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La risurrezione di Lazzaro, libertà da ogni morte: l’omelia del Card. Petrocchi

L'omelia tenuta dal Card. Petrocchi durante la Messa di ieri, V Domenica di Quaresima

La risurrezione di Lazzaro, annuncio di libertà da ogni morte. L’omelia tenuta dal Card. Petrocchi durante la Messa di ieri, V Domenica di Quaresima, nella cappella di San Pio X 

Dopo aver accolto la Parola che ci è stata annunciata, concentriamo la nostra attenzione sulla narrazione, con l’intento di comprenderla bene; poi cerchiamo di “entrare” nel racconto, come se anche noi fossimo i protagonisti, con il desiderio di confrontarci con i personaggi che compaiono sulla scena.

Partiamo da una breve analisi del comportamento di Gesù: perché ciò che ha fatto allora, può compierlo anche adesso. Infatti «Gesù è lo stesso: ieri, oggi e sempre» (Eb 13, 8). Il brano evangelico inizia informandoci della malattia di Lazzaro (Gv 11,1-45). Si trattava, evidentemente, di una patologia grave se le sorelle mandano a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato» (v. 3).

Apparentemente Gesù non risponde subito all’appello. Il testo di Giovanni precisa che «quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava» (v. 6). Non si tratta di indifferenza o di tiepidezza affettiva: infatti, l’apostolo Giovanni sottolinea che «Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro» (v. 5). Il Signore motiva il suo rinvio, nel rispondere ad una sollecitazione pressante, con una frase misteriosa: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato» (v. 4).

Quando decide di muoversi, il dramma si è già compiuto: è Gesù stesso che lo annuncia, usando, anche questa volta, parole difficili da decifrare: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!» (vv. 14-15).

Sul quadrante del tempo locale, Gesù giunge in ritardo («quando arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro» – v. 17), mentre secondo l’“Orologio di Dio” l’arrivo di Gesù è sincronico con quel segmento della storia della salvezza (perché consente di manifestare la potenza della grazia che Lo abita – cfr. v. 4).

Gesù, dunque, già da prima, sapeva che le cose sarebbe andate a finire così: eppure lascia accadere. Questo evento, che in una prospettiva mondana appare misterioso, entra in un progetto provvidenziale che mira alla redenzione integrale di ogni uomo e di tutto l’uomo.

C’è poi l’incontro con Marta, sorella di Lazzaro, che con franchezza amicale (che potrebbe sembrare quasi un rimprovero) gli dice: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» (v. 21). Ma, questa donna, oltrepassa il confine di una costatazione amara e si esprime, subito dopo, con parole piene di una incondizionata fiducia: «ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà» (v. 22). È proprio questa totale concessione di credito che consente a Gesù di rivelare la Sua identità profonda, dicendo: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?» (vv. 25-26).

La professione di fede spalanca a Marta un orizzonte stupendo: «Gli rispose: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”» (v. 27). Questo colloquio, imprevisto e quasi abbagliante, lascia intuire il motivo della condotta di Gesù: Egli vuole accompagnare le persone che ama oltre la soglia della sofferenza (che spesso non impedisce), per introdurle in una dimensione divina, dove può essere attinta una ricchezza infinitamente più grande di ogni valore umano, per quanto degno e nobile. 

Arriva, poi, anche l’altra sorella, Maria, che avanza subito la sua obiezione: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» – v. 32); a questa osservazione dispiaciuta fa eco il commento urticante di alcuni Giudei, che la accompagnavano: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?» (v. 37).

Nella esposizione seguente, c’è un particolare che rivela un aspetto toccante della personalità di Gesù: la sua umanità dai “sentimenti belli e forti”. Infatti, la pagina evangelica sottolinea che mentre si avvicinava al sepolcro, Gesù si mostrò molto turbato e si commosse profondamente, fino a scoppiare in pianto (cfr. vv. 33-38). Compaiono registri emotivi molto intensi, che attestano un amore pronto a vibrare per “con-passione” e capace di fedeltà eterna all’amicizia, qualunque cosa accada.

Arriviamo al centro della narrazione. Gesù si trova davanti al sepolcro di Lazzaro. Proprio per attualizzare l’evento che ci viene trasmesso, e adottando un pensiero simbolico, ci chiediamo, chi è Lazzaro? Lazzaro siamo noi. (Anzi, oltre ad essere Lazzari, talvolta siamo pure “lazzaroni”). Quest’uomo è simbolo di tutti coloro che si trovano “chiusi” in problemi che li “incapsulano” in modo ermetico oppure che sono bloccati in situazioni negative, provocate da cedimenti al male e complicità con il peccato. Da queste condizioni di “immobilità” forzata non è possibile affrancarsi da soli. Lazzaro non può ridarsi la vita che ha perso, né può liberarsi dalle bende che lo avvolgono e lo paralizzano.

Gesù chiede a Marta un nuovo atto di fede («Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?» – v. 40), poi «gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!“. Il morto – come ci descrive il racconto – uscì con i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberatelo e lasciatelo andare» (vv.43-44).

 

Ricordo a tutti che i racconti contenuti nella Bibbia non mirano solo ad informarci di ciò che è successo nella storia della salvezza, in tempi lontani dai nostri, ma sono anche finalizzati a consegnarci insegnamenti fondamentali per noi, qui ed ora. Infatti, le opere che Dio ha compiuto “allora” le può realizzare pure “oggi”, a nostro vantaggio, se crediamo al Suo Amore. Dunque, i destinatari di questa narrazione siamo proprio noi: io, tu, voi, come Comunità ecclesiale.

Guardiamoci, allora, dentro e attorno, scrutando con onestà sincera la nostra condizione esistenziale. Portiamo nascoste, nell’anima, “tombe” (cioè, situazioni di sofferenza imbrigliata e di costrizione emotiva) in cui sono serrate parti di noi? Ci sono aspetti importanti del nostro passato o del nostro presente (problemi di carattere personale, familiare relazionale, affettivo, professionale, sociale, culturale…) da cui ci sentiamo “legati” con lacci stretti, che ci impediscono di “muoverci” con la libertà che vorremmo? Ci sono “fasciature”, tessute dall’egoismo e tirate da stili viziati, che avvolgono alcune nostre “disposizioni” positive – come la generosità, la pazienza, la disponibilità al perdono, la cordialità – e rischiano di soffocarle?

Questi vincoli distorsivi rallentano o fermano la nostra capacità di amare e di essere amati: così possono provocare una graduale “morte” dell’anima.

Dobbiamo ammettere che ci sono zone della nostra personalità in cui giacciono sepolte virtù e doti positive che attendono di essere “risuscitate” e restituite al dinamismo creativo della carità.

Gesù ha il potere di liberarci da ogni soggezione al male. In Lui si adempiono pienamente le espressioni stupefacenti del profeta Ezechiele «Così dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe […]. Riconoscerete che io sono il Signore […]. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete» (Ez 37, 12-14).

Proprio perché in Lui dimora la forza creativa di Dio, Gesù compie il prodigio di risuscitare Lazzaro.

 

Appassionato e coinvolgente è il commento fatto da Papa Francesco a questo passo biblico: «Dinanzi alla tomba sigillata dell’amico Lazzaro, Gesù «gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Questo grido perentorio è rivolto ad ogni uomo, perché tutti siamo segnati dalla morte, tutti noi; è la voce di Colui che è il padrone della vita e vuole che tutti “l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Cristo non si rassegna ai sepolcri che ci siamo costruiti con le nostre scelte di male e di morte, con i nostri sbagli, con i nostri peccati. Lui non si rassegna a questo! Lui ci invita, quasi ci ordina, di uscire dalla tomba in cui i nostri peccati ci hanno sprofondato. Ci chiama insistentemente ad uscire dal buio della prigione in cui ci siamo rinchiusi, accontentandoci di una vita falsa, egoistica, mediocre. “Vieni fuori!”, ci dice, “Vieni fuori!”. E’ un bell’invito alla vera libertà»[1].

Non c’è morte da cui non si possa risorgere, per opera della grazia.

A Dio bisogna chiedere i miracoli, ma bisogna anche mettersi in condizione di riceverli: è necessario creare nella nostra vita gli spazi di fede, carità e speranza nei quali Dio possa intervenire con la Sua forza salvifica.

Se non avvengono i miracoli non è perché Dio non voglia farli: anzi, l’Amore Onnipotente desidera compiere “grandi cose” nella nostra esistenza, ma rispetta la nostra libertà: benedice i nostri “sì”, ma non scavalca i nostri “no”.

Va evidenziato che ci sono “miracoli” che sono ottenuti per effetto della “comunione fraterna”: Lazzaro non può implorare il suo riscatto dalla morte, ma questo prodigio lo chiedono per lui i suoi cari. Appare chiaro che i parenti e gli amici di Lazzaro giocano un ruolo fondamentale in questa vicenda: chiamano Gesù, Lo accompagnano presso il sepolcro, sollecitano insistentemente e in modo corale l’intervento sanante del Signore, esultano per le grazie che vedono concesse, si rendono disponibili all’aiuto fraterno a miracolo avvenuto: cioè, dopo che Lazzaro è stato restituito alla vita. Infatti, Gesù comanda proprio ai parenti e agli amici di liberarlo dai nodi che lo stringevano, per consentirgli di agire liberamente.

 

È importante rimarcare, tuttavia, che, nella prospettiva biblica, perché il miracolo abbia il suo “effetto” compiuto non basta che sia recuperata la guarigione del corpo, ma occorre avviare la santificazione dell’anima. Bisogna, cioè, che sia potenziata, nella misura voluta da Dio, la Vita secondo lo Spirito, che abita in noi (cfr. Rm 8,9). Ed è proprio l’azione dello Spirito che ci consente di non lasciarci dominare dalle suggestioni della “carne” (che, nel linguaggio paolino, indica l’umanità contagiata dal peccato) e di agire nella carità obbediente alla Parola (cfr. Rm 8, 8-11). L’apostolo Paolo, nella lettera ai Galati, elenca i frutti dello Spirito, che sono «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5, 22). La comparsa di questi frutti dimostra che la linfa della risurrezione circola nelle fibre della nostra esistenza.

 

Le cronache quotidiane riportano l’avanzata omicida del virus-killer Covid-19. Ma, al tempo stesso, siamo informati di una straordinaria mobilitazione della solidarietà. Ci vengono raccontati gli atti eroici compiuti da medici, infermieri, forze dell’ordine, uomini delle Istituzioni, volontari e sacerdoti. Molti hanno testimoniato una dedizione totale: fino al dono della vita. Questi gesti sono sacri, perché rappresentano una “epifania” di Dio. Un giorno, spero non lontano, potremo raccogliere i nomi di questi “martiri” e onorarli come meritano. Siamo fieri di averli come fratelli nel Signore e come concittadini. Tali eventi rimarranno scritti, con l’inchiostro indelebile della carità, negli annali di questo secolo.

Le “orde” invasive di coronavirus saranno fermate dalla barriera dell’unità: sociale, culturale e ecclesiale. Barriera invalicabile, perché resa salda dall’amore reciproco. E l’amore ha sempre l’ultima parola, perché l’amore vince!

Ricordiamo nella preghiera tutti coloro che hanno perso la vita; partecipiamo, con fraterna vicinanza, al dolore straziante dei familiari; stringiamoci, con prossimità samaritana, a quanti sono stati colpiti da questo contagio; innalziamo un’orazione  speciale per quanti hanno subìto gravi danni nelle loro attività professionali.

 

Maria, prima testimone del Risorto e donna piena di Spirito Santo, ci aiuti ogni giorno ad essere collaboratori di Dio nell’edificare la Chiesa-Comunione e nel promuovere la civiltà dell’amore, spargendo semi di risurrezione nei solchi di questo tempo sofferto. La Madonna, “Salus Populi Aquilani”, ci insegni a camminare, con il passo del Vangelo, in questi giorni velati di tristezza e mantenga accesa in noi la fiducia che “tutto possiamo in Colui che ci dà la forza” (Fil 4,13). Amen!

 

Giuseppe Card. Petrocchi

                                                                           Arcivescovo Metropolita di L’Aquila

[1] Papa Francesco, Angelus, Piazza San Pietro, V Domenica di Quaresima, 6 aprile 2014.

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