Undicesimo anniversario del sisma 2009: pensieri, riflessioni, emozioni

11 anni dopo il sisma del 6 aprile 2009. L'editoriale di Fulgo Graziosi

Sono trascorsi ben undici anni da quella spaventosa notte del 6 aprile 2009. Una notte indimenticabile che ha devastato tutta la città, riducendo il centro storico ad un ammasso di macerie.

Dopo aver realizzato l’incolumità dei familiari, la mente si trasferì immediatamente a Budapest, dove mio figlio si era recato per tenere una conferenza all’Università Magiara. Reciprocamente non riuscimmo a metterci in contatto. Poi, mi assicurai che le famiglie di mio fratello e delle sorelle non avessero subito danni personali. Ma, degli altri parenti e amici non sapevo assolutamente nulla. Mi accorsi di essere stato bombardato da una lunga serie di emozioni, che non riuscivo a contenere. Emozioni, che si sono ripresentate puntualmente ad ogni anniversario.

Quest’anno è stato diverso. Forse, il particolare momento che stiamo vivendo a causa della pandemia del Covid19 ha generato delle preoccupanti apprensioni che, inevitabilmente, si sono sommate ai ricordi di quella impressionante notte e dei giorni successivi.

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Nel percorrere alcune strade cittadine, che avevo frequentato da ragazzo e da giovane, affioravano nella mente, ad ogni numero civico, ricordi normali e, a volte, traumatici. Mi sono soffermato a riflettere su questi due termini, arrivando ad individuare, forse, una plausibile distinzione del grado emotivo che i due aspetti provocano nel nostro intimo. Ho pensato che le memorie traumatiche si diversifichino da quelle normali poiché appaiono formate da immagini comportamenti e sensazioni, difficilmente modificabili nel tempo. Infatti, vengono riportate in evidenza con tangibili sensazioni provate attraverso gli incubi e continui flashback. Ho capito che la mia memoria normale possa essere condensata nella consapevolezza della semplice narrazione degli eventi. Le memorie traumatiche, invece, provocano nel mio intimo gli avvenimenti ai quali si riferiscono con estrema vivacità e chiarezza, fino al punto di renderle crudelmente reali e presenti.

Mentre ero immerso in queste considerazioni ,ancora non avevo deciso a che ora accendere i lumini per rendere omaggio alla memoria dei tanti deceduti quella notte e anche alle anime di quelle persone che non hanno resistito nel tempo ai danni e alle forti emozioni vissute il 6 aprile 2009. La mia attenzione venne attratta dal segnale di arrivo di un messaggio sul computer. In questo anniversario, reso ancora più pesante dalle vicende del Covid19, che ancora non riusciamo a contenere, un caro amico ha voluto farmi omaggio di un prezioso ricordo, e qui entriamo nella terza categoria, quella delle memorie belle e piacevoli, anche se il contenuto è spesso mesto e accorato.

Mi è stata inviata una poesia scritta da una cara amica, poetessa e artista molto in voga per le sue effervescenze artistiche di questi tempi, Giuliana Cicchetti Navarra, arricchita dalla musica e dall’armonizzazione di Camillo Berardi, che ha scritto le note nel pentagramma dell’arcobaleno per la rinascita della nostra città. Una canzone che mi ha accarezzato il cuore. Sono certo che toccherebbe fino in fondo anche il vostro intimo, attutendo i toni di quei traumi determinati da quella triste notte. Gli artisti, spesso, trovano le parole e le note giuste per attutire le nostre angosce e per alimentare le giuste speranze.

L’introduzione è davvero toccante. Inizia così:
“L’Aquila a pezzi, tu, ‘na notte nera,
pare ‘nu sognu ma ‘ssa bbotta è vera
tutt’ è ruinatu tu sci’ la storia
‘na paggina da scrie pe’ lla memoria”.
Infine, chiude con questo dolce pensiero:
“Mo’ cchiù de prima ji’ te vojo bbene
fatte sparì’ vurria tutte le pene
firita tu sarrài remarginata
me tengo recorda’ che sci’ renata”.

Qualcuno ha scritto, prima di me, che il brano è un grido di dolore e, nello stesso tempo, di speranza. Una proiezione, almeno speriamo, in una rinascita completa, sociale, economica e culturale. In questa ottica vorrei affidare ai nostri amministratori il dolore e, nello stesso tempo, il desiderio degli aquilani di tornare a recitare un ruolo di rilievo nella nuova storia che andremo a scrivere dell’Aquila e dell’Abruzzo.
Fulgo Graziosi