Coronavirus, il ricordo: quelle vittime non sono numeri

Nove i decessi in provincia dell'Aquila. Famiglie orfane, affetti spezzati. Il coronavirus ha riempito le cronache di numeri, dimenticando troppo spesso un affettuoso ricordo di chi ci ha lasciato

Volti, nomi e cognomi, storie e affetti lasciati. Il coronavirus ha riempito le cronache di numeri, dimenticando troppo spesso di omaggiare di un addio eterno chi l’epidemia l’ha pagata con il prezzo della vita. La propria.

Sono AldoDora, Maria Anita, Pia, Giuseppina, Nevio, Dante, Claudio. I pazienti positivi residenti in provincia dell’Aquila finiti sulla lista dei decessi, in un Abruzzo che conta 280 pazienti deceduti alla data di giovedì 23 aprile.

Loro che, dopo i primi sintomi, sono finiti nel Reparto di Malattie Infettive, poi in Terapia Intensiva e, alla fine, hanno perso la battaglia senza poter salutare un’ultima volta i propri cari.

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Se ne sono andati così, nel silenzio della paura e dei numeri senza faccia. Compagni di vita, mamme, papà, fratelli, sorelle, nonni. Al posto del funerale un freddo annuncio di stampa. In cui le vittime da casi positivi sono diventate pazienti deceduti.

L’altra faccia del dolore, però, costretta in quarantena a casa, va avanti anche grazie alla forza del ricordo.

Anche per questo, allora, ricordarli è doveroso.

Coronavirus, nessuno dimenticherà

Aldo è stato la prima vittima in provincia dell’Aquila. Ex direttore di banca, di Castel di Sangro, era ricoverato al G8 dell’Aquila. Aveva 69 anni. A ricordarlo, lo scorso 23 marzo, quando è venuto a mancare, è stato il sindaco di Castel di Sangro e Presidente della provincia dell’Aquila, Angelo Caruso.

“Profondamente addolorato, ci ha lasciato un amico. Cordoglio a nome della comunità alla famiglia. Ciao Aldo”.

Dora aveva 81 anni ed era di Collarmele. “Era una mamma e nonna laboriosa, che ha sempre contribuito all’economia familiare, con il suo lavoro domestico, e ha costantemente aiutato nel faticoso lavoro agricolo dei terreni di famiglia”, ricorda con affetto il sindaco di Collarmele Antonio Mostacci, contattato dalla redazione del Capoluogo.

È morta lunedì 23 marzo al pronto soccorso dell’Ospedale di Avezzano. Non era tra i pazienti positivi, né presunti tali. Solo il tampone, eseguito post mortem, ha permesso di accertare il contagio da Covid-19.

Maria Anita aveva 82 anni. Viveva a San Pelino. È lei la seconda vittima di coronavirus nella Marsica, la prima ad Avezzano. La donna è venuta a mancare dopo 10 giorni di ricovero in ospedale – prima ad Avezzano, poi al G8 dell’Aquila – dopo l’aggravarsi del suo quadro clinico. Proprio all’ospedale del G8 è deceduta ed il 25 marzo la sua salma è stata tumulata nel cimitero di San Pelino.

“Non abbiamo potuto darle l’ultimo saluto”, ha spiegato addolorata la figlia al Centro, “siamo riusciti a contattarla solo telefonicamente. Mi raccontava che era ricoverata vicino ad una signora marsicana. La cosa più triste è che è morta sola, senza il conforto e la vicinanza della sua famiglia. E questo è un grande motivo di dolore”.

Nel ricordo della fine, il grande vuoto umano dell’addio ai tempi del coronavirus. Perché la pandemia ha fermato tutto, cancellando anche la possibilità di offrire l’ultimo saluto a chi ci lascia, all’improvviso.

Pia è stata la terza vittima marsicana. Risultata positiva al contagio da Covid-19, è stata ricoverata in un primo momento ad Avezzano, per poi essere trasferita nell’ospedale del Capoluogo. “Aveva degli acciacchi dovuti all’età – ci spiega il nipote, Filippo Morelli – e purtroppo l’aver contratto il virus ha finito per debilitarla ancor di più e per aggravare il suo stato di salute”.

La perdita ha colpito nel profondo Filippo, che ha scelto un bacio e un abbraccio proprio a lei, a sua nonna, per ricordarla sul suo profilo social. Una foto di quando tutto era diverso, di quando si poteva stare vicini. Poche parole a completare un ricordo dolce e già nostalgico. “Questo maledetto virus ti ha portato via, ma non riuscirà a portarti via dal mio cuore. Ti voglio bene nonnina“.

Giuseppina aveva 82 anni ed era di Balsorano. Ha perso la sua battaglia contro il coronavirus il 29 marzo. Inconsapevolmente. La positività della donna è emersa post mortem. A sancire il triste verdetto un tampone, risultato positivo. Dalla certificazione del contagio è scattato l’isolamento domiciliare per i suoi contatti più prossimi, quattro persone.

Nevio aveva 77 anni ed era di Tagliacozzo. Si è spento lo scorso 2 aprile, all’ospedale G8 dell’Aquila, dove era stato ricoverato. Il contagio ha aggravato il suo stato di salute, già precario. Lo ha ricordato con affetto il primo cittadino di Tagliacozzo, Vincenzo Giovagnorio.

“Nevio ha terminato il suo cammino terreno, essendo comunque da tempo affetto da un’altra grave patologia oncologica. La Comunità tutta di Tagliacozzo si stringe idealmente a Fabio e a Francesco nel ricordo del papà, che ora si è ricongiunto alla Consorte Giuseppina. Nevio è stato un uomo serio e onesto, disponibile e valido professionista geometra, ha anche guidato come Priore l’antica confraternita di Sant’Antonio Abate“.

Un 88enne di Prezza è la prima vittima del territorio peligno, scomparso lo scorso 4 aprile. Era ricoverato al San Salvatore dell’Aquila, arrivato dalla Clinica San Raffaele di Sulmona, dove era degente per un ciclo di terapie riabilitative. Per ragioni di privacy, pur nel ricordo, non scriveremo il nome del paziente. La settima vittima di Covid tra i residenti della provincia aquilana.

Dante era molto conosciuto a Sulmona e in tutta la Valle Peligna: 55anni, era sindacalista Fim Cisl metalmeccanici. Se n’è andato il 12 aprile, vittima del coronavirus: aveva patologie pregresse. Era rimasto contagiato da un parente che lavorava in una clinica cittadina ed era rimasto in quarantena, finché le sue condizioni non sono peggiorate. Riposa nella tomba di famiglia nel cimitero di Pacentro.

L’ultimo in ordine di tempo è Claudio, 91anni, ex dipendente del Comune di Sulmona: è morto il 22 aprile al San Salvatore, dove era arrivato dopo essere stato trasferito dalla clinica San Raffaele di Sulmona il 5 aprile. Era nella clinica peligna – assurta alle cronache per il diffondersi del contagio proprio al suo interno – per la riabilitazione dopo aver subito un ictus.