Giuliano e Natan – non fecero eccezione. La Roma in cui si ritrovarono iniziò ad essere un incubo, a partire dall’8 settembre 1943, quando l’Italia dell’Asse, ormai in ginocchio, passò dalla parte degli Alleati.

La furia tedesca per gli Orvieto-Pacifici si trasformò nella presa d’assalto della loro attività commerciale nella capitale, un calzaturificio. Su Enrico Orvieto pendeva, all’improvviso, un’ambigua accusa di frode.

Intanto la città fu rastrellata: all’alba del 16 ottobre 1943 la retata. Era un sabato, giorno festivo per gli Ebrei. I soldati nazisti sapevano che, agendo proprio quel giorno, sarebbero riusciti a sorprenderne il più possibile. Gli ebrei furono cacciati dalle proprie case e ammassati in strada. Quindi furono caricati su numerosi camion, per partire dalla stazione Tiburtina alla volta di Auschwitz. Il viaggio avvenne a bordo di un convoglio composto da 18 carri bestiame.

ebrei deportati ghetto di roma

Orvieto-Pacifici, la fuga nella Marsica: da Don Gaetano Tantalo

Furono Enrico e suo padre a raggiungere la Marsica, proprio la loro seconda casa, a Magliano. Lì, però, non potevano essere al sicuro: avevano una proprietà e questo sarebbe stato un grande indizio per la polizia nazista. Il pensiero corse, allora, a Don Gaetano e lo raggiunsero, montagna montagna, arrivando alla frazione di Poggio Filippo. Quella notte però Don Gaetano non c’era, li ospitò sua sorella Domenica.

“Dio vi ha mandato”. Furono le parole di Don Gaetano al suo ritorno il giorno successivo. Non esitò ad ospitarli, pur consapevole del rischio a cui andava incontro. Offrì loro la casa parrocchiale del paese. Lui viveva assieme a sua sorella e al marito di lei, proprio accanto alla parrocchia.

Tre stanze: una più spaziosa, le altre piccole. Tanto bastò a nove persone, o poche più, a nascondersi dalla cieca follia nazista. Dopo Enrico e suo padre, infatti, arrivarono gli altri componenti della famiglia Orvieto-Pacifici. Dentro quelle quattro mura, dal settembre al giugno del 1943, vissero tutti insieme con la protezione attenta di Don Gaetano e di un’intera comunità.

Tutti sapevano, nessuno parlava. Gli Orvieto Pacifici si salvarono. A portar loro da mangiare pensava Don Gaetano. Spesso contribuivano i residenti di Tagliacozzo, chi poteva donava derrate alimentari, rigorosamente di nascosto. L’acqua la prendeva Natan, il bambino più piccolo degli Orvieto. Di fronte alla casa parrocchiale c’era una fonte: il fratello osservava dallo spioncino che non ci fosse nessuno, solo allora Natan poteva uscire con la conca, riempirla e portarla dentro casa.

Natan Orvieto Altolaterra

In foto Natan Orvieto alla casa parrocchiale di Altolaterra

La sera del 31 dicembre 1943 ci fu un’abbondante nevicata nella Marsica. I soldati tedeschi che erano a Tagliacozzo bussarono casa per casa, alla ricerca di uomini che provvedessero a liberare la strada per Cappadocia. Batterono anche alla porta della casa parrocchiale di Altolaterra.

«Bussarono, bussarono e bussarono ancora. Mi ricordo che noi eravamo in uno stanzone al silenzio. Ad un certo punto vedemmo dalle feritoie delle finestre una donna anziana – la signora Annunziata Onofri – che andò verso i soldati e disse: “Ma chi cercate? Ma lì c’è solo il prete, che tra l’altro si è pure ‘azzoppato’ qualche giorno fa!” … Come sia andata, non lo so. Fatto sta, che i tedeschi se ne sono andati».

Ha raccontato Natan, l’ultimo membro in vita della famiglia alla Radio Vaticana e lo ha raccontato anche tre anni fa, ospite a Tagliacozzo, per i 70 anni dalla morte di Don Gaetano.

Don Gaetano Tantalo, le ricostruzioni

«Quando Natan è arrivato a Tagliacozzo – ci spiega il sindaco Vincenzo Giovagnorio – mi ha raccontato che nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre la situazione era confusa. Suo padre non sapeva cosa fare, se tornare a Roma o rifugiarsi nella Marsica».

Natan Orvieto tagliacozzo

Un momento della visita di Natan Orvieto a Tagliacozzo, con la moglie, i figli ed altri amici ebrei

«Enrico Orvieto e suo padre, infatti – spiega Don Ennio Grossi, vice postulatore e cancelliere della Diocesi dei Marsi alla redazione del Capoluogo – erano già fuggiti a Magliano per l’ordine di cattura che pendeva su Enrico, accusato di frode. Ma capirono subito che dietro c’era altro e che ben presto sarebbero stati tutti in pericolo. Poco dopo arrivò tutta la famiglia».

«Don Gaetano fu sempre in prima linea nel difendere gli altri. Per ben due volte offrì la sua vita per salvare alcuni cittadini tagliacozzani che erano stati fatti prigionieri dai tedeschi. Il sacrificio, fortunatamente, non fu mai necessario: poiché entrambe le volte arrivò l’ordine di non fucilarli», aggiunge il sindaco Giovagnorio. «In qualità di sindaco sono orgoglioso di rappresentare una città e la sua gente, coraggiosa e nobile d’animo, come dimostra la storia. Tutta Tagliacozzo contribuì a proteggere un’intera famiglia e a rifornire delle persone in difficoltà di ogni bene. La dimostrazione di un grande senso di umanità».

La riconoscenza per Don Gaetano fu grande, anche se breve, da parte della famiglia ebraica. Il parroco, infatti – nominato ‘Giusto tra le Nazioni’ e proclamato Venerabile nel 1995 – morì a soli 42 anni, per l’acutizzarsi di alcuni problemi respiratori. Era il 1947. È tuttora in corso il processo di Beatificazione.

Natan, invece, assieme alla sua famiglia che ora non c’è più, ha vissuto nella condizione di sopravvissuto. Un limbo tra riconoscenza alla vita e vuoti dettati dai sensi di colpa.

“Ho vissuto la consapevolezza di chi piano piano viene a sapere che cosa era successo di tragico, di tremendo; dell’industria della morte, dei parenti stretti che non tornavano. Credo di avere anch’io, come molti altri, nutrito all’interno un sentimento quasi inconscio di complesso di colpa per essere sopravvissuto, tant’è che non ho voluto leggere tanti particolari delle sofferenze subite da questi poverini nei campi di sterminio”.

Sentirsi in colpa per non essere morti è il retrogusto di una storia in cui ha vinto la vita. Lo strascico di una Shoah che ha spezzato 17 milioni di vite. Ancora un motivo per non dimenticare.